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In omnibus meis epistulis, quas ad Caesarem ad Baldum mitto, legitima quaedam est accessio commendationis tuae, nec ea vulgaris sed com aliquo insigni indicio meae erga te benevolentiae. Tu modo ineptias istas et desideria urbis et urbanitatis depone et, quo consilio profectus es, id adsiduitate, et virtute consequere. Hoc tibi tam ignoscemusnos amici quam ignoverunt Medeae "quae Chorintum arcem altamhabebant matronae opulentae, optimates", quibus illa «manibus gypsatissimis» persuasit ne sibi vitioille verterent quod abesset a patria. Nam “multi suam rem bene gessere et publicam patria procul; multi, qui domi aetatem agerent, propterea sunt improbati”. Quo in numero tu certe fuisses nisi te extrusissemus. Sed plura scribemus alias. Tu, qui ceteris cavere didicisti, in Britannia ne ab essebariis decipiaris caveto et (quoniam Medeam coepi agere) illiud semper memento: “Qui ipse sibi sapiensprodesse non quit, nequiquam sapit”. Cura ut valeas.
In tutte le mie lettere che mando a Cesare, a Balbo è conveniente una certa raccomandazione di te, non una volgare, ma con qualche insigne indizio del mio affetto nei tuoi confronti. Tu solo lascia perdere queste sciocchezze, sia il desiderio di Roma che delle cose urbane e quel proposito con il quale sei partito, consegui con la costanza e il valore. Te lo perdoneremo noi amici così come perdonarono a Medea "quelle ricche matrone che occupavano l'alta rocca di Corinto, o ottimati", che ella " con le mani ingessatissime" persuase a non ascrivere a suo difetto il fatto che rimanesse lontana dalla patria. Infatti "molti ottennero successo negli affari propri e pubblici stando lontano dalla patria; molti, che rimasero in patria tutta la vita, per questo furono disapprovati". In questo numero tu saresti certamente stato, se non ti avessimo cacciato a forza. Ma scriveremo di più in altro momento. Tu che hai imparato a badare agli altri, bada a sfuggire ai soldati sui cocchi e (poiché hai cominciato ad agire come Medea) ricordati sempre questo : "Quello stesso saggio che non sa giovare a se stesso, invano è saggio". Vedi di star bene.
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Succedit Romulo Numa Pompilius, quem Curibus Sabinis agentem ultro petiverunt ob inclitam viri religionem. Ille sacra et caerimonias omnemque cultum deorum immortalium docuit, ille pontifices, augures, Salios ceteraque sacerdotia annumque in duodecim menses, fastos dies nefastosque discripsit, ille ancilia atque Palladium, secreta quaedam imperii pignora, Ianumque geminum, fidem pacis ac belli, in primis focum Vestae virginibus colendum dedit, ut ad simulacrum caelestiumsiderum custos imperii flamma vigilaret: haec omnia quasi monitu deae Egeriae, quo magis barbari acciperent. Eo denique ferocem populum redegit, ut, quod vi et iniuria occuparat imperium, religione atque iustitia gubernaret
Succedette a Romolo Numa Pompilio, che chiamarono da Curi Sabina, al contrario di lui (Romolo) per la grande religiosità dell'uomo. Egli insegnò le cose sacre e le cerimonie religiose e ogni cosa relativa al culto degli dei immortali, egli istituì i pontefici, gli auguri, i Salii e gli altri sacerdozi (collegi sacerdotali), divise l'anno in dodici mesi e determinò i giorni fasti e nefasti, egli gli scudi ancili e il Palladio, segreti pegni di potere, egli offrì al culto Giano bifronte, testimone della pace e della guerra e soprattutto alle vergini la cura del fuoco di Vesta, affinché la fiamma custode dell'impero vigilasse presso la statua delle stelle celesti: tutte queste cose fece come se fosse stato istruito dalla dea Egeria, perché i barbari le accettassero più di buon grado. Cambiò quindi un popolo selvaggio in modo tale che il potere che era esercitato con la forza e la prepotenza, lo guidasse la religione e la legalità.
