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Μετά μακράν πλάνην, ὁ Ὀδυσσεύς, παραγιγνόμενος εἰς τὴν πατρίδα, τὴν οἰκίαν ἐν μεγάλῃ διαφθορᾷ εὑρίσκει. Οἱ μνηστῆρες γάρ, νεοὶ ἀπὸ τῶν νήσων παρὰ Ἰθάκη, τὴν Πηνελόπην μνῶνται...
Dopo un lungo vagabondare, Ulisse, tornando in patria, trova la sua casa in grande rovina. I proci infatti, giovani [provenienti] dalle isole vicine ad Itaca, corteggiano Penelope. Essi, recandosi al palazzo, si godono il banchetto consumando il bestiame di Ulisse. Ma la regina ritarda il matrimonio con l'inganno del tessere la tela, facendo credere di accettare un matrimonio solo dopo aver completato la tela funebre per Laerte, per tre anni, filando di giorno e disfacendo il lavoro di notte. In questo modo la regina inganna i proci, finché Ulisse, travestito da mendicante, arriva alla sua casa. L'eroe apprende ciò che accade in casa e ordisce una vendetta.
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Chelidones B pagina 109 numero 29
Επι τουτω ημερα τε ηδη ην και ημεις ορη πολλα αναβενηκειμεν, και στοματα δε ημων δεσμω επειχετο, ... εσκοπουμην οτι και καταφαγοιμι.
Intanto già era giorno, e noi avevamo valicate molte montagne: ci avevano legato il muso con la cavezza per non farci brucare la strada e per non farci perdere tempo. A mezzogiorno sostavamo in una fattoria di certi nota ad alcuni degli uomini, quanto almeno parve a quel che fecero, e infatti si salutarono e si baciarono tra loro, e li invitarono a riposare nella villa, diedero loro il pranzo e granelli di orzo a noi. E quelli mangiavano ed io avevo maledettamente fame perché non avevo mai mangiato granelli d'orzo crudi e pensavo che avrei dovuto mangiarli.
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Inizio: Ακρισιω δε περι παιδων γενεσεως αρρενων χρηστηριαζομενω ο θεος εφη γενεσθαι παιδα εκ της θυγατρος, ος αυτον αποκτενει ....
Ad Acrisio che consultava l'oracolo sulla nascita dei figli maschi, il dio diede responso che sarebbe nato un figlio dalla figlia Danae che lo avrebbe ucciso. Acrisio, temendo ciò, dopo aver costruito sotto terra una casa di bronzo, sorvegliava Danae. Come dicono alcuni la seduceva Preto, .....
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Ὡς δὲ προῆγεν αὐτὸν ὁ χρόνος σὺν τῷ μεγέθει εἰς ὥραν τοῦ πρόσηβον γενέσθαι, ἐν τούτῳ δὴ τοῖς μὲν λόγοις μανοτέροις ἐχρῆτο καὶ τῇ φωνῇ ἡσυχαιτέρᾳ, αἰδοῦς δ' ἐνεπίμπλατο ὥστε καὶ ἐρυθραίνεσθαι ὁπότε συντυγχάνοι τοῖς πρεσβυτέροις, καὶ τὸ σκυλακῶδες τὸ πᾶσιν ὁμοίως προσπίπτειν οὐκέθ' ὁμοίως προπετὲς εἶχεν. οὕτω δὴ ἡσυχαίτερος μὲν ἦν, ἐν δὲ ταῖς συνουσίαις πάμπαν ἐπίχαρις. καὶ γὰρ ὅσα διαγωνίζονται πολλάκις ἥλικες πρὸς ἀλλήλους, οὐχ ἃ κρείττων ᾔδει ὤν, ταῦτα προυκαλεῖτο τοὺς συνόντας, ἀλλ' ἅπερ εὖ ᾔδει ἑαυτὸν ἥττονα ὄντα, ἐξῆρχε, φάσκων κάλλιον αὐτῶν ποιήσειν, καὶ κατῆρχεν ἤδη ἀναπηδῶν ἐπὶ τοὺς ἵππους ἢ διατοξευσόμενος ἢ διακοντιούμενος ἀπὸ τῶν ἵππων οὔπω πάνυ ἔποχος ὤν, ἡττώμενος δὲ αὐτὸς ἐφ' ἑαυτῷ μάλιστα ἐγέλα.
