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Proinde Romam ingressus, imperii virtumque omnium larem, cum venisset ad rostra, perspectissimum priscae potentiae forum, obstupuit perque omne latus quo se oculi contulissent miracolorum densitate praestrictus, adlocotus est nobilitatem in curia populumque e tribunali. In palatium receptus favore multiplici, laetitia fruebatur optata, et saepe, cum equestres ederet ludos, dicacitate plebis oblectabatur, reverenter modum ipse quoque debitum servans. Non enim, ut per civitates alias, ad arbitrium suum certamina finiri patiebatur, sed, ut mos est, variis casibus permittebat. Deinde intra septem montium culmina conlustrans urbis membra et suburbana per adclivitates planitiemque posita, quicquid viderat primum, id eminere inter alia cuncta sperabat.
Dunque entrato a Roma essendo venuto presso noi capo militare dell’ impero e di ogni virtù, ben osservato il foro dell’antica potenza rimase attonito e per tutto il gran numero per dove gli occhi si fossero rivolti abbagliato per l’abbondanza degli spettacoli, fu posta la nobiltà in curia ed il popolo fuori dalla tribuna. Accolto nel palazzo con molto calore, prova piacere per la gradita gioia, e spesso, facendo i giochi equestri, era dilettato dallo spirito mordace della plebe, conservando egli stesso con deferenza modo ed anche dovere. Infatti non, come per altre città, tollerava che le gare si finissero a suo arbitrio, ma, come è usanza, concedeva per vari casi. Poi osservando tra le cime dei sette colli i quartieri ed i sobborghi della città posti lungo i pendii e la pianura, per primo aveva visto qualcuno, che sperava spiccasse tra tutti gli altri.
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"Moribus antiquis res stat romana virisque", quem quidem ille versum, vel brevitate vel veritate tamquam ex oraculo mihi quodam esse effatus videtur. nam neque viri, nisi ita marata civitas fuisset, neque mores, nisi hi viri praefuissent, aut fundare aut tam diu tenere potuissent tantam et tam fuse lateque imperantem rem publicam. itaque ante nostram memoriam et mos ipse patrius praestantes viros adhibebat, et veterem morem ac maiorum instituta retinebant excellentes viri. nostra vero aetas cum rem publicam sicut picturam accepisset egregiam, sed iam evanescentem vetustate, non modo eam coloribus isdem, quibus fuerat, renovare neglexit, sed ne id quidem curavitr, ut formam saltem eius et extrema tamquam liniamenta servaret. quid enim manet ex antiquis moribus, quibus ille dixit rem stare romanam? quos ita oblivione obsoletos videmus, ut non modo non colantur, sed iam ignorentur. nam de viris, quid dicam? mores enim ipsi interierunt virorum penuria, cuius tanti mali non modo reddenda ratio nobis, sed etiam tamquam reis capitis quodam modo dicenda causa est. nostris enim vitiis, non casu aliquo, rem publicam verbo retinemus, re ipsa vero iam pridem amisimus.
"Uomini e virtù antiche salvano Roma". Questo verso, nella sua brevità e verità, sembra essere stato pronunciato da un oracolo poichè, se la città non avesse serbato i costumi che ha serbato, non avrebbe gli uomini che ha, e la città non avrebbe serbato i costumi che ha senza gli uomini che la governano e non sarebbe stato possibile fondare e conservare così a lungo un così grande e vasto impero. Così, prima della nostra età, il costume tradizionale educava uomini eccellenti e gli uomini eccellenti tramandavano il costume e gli istituti dei maggiori. Ma la nostra età, avendo ricevuto uno Stato perfetto come un quadro ma già un pò scolorito dalla vecchiaia, non solo non si curò affatto di rinfrescare i colori ma non pensò neppure a conservare almeno il disegno e le linee principali dell'opera. Che cosa rimane dunque di quegli antichi costumi su cui, secondo Ennio, era fondata la potenza di Roma? Noi li vediamo talmente trascurati e dimenticati che non solo nessuno li rispetta ma nessuno li conosce più. E che dirà poi degli uomini? I costumi stessi infatti caddero per mancanza di uomini, e di questa disgrazia non solo dobbiamo renderci conto ma dobbiamo risponderne come d'un delitto capitale. Per colpa nostra infatti, e non per caso, noi abbiamo ancora in apparenza una repubblica ma, vero, l'abbiamo già perduta.
