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versione clari fontes pag. 83 n11
Vobiscum", inquit, "o iuvenes, et mei aequales, urbium invictarum ante me munimenta superavi, montium iuga perenni nive obruta emensus sum, angustias Ciliciae intravi, Indiae sine lassitudine vim frigoris sum perpessus: et mei documenta vobis dedi, et vestra habeo. Petra, quam videtis, unum aditum habet, quem Barbari obsident; cetera neglegunt: nullae vigiliae sunt, nisi quae castra nostra spectant.
Invenietis viam, si sollerter rimati fueritis aditus ferentis ad cacumen. Nihil tam alte natura constituit, quo virtus non possit eniti. Experiendo quae ceteri desperaverint, Asiam habemus in potestate. Evadite in cacumen; quod cum ceperitis, candidis velis signum mihi dabitis; ego copiis admotis hostem in nos a vobis convertam. Praemium erit ei, qui primus occupaverit verticem, talenta X; uno minus accipiet qui proximus ei venerit; eademque ad decem homines servabitur portio. Certum autem habeo vos non tam liberalitatem intueri meam quam voluntatem. " His animis regem audierunt ut iam cepisse verticem viderentur; dimissique ferreos cuneos, quos inter saxa defigerent, validosque funes parabant
fissandoli il re disse: “O giovani e miei coetanei, assieme a voi ho superato le difese di città mai sconfitte prima di me, ho attraversato passi di montagne ostruiti da neve perenne, sono penetrato attraverso le strettoie della Cilicia, ho sopportato senza stancarmi la violenza del freddo dell’India: e ho dato a voi esempi di me e ne ho di vostri. La rupe che vedete ha un'unica via d’accesso, che i Barbari presidiano; le altre le trascurano: non vi sono sentinelle, se non quelle che guardano il nostro accampamento. Troverete una strada, se cercherete attentamente gli accessi che portano alla vetta. Nulla la natura ha posto così in alto, che il coraggio non possa scalare. Tentando ciò che altri non hanno avuto l’ardire di tentare, teniamo l’Asia in nostro potere. Portatevi sulla vetta; quando l’avrete presa, mi farete un segnale con drappi bianchi; io, spostando le truppe, distoglierò su di noi l’attenzione del nemico. Vi sarà un premio per colui che per primo raggiungerà la vetta: dieci talenti; uno in meno riceverà quello che arriverà subito dopo di lui; e così di seguito fino al decimo uomo. So per certo che voi guardiate non tanto alla mia generosità quanto alla mia volontà. ” Essi ascoltarono il re con tale stato d’animo che sembrava che già avessero conquistato la vetta; e una volta congedati, si misero a preparare i cunei di ferro da piantare tra le rocce e robuste funi.
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Alexander, ut supra dictum est, inhibito suorum impetu ad Lycum amnem pervenerat, ubi ingens multitudo fugientium oneraverat pontem, et plerique, cum hostis urgeret, in flumen se praecipitaverant gravesque armis et proelio ac fuga defetigati gurgitibus hauriebantur. Iamque non pons modo fugientes, sed ne amnis quidem capiebat agmina sua inprovide subinde cumulantis; quippe, ubi intravit animos pavor, id solum metuunt quod primum formidare coeperunt. Alexander, instantibus suis ne inpune abeuntem hostem intermitteret sequi hebetia esse tela et manus fatigatas tantoque cursu corpora exhausta et praeceps in noctem diei tempus causatus est; re vera, de laevo cornu, quod adhuc in acie stare credebat, sollicitus reverti ad ferendam opem suis statuit. Iamque signa converterat, cum equites a Parmenione missi illius quoque partis victoriam nuntiant. Sed nullum eo die maius periculum adiit quam dum copias reducit in castra. Pauci eum et incompositi sequebantur ovantes victoria, —quippe omnes hostes aut in fuga effusos, aut in acie cecidisse credebant, —cum repente ex adverso apparuit agmen equitum, qui primo inhibuere cursum, deinde Macedonum paucitate conspecta turmas in obvios contiaverunt. Ante signa rex ibat, dissimulato magis periculo quam spreto; nec defuit ei perpetua in dubiis rebus felicitas: namque praefectum equitatus avidum certaminis et ob id ipsum incautius in se ruentem hasta transfixit; quo ex equo lapso, proximum ac dein plures eodem telo confodit. Invasere turbatos amici quoque; nec Persae inulti cadebant: quippe non universae acies quam hae tumultuariae manus vehementius iniere certamen. Tandem Barbari, cum obscura luce tutior fuga videretur esse quam pugna, dispersis agminibus abiere. Rex extraordinario periculo defunctus incolumis quos reduxit in castra.
