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Rex Alexander, postquam ira mente decesserat, etiam ebrietate discussa, magnitudinem facinoris sera aestimatione perspexit... donec exercitus universi precibus exoratus est, ne ita mortem unius doleret, ut universos perderet.
Il re Alessandro, dopo che la collera si era dissipata dalla mente (e) dopo che si era dissipata anche l'ubriachezza, con una tarda valutazione comprese l'enormità del crimine (che aveva commesso) ed inizio a pentirsi della (suo) azione. Comprendeva che durante il banchetto era da lui stato ucciso il vecchio amico Clito, che allora aveva abusato di una smisurata franchezza, un uomo onorevole in guerra e, se non si vergognava ad ammetterlo, suo salvatore. Si doleva della turpe uccisione, gridando: «Me sciagurato, ormai il tempo è superato, mi pento tardi della mia scelleratezza!». Per tutta la stanza si propagava il sangue di Clito, poco prima convitato (del banchetto): le guardie, attonite e simili a chi è stupefatto, stavano lontano e la solitudine ospitava un pentimento più sincero. Ora Alessandro provava soprattutto fastidio della vita; quindi rivolse verso di sé la lancia, dopo averla estratto dal corpo di Clito, e l'aveva già avvicinata al petto, quando gli amici accorsero e gliela tolsero con forza dalle mani e, dopo averlo sollevato, lo portano nella tenda. Al pentimento si era aggiunto il ricordo della sua nutrice, sorella di Clito, alla quale, in cambio di tanti benefici, aveva dato un funerale così doloroso. Quasi folle, insistette nel digiuno per quattro giorni, finché fu supplicato dalle preghiere dell'intero esercito di non rammaricarsi della morte di un solo uomo per non distruggere tutti quanti.
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Tum repente imber grandinem incutiens torrentis modo effunditur ...nocti silvarum quoque umbra suppresserat.
Di colpo, un istante dopo la pioggia mista a grandine inondò la terra a modo di torrente. Dapprima i soldati l'accolsero riparandosi con le proprie armi; ma ormai le mani intirizzite non potevano sostenere le armi scivolose né essi stessi potevano stabilire in che direzione volgere il corpo, poiché da ogni parte la violenza della tempesta li investiva più intensa di quella che volevano evitare. Quindi a ranghi sparsi l'esercito si aggirava errabondo per tutto il passo; e molti, stremati prima dalla paura che dalla fatica, avevano abbandonato a terra i loro corpi, benché l'intensità del freddo avesse irrigidito la pioggia in duro ghiaccio. Altri si erano accostati ai tronchi degli alberi; per molti ciò fungeva sia da sostegno che da riparo. E non li ingannava il fatto che stessero scegliendo un luogo per la morte, poiché il calore vitale abbandonava chi restava immobile: ma il torpore dei corpi risultava gradito a chi era stremato, e non disdegnavano di morire abbandonandosi al riposo: infatti la violenza della tempesta li incalzava non solo impetuosa, ma anche incessante; e anche l'ombra delle selve, oltre alla tempesta, non dissimile alla notte, aveva soppresso la luce, sollievo naturale.
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Dum haec Amyntas agit, forte supervenerunt qui fratrem eius Polomonem, fugientem consecuti, vinctum reducebant......Amici quoque data misericordiae occasione cunsurgunt, flentesque regem deprecantur.
Mentre Aminta faceva queste cose, per caso sopraggiunsero coloro che conducevano in catene il fratello di lui Polemone, dopo averlo trovato mentre fuggiva. Era un giovane era nel primo fiore dell’età, che coloro che lo avevano inseguito catturarono abbandonato dai compagni e esitante nella decisione di ritornare o di fuggire. Costui allora cominciò a piangere e a percuotere il suo volto, triste non per la sua sorte, ma per quella dei fratelli che erano in pericolo. E aveva già commosso non solo l’assemblea, ma anche il re, ma c’era solo un suo implacabile fratello che guardandolo con un volto terribile: ”Allora” disse ”stolto, avresti dovuto piangere, quando hai incitato con gli speroni il cavallo, disertore dei fratelli e amico dei disertori. Disgraziato! Dove e da dove fuggivi? Hai fatto in modo che io, accusato di delitto capitale, usassi le parole dell’accusatore”. Quello diceva di aver sbagliato, ma più gravemente verso i fratelli che verso se stesso. Allora i soldati non trattennero né le lacrime né le acclamazioni. Una sola voce era emessa con uguale consenso affinché egli perdonasse de gli uomini innocenti e forti. Anche gli amici data l’occasione di misericordia si alzarono in piedi e piangendo pregarono il re.
