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Ipsius urbis pulchritudo ac vetustas non regis modo, sed etiam omnium oculos in semet haud immerito convertit. Murus instructus laterculo coctili, bitumine interlitus, spatium XXX et quorum pedum in latitudinem amplectitur; quadrigae inter se occurrentes sine periculo commeare dicuntur. Altitudo muri L cubitorum eminet spatio: turres denispedibus quam murus altiores sunt. Totius operis ambitus CCCLXV sradia complecritur: singulorum stadiorum structuram singulis diebus perfectam esse memoriae proditum est. Aedificia non sunt admota muris, sed fere spatium iugeri unius absunt. Ac ne totam quidem urbem tectis occupaverunt; per LXXX stadia habitabatur, nec omnia continua sunt, credo, quia tutius visum est pluribus locis spargi; cetera serunt coluntque, ut, si externa vis ingruat, obsessis alimenta ex ipsius urbis solo subministrentur.
L'antica bellezza della stessa città attirò su di sE gli occhi non solo del re ma anche di tutti Le mura costruite con mattoni cotti e cementate con bitume, abbracciano uno spazio, in latitudine, di 32 piedi; si dice che le quadrighe (lett. le quadrighe sono dette corrono incrociandosi tra loro senza pericolo di scontrarsi. L'altezza delle mura SI eleva (per) uno spazio di 50 cubiti; le torri sono più alte dell le mura di 10 piedi. La circonferenza dell'intera costruzione abbraccia 365 stadi. Si tramanda che ne sia stato costruito uno stadio al giorno. Gli edifici non sono attaccati alle mura, ma ne distano circa uno iugero. Per altro, non hanno occupato l'intera città con case; la superficie abitata s'estende (soltanto) per 80 stadi, né tutte le case sono ammassate le une alle altre , dato che - come penso - parve più sicuro che fossero dislocate in punti diversi . (Gli abitanti) seminano e coltivano i (terreni) restanti, di modo che - se incombesse una minaccia dall'esterno - gli assediati potrebbero ricavare gli alimenti dal suolo della città stessa.
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Rex in praetorium ad Scipionem est perductus. mouit et Scipionem cum fortuna pristina uiri praesenti fortunae conlata, tum recordatio hospitii dextraeque datae et foederis publice ac priuatim iuncti. eadem haec et Syphaci animum dederunt in adloquendo uictore. nam cum Scipio quid sibi uoluisset quaereret qui non societatem solum abnuisset Romanam sed ultro bellum intulisset, tum ille peccasse quidem sese atque insanisse fatebatur, sed non tum demum cum arma aduersus populum Romanum cepisset; exitum sui furoris eum fuisse, non principium; tum se insanisse, tum hospitia priuata et publica foedera omnia ex animo eiecisse cum Carthaginiensem matronam domum acceperit. illis nuptialibus facibus regiam conflagrasse suam; illam furiam pestemque omnibus delenimentis animum suum auertisse atque alienasse, nec conquiesse donec ipsa manibus suis nefaria sibi arma aduersus hospitem atque amicum induerit.
ll re fu condotto al pretorio in presenza di Scipione. Anche Scipione si commosse, paragonando l'antica fortuna di quest'uomo con la presente sorte, e ricordava l'ospitalità ricevuta nella sua corte, le promesse scambiate, le alleanze uificiali, gli accordi privati. Ma i medesimi ricordi infusero coraggio a Siface nel parlare al suo vincitore. . Infatti, avendogli Scipione domandato che cosa mai fosse andato cercando coll'abbandonare non solo l'alleanza dei Romani, ma anche col muover loro guerra spontaneamente, allora egli confesso che veramente aveva errato ed agito da pazzo: però non solo quando aveva preso le armi contro il popolo romano — questa era stata la fine, non il principio della sua pazzia. Allora, sì, era divenuto pazzo, allora, sì, aveva cacciato dal suo cuore ogni ricordo di ospitalità privata e di pubblica alleanza, quando aveva accolto in casa sua la donna cartaginese. Costei colle faci nuziali aveva dato fuoco alla sua reggia; questa pestifera furia, con ogni sorta di lusinghe, aveva sconvolto e alienato la sua mente, né ebbe pace se non quando colle sue stesse mani gli pose indosso, contro il suo ospite amico, le armi scellerate.