Ma quando il volgere del tempo lo portò, insieme con l’irrobustirsi della corporatura, alla condizione di adolescente, allora prese a esprimersi più sobriamente e con voce più pacata, e si lasciava afferrare dalla timidezza al punto che gli avveniva di arrossire ogni volta che s’imbattesse in qualcuno più anziano, né serbava più quell’indole da cucciolo pronto a saltare incontro a tutti indistintamente. Più posato nel contegno, in compagnia era però amabilissimo e nelle gare che si è soliti organizzare fra coetanei non sfidava i partecipanti in quelle prove in cui sapeva di essere superiore, ma ne proponeva di quelle in cui si sapeva inferiore dichiarando che sarebbe stato più bravo di loro, e prontamente dava il via alla prova saltando su un cavallo per tirare di lì con l’arco o per scagliare il giavellotto anche se non aveva ancora imparato a stare ben saldo in sella; poi, se perdeva, era il primo a ridere di sé.
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ἀκούσας ταῦτα ὁ Θηραμένης ἀνεπήδησεν ἐπὶ τὴν ἑστίαν καὶ εἶπεν· Ἐγὼ δ’, ἔφη, ὦ ἄνδρες, ἱκετεύω τὰ πάντων ἐν- νομώτατα, μὴ ἐπὶ Κριτίᾳ εἶναι ἐξαλείφειν μήτε ἐμὲ μήτε ὑμῶν ὃν ἂν βούληται, ἀλλ’ ὅνπερ νόμον οὗτοι ἔγραψαν περὶ τῶν ἐν τῷ καταλόγῳ, κατὰ τοῦτον καὶ ὑμῖν καὶ ἐμοὶ τὴν κρίσιν εἶναι. καὶ τοῦτο μέν, ἔφη, μὰ τοὺς θεοὺς οὐκ ἀγνοῶ, ὅτι οὐδέν μοι ἀρκέσει ὅδε ὁ βωμός, ἀλλὰ βούλομαι καὶ τοῦτο ἐπιδεῖξαι, ὅτι οὗτοι οὐ μόνον εἰσὶ περὶ ἀνθρώπους ἀδικώτατοι, ἀλλὰ καὶ περὶ θεοὺς ἀσεβέστατοι. ὑμῶν μέντοι, ἔφη, ὦ ἄνδρες καλοὶ κἀγαθοί, θαυμάζω, εἰ μὴ βοηθήσετε ὑμῖν αὐτοῖς, καὶ ταῦτα γιγνώσκοντες ὅτι οὐδὲν τὸ ἐμὸν ὄνομα εὐεξαλειπτότερον ἢ τὸ ὑμῶν ἑκάστου. ἐκ δὲ τούτου ἐκέλευσε μὲν ὁ τῶν τριάκοντα κῆρυξ τοὺς ἕνδεκα ἐπὶ τὸν Θηραμένην· ἐκεῖνοι δὲ εἰσελθόντες σὺν τοῖς ὑπηρέταις, ἡγουμένου αὐτῶν Σατύρου τοῦ θρασυτάτου τε καὶ ἀναι δεστάτου, εἶπε μὲν ὁ Κριτίας· Παραδίδομεν ὑμῖν, ἔφη, Θηραμένην τουτονὶ κατακεκριμένον κατὰ τὸν νόμον·
Avendo Teramene udito queste cose balzò sull'altare di Estia e disse: «E io, cittadini, vi rivolgo la supplica più legittima: che Crizia non abbia la facoltà di cancellare dall'elenco né me né chiunque voglia di voi, ma che siamo giudicati, voi e io, in base a quella stessa legge che costoro hanno redatto a proposito di quanti sono inclusi nell'elenco. So bene, per gli dei, che a niente mi servirà questo altare, ma voglio mostrarvi come costoro compiano non soltanto le più grandi ingiustizie nei confronti degli uomini, ma anche le peggiori empietà nei confronti degli dei. E mi stupisco che voi galantuomini non veniate in aiuto di voi stessi, ben sapendo che il mio nome non è per niente più facile a cancellarsi di quello di ognuno di voi». Allora l'araldo dei Trenta comunicò agli Undici l'ordine di venire a prendere Teramene. Quando entrarono con i loro agenti guidati da Satiro, il più audace e impudente, Crizia dichiarò: «Vi consegniamo il qui presente Teramene, condannato in conformità con la legge».