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Prima luce, ami summus mons a Labiato teneretur, ipse ab hostium castris non longius mille et passibus abesset, ncque, ut postea ex captivis comperii, aut ipsius adventus aut Labiali cognitus esset, Considius equo ad nisso ad tutti accurrit; dicit rnontem, quem a Labieno occupati voluerit, ab hostibus teneri: id se a Gallicis armis atque insignibus cognovisse. Caesar suas copias in proximum cottati subduat, aciatt instruit. Labienus, ut erat cipraeceptum a Cesare neproelium comminerei, •tisi ipsius copiae propc hostium castra visae essent, ut undique uno tempore in liostes impetus fieret, monte occupato nostros expectabat proelioque abstinebat. Multo denique die per exploratores Caesar cognovit et montati a suis teneri et Helvetios castra morisse et Considium, timore perterritum, quod non vidisset prò visosibi renuntiasse. Eo die, quo consueverat intervallo, liostes sequitur, et milia passuum tria ab eorum castris castra pomi
Allo spuntare del giorno, essendo il grande monte occupato da Labieno e essendo lo stesso distante non più di un miglio e mezzo dall'accampamento e non, come poi venne a sapere dai prigionieri, essendo conosciuto l'arrivo degli stessi o di Labieno, Considio, spronato il cavallo, accorse da lui; disse che il monte che si era voluto fosse occupato da Labiene, era tenuto dai nemici: ciò si conobbe dalle armi e dalle insegne dei Galli. Cesare ritirò le sue truppe nel colle prossimo, schierò l'esercito. Labieno, come gli era stato ordinato da Cesare per iniziare il combattimento, se non avesse visto le truppe degli stessi vicino all'accampamento dei nemici, affinché da ogni luogo venisse fatto impeto nei nemici nello stesso tempo, aspettò i nostro sul monte occupato per attaccare battaglia e si trattene dal combattimento. Solo dopo molti giorni Cesare scoprì per mezzo di esploratori, che il monte era tenuto dai suoi, che gli Elvezi avevano spostato l'accampamento e che Considio, riempito di terrore, aveva dichiarato a loro ciò che in realtà non aveva visto. Quel giorno seguì i nemici dalla solita distanza e pose l'accampamento a tre mila passi dal loro accampamento
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Itinerum primum laborem, qui vel maximus est in re militari, iudices, et in Sicilia maxime necessarius, occipite quam facilem sibi iste et iucundum ratione consilio-que reddiderit. ' Urbem Syracusas elegerat et hic vivebat iste bonus imperniar hibernis mensibus, nec eum extra tedimi quisquam vidit. Cum autem ver esse cocpcrat -cuius initium iste non a Favonio ncque ab aliquo astro notabat. sed cum rosam viderat. ' timi incipere ver ar-bitrabatur - dabat se labori atque itineribus; in quibus co usque sed praebebat patientem et impigrum, ut eum nono uniquam in equo scdcntem viderit. Sani, ut mos fuit Bitliyniae regibus, lectica ferebatur. in qua pulvinus erat perlucidus Melitensis rosa fartus; ipse autem coro-nani liabelnit in capite, alleram in collo. Conceto itinere, cimi ad aliquod oppidum venerai, cadati lectica usijue in cubiculum deferebatur. Cimi vero aestas stimma esse cocpcrat, quod tempus omnes Siciliae sentper praetores in itineribus consumerc consuerunt - propterea quod tutti pulant obeundam esse maxime provinciam, cum in arcis Irumciitu sunt -, tutti iste novo genere impcrator pul-clierrimo Syracusarum loco stativa sibi castra faciebat.
