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Caesar Divitiacum Aeduum magnopere cohortatus docet, quantopere rei publicae...muniri iubet.
Cesare esortando vivamente l'Eduo Diviziaco fece capire, com'era interessato alla comune salvezza e dello stato che i manipoli di soldati dovessero essere divisi, affinché non si dovesse combattere con tanta moltitudine in un sol momento. Disse che ciò non si poteva realizzare, ma gli Edui dovevano introdurre le proprie milizie nei confini dei Bellovaci e questi dovevano saccheggiare i loro campi. affidatigli tali incarichi lo congedò da lui. Dopo che vide che tutte le milizie dei Belgi riunite in un sol luogo giungevano da lui e venne a sapere che ormai non erano lontane da lui, si affrettò ad attraversare il fiume Axona con l'esercito, che si trova agli estremi confini dei Remi e pose lì l'accampamento. faceva tali cose e Difendeva un sol lato dell'accampamento con le rive del fiume anche affinché i viveri potessero essere portati a lui senza pericolo dalle città dei Remi e dalle rimanenti città. su quel fiume c'era un ponte. Vi pose un presidio e sull'altra parte del fiume lasciò il legato Q. Titurio Sabino con sei coorti; Ordinò di munire l'accampamento con una trincea di dodici piedi d'altezza ed un fossato di 18 piedi.
(By Maria D. )
Versione tratta da Cesare
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Callidissimus fuit Alcibiades ille, cuius nescio utrum bona an vitia patriae perniciosiora fuerint (illis enim cives suos decepit, his afflixit). De quo hoc narratur: cum quodam die adhuc puer ad Periclen avunculum suum venisset eumque secreto tristem sedentem vidisset, interrogavit quid ita tantam in vultu confusionem gereret. Tum ille dixit se quadam re sollicitum esse. Nam cum mandatu civitatis propylaea Minervae aedificavisset et cum consumpsisset in id opus ingentem pecuniam non inveniebat quo pacto ministerii rationem redderet. «Ergo», inquit Alcibiades, «quaere potius quemadmodum rationem non reddas». Itaque vir amplissimus et prudentissimus, puerile consilium cepit atque id egit ut Athenienses finitimo bello implicati, rationes non exigerent.
Versione tratta da Valerio Massimo
Molto astuto fu quel famoso Alcibiade, di cui non so se le sue qualità o i suoi difetti siano stati più nocivi alla patria (con quelle infatti ingannò i suoi concittadini, con questi li rovinò). Questo si racconta su di lui: poiché un giorno, ancora fanciullo, era andato da suo zio Pericle e lo aveva visto che sedeva triste in disparte, gli chiese perché tradisse in volto sì grandi segni di turbamento. Allora quello rispose di essere tormentato da un problema. Infatti avendo costruito, su mandato della cittadinanza, i propilei di Minerva e avendo speso in quell'opera un'ingente somma di denaro, non trovava in quale maniera render conto del suo impiego. "Dunque" gli suggerì Alcibiade "cerca piuttosto in che modo non renderne conto". E così l'uomo, illustrissimo e molto esperto, accolse il consiglio del ragazzo e fece in modo che gli Ateniesi, impegnati in una guerra con i vicini, non esigessero il rendiconto.
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Apud Helvetios longe nobilissimus fuit et ditissimus Orgetorix. Is M. Messala ...maxime plebi acceptus erat, ut idem conaretur persuadet, eique filiam suam in matrimonium dat.