Note letterali:
Con l’espressione mos maiorum (letteralmente “il costume degli antenati) i Romani indicavano quel complesso di valori e di tradizioni che costituivano il fondamento della loro cultura e della loro civiltà. Essere fedeli al mos maiorum significava riconoscersi membri di uno stesso popolo, avvertire i vincoli di continuità col proprio passato e col proprio futuro, sentirsi parte di un tutto, in marcia verso la realizzazione di un grande progetto comune. Il mos maiorum era, in altri termini, l’insieme dei valori collettivi e dei modelli di comportamento cui doveva conformarsi qualsiasi innovazione; rispettare il mos maiorum significava quindi incanalare le energie e le spinte innovative entro l’alveo rassicurante della tradizione, così da renderle funzionali al bene comune. Cardine fondamentale del mos maiorum era l’assoluta preminenza dello Stato sul singolo cittadino: questa è l’ottica da cui va esaminato qualunque valore e qualunque comportamento; così ad esempio, non era tanto il coraggio in sé ad essere apprezzato, ma il coraggio che veniva dimostrato nell’interesse e per la salvezza dello Stato; allo stesso modo, poco interessava la ricerca teorica o l’abilità poetica, se tali qualità non erano finalizzate ad obiettivi socialmente utili. In tale prospettiva, quali sono i valori fondamentali che costituiscono il mos maiorum? Anzitutto viene la virtus, cioè la qualità propria dell’uomo grande, del vir appunto; essa si esprime come fortitudo (coraggio e sprezzo del pericolo), come patientia, cioè come capacità di sopportare il dolore e i rovesci della sorte (il verbo patior significa appunto “soffrire, sopportare”) e come constantia, cioè fermezza e coerenza nell’azione. Molto importanti sono poi la fides, cioè la lealtà, la fedeltà alla parola data; la pietas, cioè il rispetto per gli obblighi e i doveri che ci legano agli altri (agli dei, agli amici, alla patria, alla famiglia…); la gravitas e cioè la dignità propria del magistrato, ma anche del semplice civis (“cittadino”), che imponeva un contegno severo, poco incline al sorriso. Questi valori venivano trasmessi, oltre che con l’esempio, anche attraverso alcuni racconti di cui erano protagonisti personaggi vissuti nell’epoca più antica di Roma, la cui esistenza è spesso sospesa tra mito e storia.
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His diebus basilica sancti Martini a furibus effracta fuit (=est). Qui ponentes ad fenestram absidae cancellum, quod super tumulum cuisdam defuncti erat, ascendentes per eum, effracta vitrea, sunt ingressi; auferentesque multum auri aregentique vel palleorum olosericorum, abierunt, non metuentes super sanctum sepulchrum pedem ponere, ubi vix vel os applicare praesumimus. Sed virtus sancti voluit hanc temeritatem etiam cum iudicio manifestare terribili. Nam hi, perpetrato scelere, ad Burdegalensim civitatem venientes, orto scandalo, unus alterum interemit; scique patefacto opere, furtum repertum est; ac de hospitale (=domo) eorum argentum comminutum vel pallea sunt extracta. Quod cum regi Chilperico nuntiatum fuisset (esset), iussit eos alligari vinculis et suo conspectui praesentari. Tunc ego metuens, ne ob illius causam homines morerentur, qui vitransmisi, ne, nostris non accusantibus ad quos persecutio pertineat, hi interficierunt. Quod ille benigne suscipiens, vitae restituit. Species vero, quae dissipatae fuerant (=erant), studiosissime componens, loco sancto reddi praecepit.
In questi giorni la basilica di S. Martino è stata forzata dai ladri. Ed essi, adagiando alla finestra dell’abside una grata che era sulla tomba di un morto, scendendo per quella, spezzata la vetrata, sono entrati; e portandosi via molto (bottino) di oro ed argento e di sopravvestiario tutto di seta ricamato, passarono, non temendo di mettere piede sul santo sepolcro dove a stento osiamo poggiare la bocca. Ma la virtù del santo volle manifestare questa temerarietà anche con un giudizio terribile. Infatti questi, compiuto il delitto, mentre giungevano alla città di Bordò, sorto lo scandalo, l’uno distrusse l’altro; e denunziato il fatto di chi sapeva, fu scoperto il furto; e dalla casa vennero tirate fuori le sopravvesti e il loro argento fatto a pezzi. Essendo stato annunziato ciò al re Chilperico, ordinò che essi si leghino con catene e si presentino al suo cospetto. Allora io temendo, affichè gli uomini non morissero per causa di quello, il quale io ho trasmesso, affinché la persecuzione contro essi non si estendesse a quelli che accusavano, questi si uccisero. Egli accogliendo ciò benignamente, restituì alla vita. Invero ricomponendo con molta dovizia le effigi che erano state dilapidate, ordinò che si restituiscano al luogo santo