Per prima cosa ascoltate, giudici, quanto facile e gradevole egli si sia resa la fatica dei viaggi con la sua prudenza e saggezza; fatica che specialmente in ciò che concerne la guerra è grandissima, e nella Sicilia necessaria in modo particolare. Aveva scelto la città di Siracusa, e qui questo bel tipo di generale esemplare trascorreva la sua vita nei mesi invernali, e nessuno lo vide mai fuori di casa. Quando poi iniziava la primavera - il cui inizio egli non riconosceva né dal Favonio né da un altro vento ma ogni volta che vedeva una rosa allora riteneva che la primavera fosse iniziata - si dedicava alla fatica ed ai viaggi; e in questi si dimostrava sempre paziente e attivo al punto che mai nessuno lo aveva visto in sella ad cavallo. Infatti, sull'esempio dei re di Bitinia, veniva trasportato da una lettiga, nelle quale c'era un cuscino trasparente di Malta imbottito di rose; egli stesso poi aveva una corona sul capo, e un'altra al collo. Dopo aver concluso il tragitto, quando arrivava in qualche città, con la stessa lettiga veniva portato nella camera da letto. Quando veramente la stagione estiva iniziava ad essere nel periodo di maggiore calura, cioè il periodo che tutti i governatori della Sicilia hanno sempre avuto l'abitudine di trascorrere viaggiando - perché ritengono che specialmente in quel momento si debba visitare la provincia, dato che proprio allora si accumula il grano raccolto sull'aia - in quel momento questo generale appartenente ad una nuova specie si accampava stabilmente nella zona più bella di Siracusa.
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Perfugium videtur omnium laborum et sollicitudinum esse somnus. At ex eo ipso plurumae curae metusque nascuntur; qui quidem ipsi per se minus valerent et magis contemnerentur nisi somniorum patrocinium philosophi suscepissent nec ii quidem contemptissimi sed in primis acuti et consequentia et repugnantia videntes qui prope iam absoluti et perfecti putantur. Quorum licentiae nisi Carneades restitisset haud scio an soli iam philosophi iudicarentur. Cum quibus omnis fere nobis disceptatio contentioque est non quod eos maxume contemnamus sed quod videntur acutissime sententias suas prudentissimeque defendere. Cum autem proprium sit Academiae iudicium suum nullum interponere ea probare quae simillima veri videantur conferre causas et quid in quamque sententiam dici possit expromere nulla adhibita sua auctoritate iudicium audientium relinquere integrum ac liberum tenebimus hanc consuetudinem a Socrate traditam eaque inter nos si tibi Quinte frater placebit quam saepissime utemur. " "Mihi vero" inquit ille "nihil potest esse iucundius. "
Pare che il rifugio da tutte le fatiche e le preoccupazioni sia il sonno. Ma da esso stesso nascono grandi angoscie e timori; i quali, per la verità in se stessi avrebbero meno peso e sarebbero tenuti in minor conto se non avessero assunto la difesa dei sogni i filosofi, e non quelli più insignificanti ma soprattutto quelli che sembrano abili sia nell'affermazione che nella negazione, i quali sono ritenuti infine quasi assolutamente perfetti (letteralmente: quasi assoluti e perfetti). Se Cameade non avesse opposto resistenza alle loro libertà eccessive, non so se non sarebbero ritenuti addirittura gli unici filosofi. È con questi, quasi, che noi abbiamo controversia e disputa, non perché li teniamo in pochissimo conto, ma perché sembrano sostenere le loro opinioni con grandissimo acume e capacità. Poiché inoltre è un carattere distintivo dell'Accademia il non dare alcun giudizio, approvare le cose che appaiano le più verosimili, confrontare le motivazioni e dichiarare ciò che si possa dire in quella opinione, e non esercitando alcuna pressione, lasciare intatto e libero il giudizio di quelli che ascoltano, rimaniamo fedeli a questa consuetudine tramandata da Socrate e se tu vuoi, fratello Quinto, il più spesso possibile. " Nulla in verità - disse - mi può essere più gradito".