Alessandro, come si è detto prima, dopo aver trattenuto l’assalto dei suoi, era arrivato al fiume Lico, dove una gran folla di fuggitivi si era ammassata sul ponte e parecchi, poiché il nemico li incalzava, si erano gettati in acqua e, sotto il peso delle armi e stremati per la battaglia e la fuga, venivano inghiottiti dai flutti. Ormai non solo il ponte, ma nemmeno il fiume conteneva i fuggitivi, che avventatamente e da ogni dove si ammassavano gli uni sugli altri; infatti, quando il panico si impossessa dell’animo, si ha paura solo di ciò che si è iniziato a temere per primo. Alessandro, a quelli che lo invitavano a non interrompere l’inseguimento di un nemico che fuggiva impunemente, obiettò che le armi erano spuntate, le braccia stanche e le membra esauste da una così pesante marcia e soprattutto ormai incombeva la notte; in verità, preoccupato per l’ala sinistra, che credeva stesse ancora combattendo, decise di tornare indietro per portare aiuto ai suoi. E già aveva fatto voltare le insegne, quando i cavalieri inviati da Parmenione gli annunziarono la vittoria anche di quella parte. Ma in quel giorno non andò incontro a nessun pericolo maggiore di quando riportò le truppe nell’accampamento. Inneggiando alla vittoria, pochi uomini lo seguivano in ordine sparso, giacché credevano che tutti i nemici fossero stati volti in fuga o fossero caduti sul campo, quando all’improvviso di fronte ad essi apparve un gruppo di cavalieri, che dapprima si arrestarono, quindi, accortisi dell’esiguità dei Macedoni, si slanciarono contro di loro. Il re cavalcava davanti alle insegne, più dissimulando che sprezzando il pericolo; e non gli venne meno la consueta fortuna nelle circostanze difficili: infatti trafisse con la lancia il comandante della cavalleria, desideroso di combattere, e per questo gettatosi alquanto avventatamente contro di lui; dopo averlo disarcionato, con la stessa arma uccise quello più vicino e quindi parecchi altri. Anche gli amici si gettarono su quelli che erano rimasti sconcertati; né i Persiani cadevano invendicati: infatti gli interi eserciti non intrapresero il combattimento con maggior impeto di questi manipoli improvvisati. Alla fine i Barbari, quando a causa dell’oscurità la fuga sembrava essere più sicura della battaglia, si ritirarono a ranghi dispersi. Il re, uscito incolume da questo pericolo fuori programma, riportò i suoi nell’accampamento
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Alexandro in tabernaculum relato, medici lignum sagittae infixae corpori abscidunt, ne spiculum moveretur. Corpore deinde nudato animadverterunt hamos inesse telo nec aliter id posse extrahi, nisi vulnus augendo. Ceterum medici verebantur ne effluvium sanguinis efficerent corpus secundo, quippe cum ingens telum in viscera penetravisset. Cristobulus medicis artis eximiae, sed territus in tanto periculo, metuebat ne infelix exitus sectionis in eius caput recideret. Lacrimantem eum ac metuentem et sollecitudine propemodum exanguem rex conspexerat: "quid expectas?-inquit-cur quamprimum hoc dolore me meriturum non liberas? An times, ne reus sis, cum insanabile vulnus acceperim?" Tum Cristobulus tandem, vel finito vel dissimulato metu, spiculum evellere coepit. igitur patefacto latius vulnere et spiculo evulso, ingens vis sanguinis manare coepit et rex animo linquitur. Cumque profluvium medicamentis frustra inhiberent, oritur clamor et ploratus amicorum credentium regem exspirasse. Tande, constituit sanguis paulatimque rex animum recepit et circumstantes coepit adgnoscere.
Riportato Alessandro nella tenda, i medici tagliano l'asta della freccia conficcata nella carne. Avendo denudato il corpo, videro che c'erano degli uncini nella freccia e che altrimenti essa non poteva essere estratta, fuorchè aprendo ulteriormente la ferita. D'altronde i medici temevano di creare tagliando il corpo la fuoriuscita di sangue senza dubbio essendo un'ingente lancia penetrata nelle viscere. Critobulo medico di straordinaria capacità, ma spaventato in tanto pericolo, temeva che l'infelice esito dell'operazione ricadesse sulla sua testa. Il re aveva osservato che temeva e lacrimava, disse: "Che cosa aspetti? Perchè non liberi me che sto per morire al più presto da questo dolore? O temi di essere colpevole avendo io ricevuto una ferita inguaribile?" Allora Critobulo infine, o abbandonato a nascosto il dolore, iniziò ad estrarre a freccia. Allora aperta la ferita, ed estratta la freccia e una grande quantità di sangue iniziò a sgorgare il re svenne. E poiché invano cercavano di trattenere l'emorragia con medicamenti, comincia il lamento e il pianto degli amici. Infine il sangue si fermò e a poco a poco il re si riprese e cominciò a riconoscre i circostanti.