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Alexander, contemptor mortis, omnis periculi et Persarum multitudinis, ad Euphratem pervenit; quo pontibus iuncto, equites primos ire, phalangem sequi iubet. Tum Mazaeus, qui ad inhibendum transitu eius cum sex milibus equitum occurrerat, veritus est, ne periculum adiret nec in Alexandri agmen impetum facere ausus est. Paucis deinde diebus, datis militibus non ad quietem, sed ad parandos animos, Alexander strenue hostem insequi coepit metuens, ne interiora regni sui Darius peteret sequendusque esset per loca deserta et vasta: nam non dubitabat, quin extrema inopia in itinere Macedonum exercitum affectura esset. Igitur quarto die praeter Armeniam ad Tigrim penetrat. Tota regio ultra amnem recenti fumabat incendio, quia Mazaeus omnia urebat. Ac primo caligine, quam fumus effuderat, obscurante lucem, insidiarum metu Alexander substitit; deinde, cum speculatores praemissi nuntiavissent omnia tuta esse, paucos equitum ad temptandum fluminis vadum praemisit.
Alessandro, sprezzante della morte, di ogni pericolo e della moltitudine dei persiani giunse all'Eufrate; dove collegato con dei ponti ordina che per primi passino i cavalieri e a seguire (o anche che seguino) la falange. Allora Mazeo, che gli si era parato innanzi per impedirgli il passaggio con sei mila tra i cavalieri, esitò, per non correre pericolo, né si azzardò a fare un assalto sull'esercito di Alessandro. Dopo pochi giorni dati ai soldati, non per il riposo ma per preparare gli animi, Alessandro iniziò ad inseguire il nemico valorosamente, affinché Dario non si dirigesse all'interno del suo regno e proseguisse attraverso luoghi deserti e smisurati: infatti non dubitava che l'esercito Macedone fosse afflitto nel viaggio da un'estrema mancanza di viveri. Quindi nel quarto giorno penetra oltre l'Armenia fino al Tigri. Tutto la regione dall'altra parte del fiume emetteva fumo per un incendio: poiché Mazeo, bruciava ogni cosa. E in un primo tempo Alessandro si fermò per la caligine che il fumo diffondeva, con la paura di imboscate per la caligine che il fumo aveva sparso oscurando la luce; poi quando gli esploratori mandati in avanscoperta annunciarono che ogni cosa era sicura, mandò pochi cavalieri a tentare il guado del fiume.
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Mos erat principibus amicorum et custodibus corporis excubare ante praetorium, quotiens adversa regi valetudo incidisset. Hoc tunc quoque more servato, universi cubiculum Alexandri intrant. Ille, sollicitus ne quid novi afferrent, percontatur num hostium repens nuntiaretur adventus. At Cratérus, cui mandatum erat ut amicorum preces perferret ad eum: « Credisne », inquit, « adventu magis hostium sollicitos nos esse, quam cura salutis tuae? Quantalibet vis omnium gentium conspiret in nos, impleat armis virisque totum orbem, classibus maria consternat, invisitatas beluas inducat, tu nos praestabis invictos. Quis igitur tibi superstes aut optat esse aut potest? Eo pervenimus, auspicium atque imperium secuti tuum, unde, nisi te reduce, nulli ad penates suos iter est. Quocumque iusseris ibimus. Obscura pericula et ignobiles pugnas nobis deposcimus; temet ipsum ad ea serva quae magnitudinem tuam capiunt. Cito gloria obsolescit in sordidis hostibus ».
Era usanza ai più autorevoli degli amici e alle guardie del corpo montare la guardia davanti alla tenda, tutte le volte che al re capitasse una situazione di salute avversa. Osservato anche allora quest’uso, tutti quanti entrano nella camera da letto di Alessandro. Egli preoccupato che portassero qualcosa di nuovo, chiede se mai si annunziasse un improvviso arrivo dei nemici. Allora Cratero, a cui era stato affidato l’incarico di riferire a lui le preghiere degli amici. Disse: «Credi forse che noi siamo più preoccupati per l’arrivo dei nemici, che per la cura della tua salute? Per quanto grande sia la forza di tutte le genti che cospiri contro di noi, che riempia di armi e di uomini tutta la terra, che ricopra i mari di flotte, che spiga contro di noi animali non ancora visti, tu ci renderai invincibili. Chi infatti desidera sopravvivere a te o può? Siamo giunti a tal punto, avendo seguito il tuo auspicio e la tua autorità, dal quale nessuno possiede la strada verso i propri dèi patrii. Andremo dovunque tu ci comanderai. Reclamiamo per noi pericoli nascosti ed ingloriose battaglie: tu conservati per quelle che contengono la tua grandezza. Presto la gloria svanisce tra ignobili nemici».(by Stuurm)