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Alexander ad Gordium pervenit et urbem in dicionem suam brevi tempore redegit. Ibi, in templo Iovis iugum Gordii...denique universos nodos gladio rumpit: ita oraculi sortem vel elusit vel implevit.
Alessandro giunse a Gordio ed in breve tempo ridusse la città in suo potere. Qui, nel tempio di Giove era posto il giogo di Gordio, stretto con nodi grandi ed intricati. Gli antichi oracoli avevano profetizzato: "L'uomo, che avrà sciolto l'intreccio del giogo, reggerà tutto l'impero dell'Asia". Dunque Alessandro, per tale desiderio cercò di sciogliere i nodi inesplicabili. Intorno ad Alessandro trepidava una folla sia di Macedoni che di Frigi e gli occhi di tutti erano diretti verso il re. Alessandro osservò a lungo l'intreccio, lo esaminava, quando tentava di combattere contro i nodi non con gli occhi; alla fine ruppe con la spada tutti quanti i nodi: così o eluse o completò la sorte dell'oracolo.
(By Maria D. )
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Diogenes philosophus vitam modestam agebat, nam divitias spernebat et in dolio habitabat. Olim vir opulentus cenam dabat ...."Magnifica tunica mea bibere et cibum consumere debet; nam tunicam non Diogenem domimus ad cenam invitavit"!
Il filosofo Diogene conduceva una vita parsimoniosa infatti disprezzava la ricchezza, e viveva all'interno di una botte, Un giorno, un uomo ricco dava una cena e invita anche il filosofo. dossa una tunica sporca, non (si) taglia la barba, e non pettina i capelli. Quando arriva alla splendida casa non viene ammesso al sontuoso banchetto. Infatti i servi lo allontanano e lo cacciano via poiché il filosofo non aveva (dativo di possesso) un aspetto ordinato. Allora Diogene ritorna a casa sua e veloemente cambia l'abbigliamento, taglia la barba e pettina i capelli. E così va a casa dell'uomo ricco e senza indugio vine ammesso. Infatti ora portava una splendida tunica. Viene posto dell'abbondante cibo davanti a Diogene, viene servito del vino in una coppa. Tuttavia Diogene rovescia il cibo ed il vino sulla veste sontuosa. I convitati si stupiscono e (ne) chiedono il motivo. Ebbene Diogene risponde: "la mia magnifica tunica deve bere e consumare il cibo, infatti il padrone ha invitato a cena la mia tunica e non Diogene!"
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Artaxerxes quod implacabile odium in Datamen susceperat, insidiis interficere studuit: Datames autem eo modo eas evitavit...ad eum, quem aggredi volebant, confixi conciderunt
Artaserse, poiché aveva generato un odio implacabile contro Datarne, cercò ucciderlo con un agguato; ma Datarne lo (eas insidiis) evitò in questo modo. Quando gli fu annunciato che gli volevano tendere un'imboscata certi che erano nel numero degli amici, egli non ritenne né dover credere né trascurare questa voce: volle sperimentare, se gli fosse stato riferito il vero o il falso. Perciò partì per andare incontro all'agguato. Ma scelse uno uomo simile a sé di corporatura e statura e gli diede il suo vestito. Lui stesso invece intraprese il viaggio fra le guardie del corpo in equipaggiamento e abito militare. Ma gli attentatori, dopo che la schiera giunse al luogo stabilito per l'attentato, ingannati dal vestiario assalgono quello che era stato messo al posto di Datam. Datame però aveva prima ordinato a quelli con cui faceva la marcia che fossero pronti a fare quello che lui stesso faceva. Egli, non appena si accorse degli attentatori che accorrevano, scagliò giavellotti contro di loro. Avendo tutti fatta la stessa cosa, prima che giungessero da colui che volevano aggredire, caddero trafitti. (da Cornelio Nepote)
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Inizio: Olim lupus, macer et ieiunus, cani perpasto forte occurrit. ... Fine: vitam commodam sprevit libertatemque, dulcissimam omnium rerum, servavit.