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Alexandro in tabernaculum relato, medici lignum sagittae infixae corpori abscidunt, ne spiculum moveretur. Corpore deinde nudato animadverterunt hamos inesse telo nec aliter id posse extrahi, nisi vulnus augendo. Ceterum medici verebantur ne effluvium sanguinis efficerent corpus secundo, quippe cum ingens telum in viscera penetravisset. Cristobulus medicis artis eximiae, sed territus in tanto periculo, metuebat ne infelix exitus sectionis in eius caput recideret. Lacrimantem eum ac metuentem et sollecitudine propemodum exanguem rex conspexerat: "quid expectas?-inquit-cur quamprimum hoc dolore me meriturum non liberas? An times, ne reus sis, cum insanabile vulnus acceperim?" Tum Cristobulus tandem, vel finito vel dissimulato metu, spiculum evellere coepit. igitur patefacto latius vulnere et spiculo evulso, ingens vis sanguinis manare coepit et rex animo linquitur. Cumque profluvium medicamentis frustra inhiberent, oritur clamor et ploratus amicorum credentium regem exspirasse. Tande, constituit sanguis paulatimque rex animum recepit et circumstantes coepit adgnoscere.
Riportato Alessandro nella tenda, i medici tagliano l'asta della freccia conficcata nella carne. Avendo denudato il corpo, videro che c'erano degli uncini nella freccia e che altrimenti essa non poteva essere estratta, fuorchè aprendo ulteriormente la ferita. D'altronde i medici temevano di creare tagliando il corpo la fuoriuscita di sangue senza dubbio essendo un'ingente lancia penetrata nelle viscere. Critobulo medico di straordinaria capacità, ma spaventato in tanto pericolo, temeva che l'infelice esito dell'operazione ricadesse sulla sua testa. Il re aveva osservato che temeva e lacrimava, disse: "Che cosa aspetti? Perchè non liberi me che sto per morire al più presto da questo dolore? O temi di essere colpevole avendo io ricevuto una ferita inguaribile?" Allora Critobulo infine, o abbandonato a nascosto il dolore, iniziò ad estrarre a freccia. Allora aperta la ferita, ed estratta la freccia e una grande quantità di sangue iniziò a sgorgare il re svenne. E poiché invano cercavano di trattenere l'emorragia con medicamenti, comincia il lamento e il pianto degli amici. Infine il sangue si fermò e a poco a poco il re si riprese e cominciò a riconoscre i circostanti.
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Alexandro, Philippi filio, magna audacia ac rei militaris peritia fuerunt: iuvenis enim cum patre contra Graecos admirabili cum virtute pugnaverat hostiumque manus debellaverat. Post patris mortem Graecarum civitatum legatos Corinthum convocavit bellumque contra Persas indixit. Persarum rex tunc Dareus erat immensumque imperium regebat, sed otium mollitiesque valde militum vires enervaverant. Alexander igitur Macedoniae regimen Antipatro committit et primis veris diebus cum parvo sed strenuo exercitu in Asiam velificat. Contra Dareum multa gessit proelia semperque victor fuit. In omnibus pugnis clara fortitudinis et virtutis exempla Graecis atque hostibus praebuit magnaque patravit. Omnia castra ac frequentia oppida expugnavit et postremo Babyloniam, Asiae caput, occupavit. Interim Dareus, dolosi prinicipis fraude, vita amisit omnesque Asiae urbes in Alexandri potestatem venerunt
Alessandro figlio di Filippo ebbe grande audacia e abilità con i militari del re: infatti il giovane aveva combattuto con virtu il sovrano contro gli ammirabili greci e aveva annientato la schiera dei nemici. dopo la morte del sovrano dei greci il primo cittadino convocò a corinto una battaglia e si proclamò contro la persia. dario era allora il re dei persiani e reggeva un immenso impero, ma i soldati indebolivano fortemente la pace e la dolcezza. Alessandro dunque assegnò la direzione della Macedonia ad antipatro e con un piccolo ma coraggioso esercito navigava in Asia. Contro dario sostenne numerosi combattimenti e fu sempre vittorioso. In ogni battaglia offrì chiare forze e virtt (simili) al modello dei greci e dei nemici e concluse con violenza. tutti gli accampamenti e le città affollate espugnò e infine occupò babilonia, capitale dell'asia. nel frattempo dario perse la vita e tutte le città dell'asia vennero in potere in alessandria.