Orgetorige fu, tra gli Elevezi, di gran lunga il più rispettato e il più ricco. Egli, durante il consolato di M. Messala e M. Pisone, spinto dal desiderio di potere, organizzò una congiura della nobiltà e convinse la popolazione ad uscire con tutte le truppe dai propri territori egli diceva che era una cosa semplicissima che gli Elvezi si impadronissero dell'egemonia su tutta la Gallia, perché essi, in fatto di valore, spiccavano su tutti. Li convinse in maniera piuttosto facile, perché gli Elvezi sono bloccati su tutti i lati dalla conformazione geografica del loro territorio: Indotti da queste ragioni e trascinati dall'autorevolezza di Orgetorige, stabilirono quelle cose che riguardavano i preparativi per la partenza. Per portare a termine questi compiti pensarono che due anni fossero loro sufficienti: con una legge ratificarono la partenza durante il terzo anno. Orgetorige si assunse il compito di ambasciatore presso le tribù. In questo viaggio convinse il Sequano Castico, il cui padre per molti anni era stato re dei Sequani e dal senato era stato definito amico del popolo Romano, a impadronirsi del regno che in precedenza aveva governato suo padre: ed egualmente persuase l'Eduo Dumnorige, fratello di Diviziaco, che in quel momento deteneva il comando sulla tribù ed era gradito soprattutto alla plebe, a intraprendere la stessa impresa, e gli diede in moglie sua figlia.
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Quo proelio bellum Venetorum totius orae maritimae confectum est. Nam cum omnis iuventus,.. Itaque senatum necavit et reliquos sub corona vendidit.
In quel combattimento si ultimò la guerra dei Veneti di tutta la costa marittima. Infatti tutti i giovani ed anche più anziani, nei quali ci fu qualche cenno di senno o di autorità, erano arrivati là e raccolto in un unico luogo ogni nave; perdendo le navi, i rimanenti non avevano dove rifugiarsi né sapevano in quale maniera difendere le città. E così si consegnarono [diedero] a Cesare loro stessi e tutte le loro cose. Cesare stabilì di punirli quanto più severamente, affinché per il tempo restante il diritto degli ambasciatori fosse rispettato dai barbari. E così uccise i senatori (lett. il senato) e i superstiti li vendette come schiavi (sub corona vendo = vendere come schiavo ).
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Dum haec in Venetis geruntur, Quintus Titurius Sabinus cum iis copiis, quas a Caesare acceperat, in fines Venellorum pervenit. Magnaque praeterea multitudo undique ex Gallia perditorum hominum latronumque convenerat, quos spes praedandi studiumque bellandi ab agri cultura et cotidiano labore revocabat. Sabinus idoneo rebus omnibus loco castris se tenebat, cum Viridovix contra eum duorum milium spatio consedisset cotidieque perductis copiis pugnandi potestatem faceret, ut iam non solum hostibus in contemptionem Sabinus veniret, sed etiam nostrorum militum vocibus carperetur; tamtamque opinionem timoris praebuit, ut iam ad vallum castrorum hostes accedere auderent. Id ea de causa faciebat quod cum tanta multitudine hostium, praesertim eo absente qui summam imperii teneret (= tenebat), nisi aequo loco aut opportunitate aliqua data legato dimicandum non existimabat.
Mentre accadevano questi fatti tra i Veneti, Quinto Titurio Sabino, con quelle milizie che aveva ricevuto da Cesare, giunse nei territori dei Venelli. Inoltre era convenuta da ogni parte della Gallia una gran moltitudine di uomini disperati e di predoni, che la speranza di far bottino e l'amore della guerra distoglieva dal lavoro dei campi e dalla fatica quotidiana. Sabino si manteneva nell'accampamento in una posizione adatta ad ogni circostanza, mentre Viridovice si era accampato ad una distanza di due miglia di fronte a lui e ogni giorno, fatte uscire le truppe, offriva il combattimento, sicché ormai Sabino non solo veniva in disprezzo dei nemici, ma era oggetto anche delle mormorazioni dei nostri soldati; e diede una così grande impressione d'aver paura che ormai i nemici osavano avvicinarsi al vallo dell'accampamento. Lui lo faceva per questo motivo, cioè perché con un così gran numero di nemici, specialmente in assenza di colui che teneva il comado supremo, riteneva che un luogotenente non dovesse combattere, se non in un luogo vantaggioso o se gli si fosse offerta un'occasione favorevole.