Una volta un lupo, scarno ed affamato, incontrò un cane molto nutrito. Allora il lupo, esaurito per la magrezza, apostrofò il cane con queste parole: " Abbiamo lo stesso aspetto e la stessa indole (= dativo di possesso a noi sono...): io tuttavia sono molto più forte e vigoroso di te. Ma tu sei ben nutrito/hai un bell'aspetto, mentre io sono tormentato dalla fame. La fortuna ti è favorevole, è stata invece a me nemica!. Il cane dimostrò in modo semplice il motivo della sua condizione: " guarda - disse - quella casa alle pendici del monte: lì vivo io e il mio compito è custodire la casa e i beni del padrone dai ladri. Il padrone stesso e sua moglie mi concedono pane, ossa e carne. Così senza grande fatica ogni giorno mi riempio la pancia. "Vieni dunque con me!". Anche a te gli uomini daranno lo stesso, se presterai il mio stesso servigio. Vieni quindi con me! Mentre procedono, il lupo vede al collo del cane una logora catena e gliene chiede la ragione. "Di giorno il padrone" risponde "mi lega con la catena perché mi riposi durante la giornata e vigli la notte; al crepuscolo vago slegato. Subito il lupo abbandonò il compagno, e se ne tornò nella foresta: rifiutò una vita comoda e salvò la libertà, la più cara fra tutte le cose.
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Aegrotabat Caecina Paetus maritus eius, aegrotabat et filius, uterque mortifere, ut videbatur. Filius decessit eximia pulchritudine pari verecundia, et parentibus non minus ob alia carus quam quod filius erat. Huic illa ita funus paravit, ita duxit exsequias, ut ignoraret maritus; quin immo quotiens cubiculum eius intraret, vivere filium atque etiam commodiorem esse simulabat, ac persaepe interroganti, quid ageret puer, respondebat; 'Bene quievit, libenter cibum sumpsit. ' Deinde, cum diu cohibitae lacrimae vincerent prorumperentque, egrediebatur; tunc se dolori dabat; satiata siccis oculis composito vultu redibat, tamquam orbitatem foris reliquisset. Praeclarum quidem illud eiusdem, ferrum stringere, perfodere pectus, extrahere pugionem, porrigere marito, addere vocem immortalem ac paene divinam: 'Paete, non dolet. ' Sed tamen ista facienti, ista dicenti, gloria et aeternitas ante oculos erant; quo maius est sine praemio aeternitatis, sine praemio gloriae, abdere lacrimas operire luctum, amissoque filio matrem adhuc agere.
Cecina Peto, suo marito, era malato, era malato anche suo figlio e tutt’e due in pericolo di morte, come sembra. Morì il figlio, di straordinaria bellezza, pari modestia, e per i genitori non meno caro per altri aspetti che per il fatto che era il figlio. Ella (così) preparò il funerale per il figlio e (così) condusse le esequie in modo che il marito restasse ignaro; che anzi, quante volte entrava nella sua stanza, tante volte fingeva che il figlio vivesse e (inoltre faceva) anche (credere) che stesse meglio, e rispondeva al marito che chiedeva spessissimo cosa faceva il ragazzo: "Ha riposato bene e ha mangiato volentieri". Poi, quando le lacrime a lungo trattenute avevano la meglio e sgorgavano, usciva; allora si abbandonava al dolore; sfogatasi, con occhi asciutti e volto ricomposto, tornava, come se avesse lasciato fuori (il dolore per) la mancanza. Senza dubbio famosissimo di lei quel gesto, impugnare l’arma, trafiggersi il petto, estrarre il pugnale, porgerlo al marito, aggiungere una frase immortale e quasi divina: "Peto, non fa male. Ma tuttavia, mentre ella lo faceva, le stavano davanti agli occhi la gloria e l’eternità; ma più grande di ciò è, senza il vantaggio dell’eternità, senza il vantaggio della gloria, nascondere le lacrime, celare il dolore e, perso il figlio, recitare ancora la madre.