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Matrem amisit in primo consulatu, sororem Octaviam quinquagensimum et quartum agens aetatis annum. Utrique cum praecipua officia vivae praestitisset, etiam defunctae honores maximos tribuit.Sponsam habuerat adulescens P. Servili ISaurici filiam, sed reconciliatus post primam discordiam Antonio, expostulantibus utriusque militibus ut et necessitudine aliqua iungerentur, privignam eius Claudiam, Fulviae ex P. Clodio filiam, duxit uxorem vixdum nubilem ac simultate cum Fulvia socru orta dimisit intactam adhuc et virginem. Mox Scriboniam in matrimonium accepit nuptam ante duobus consularibus, ex altero etiam matrem. Cum hac quoque divortium fecit, "pertaesus," ut scribit, "morum perversitatem eius," ac statim Liviam Drusillam matrimonio Tiberi Neronis et quidem praegnantem abduxit dilexitque et probavit unice ac perseveranter.
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Poiché Damocle in un discorso ricordava di Dionisio, tiranno di Siracusa, l'esercito, le ricchezze, la maestà del potere assoluto, l'opulenza, il lusso della casa regia e negava che mai qualcuno sia stato più beato, disse "Vuoi dunque, o Damocle, tentare la mia sorte?". Dopo che quello disse di averne voglia, ordinò di far accomodare l'uomo in un letto dorato essendo stato coperto con uno splendido drappo, intarsiato con magnifiche lavorazioni. Allora ordinò a dei fanciulli selezionati di disporsi accanto alla tavola e di servire osservando attentamente l'ordine di quello. Le tavole erano allestite per conviti solenni molto squisiti. A Damocle sembrava di essere fortunato. Dionisio ordinò che in questa parte centrale dell'apparato fosse sistemata al soffitto sospesa da una crine equina una splendente spada per pendere sulla testa di quel beato. Così né guardava i servi né tendeva la mano alla tavola; e infine piegò con suppliche il tiranno affinché fosse lecito andare via poiché non voleva essere più felice.
La spada di Damocle
Versione latino Cicerone libro Agite TESTO LATINO
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Proditum est pythagoram philosophum illuni crotonam venisse ibique populum in luxuriam lapsum auctoritate sua ad usum frugalitatis revocasse. Laudabat cotidie virtutem et vitia luxuriae casumque civitatium eapeste perditarum enumerabat docebatque cives: tantum studium ad frugalitatem multitudinis provocavit, ut aliquos ex his luxuriatos incredibile videretur. Matronarum quoque separatam a viris doctrinam et puerorum a parentibus frequenter habuit. Docebat nunc has pudicitiam et obsequia in viros, nunc illos modestiam et litterarum studium. nter haec velut genetricem virtutum frugalitatem omnibus ingerebat consecutusque disputationum adsiduitate erat, ut matronas auratarum vestium ceterorumque dignitatis suae ornamentorum velut instrumentorum luxuriae maxime puderet, eaque omnia delata in Iunonis aedem ispi deae consecrarent, prae se ferentes vera ornamenta matronarum pudicitiam, non vestes esse.
é stato tramandato che Pitagora, quel famoso filosofo, andò a Crotone e colà richiamò alla frugalità con la propria autorità il popolo precipitato nella vita voluttuosa. Ogni giorno lodava la virtù e passava in rassegna i vizi derivanti dalla lussuria e la rovina delle città andate in rovina per quella peste e insegnava ai cittadini; causò nella moltitudine un tale amore per i costumi frugali che sembrava incredibile che alcuni di loro fossero stati dei lussuriosi. Spesso diede alle matrone insegnamenti disgiunti dai mariti e ai giovinetti ammaestramenti separati dai genitori. Ora insegnava a queste la pudicizia e il rispetto nei confronti dei mariti, e a questi altri la modestia e l'amore per le lettere. Frattanto in tutti instillava il concetto di frugalità quale madre delle virtù e con le dispute assidue ottenne che le matrone si vergognassero moltissimo delle vesti ornate d'oro e degli altri ornamenti del loro alto grado quali strumenti di lussuria al punto che portatili nel tempio di Giunone li consacrarono alla dea in persona, mostrando apertamente che i veri ornamenti delle matrone erano la pudicizia, non le vesti