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Isson deinde rex copias admovit; ubi consilio habito utrumne ultra progrediendum foret, an ibi opperiundi essent novi milites quos ex Macedonia adventare constabat, Parmenio non alium locum proelio aptiorem esse censebat: "quippe illic utriusque regis copias numero futuras pares, cum angustiae multitudinem non caperent: planitiem ipsis camposque esse vitandos, ubi circumiri, ubi ancipiti acie opprimi possent. Timere ne non virtute hostium, sed lassitudine sua vincerentur. Persas recentes subinde successuros, si laxius stare potuissent. " Facile ratio tam salubris consilii accepta est. Itaque inter angustias saltus hostem opperiri (alexander) statuit.
Il re poi trasportò le milizie ad Isso: Qui si tenne un consiglio per decidere se fosse più opportuno continuare la marcia oppure attendere i nuovi soldatii che risultava stessero arrivando dalla Macedonia; Parmenione non riteneva altro luogo più adatto di questo per la battaglia: infatti lì le truppe di entrambi i re sarebbero state pari come numero, poiché la ristrettezza del luogo non poteva contenere una moltitudine di soldati. Essi dovevano evitare la pianura e il campo aperto, dove potevano esser circondati ed assaliti da schiere su fronti opposti: egli temeva la sconfitta non grazie al valore dei nemici, ma a causa della propria stanchezza: le truppe fresche persiane avrebbero facilmente vinto, se avessero potuto combattere in campo aperto. Queste considerazioni così sagge furono immediatamente accolte e così Alessandro decise di affrontare il nemico tra le balze e le strettoie.
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Aegyptii olim Persarum opibus infensi - quippe avare et superbe imperitatum sibi esse credebant - ad spem adventus eius erexerant animos, utpote qui Amyntam quoque transfugam et cum precario imperio venientem laeti recepissent. Igitur ingens multitudo Pelusium, qua intraturus videbatur, convenerat. Atque ille septimo die, postquam a Gaza copias moverat, in regionem Aegypti, quam nunc Castra Alexandri vocant, pervenit. Deinde pedestribus copiis Pelusium petere iussis ipse cum expedita delectorum manu Nilo amne vectus est. Nec sustinuere adventum eius Persae defectione quoque perterriti. Iamque haud procul Memphi erat; in cuius praesidio Mazaces, praetor Darei, relictus aurum omne supra octingenta talenta Alexandro omnemque regiam supellectilem tradidit. A Memphi eodem flumine vectus ad interiora Aegypti penetrat compositisque rebus ita, ut nihil ex patrio Aegyptiorum more mutaret, adire Iovis Hammonis oraculum statuit
Gli Egiziani, da tempo ostili alla potenza persiana, dal momento che ritenevano che fosse stata esercitata su di essi una dominazione superba ed esosa, avevano aperto il proprio animo alla speranza del suo arrivo, al punto che avevano avevano accolto felici anche Aminta che veniva da disertore e con una incerta autorità. Quindi una gran folla era accorsa a Pelusio, da dove sembrava che il re sarebbe entrato. Ed egli, dopo sette giorni che aveva mosso le truppe da Gaza, giunse nella regione d’Egitto che adesso chiamano ‘Campo di Alessandro’. Quindi, dopo aver ordinato alle truppe di terra di dirigersi verso Pelusio, egli stesso, con uno scelto manipolo di armati alla leggera, navigò sul fiume Nilo. E i Persiani, spaventati anche dalla defezione, non attesero il suo arrivo. Egli era ormai non lontano da Menfi: e Mazace, governatore di Dario, lasciato a suo presidio, consegnò ad Alessandro tutto l’oro, oltre ad ottocento talenti e tutto l’arredo regale. Navigando sullo stesso fiume, si spinse da Menfi fino alle regioni interne dell’Egitto e dopo aver organizzato le cose in modo da non cambiar nulla del costume tradizionale degli Egizi, decise di recarsi all’oracolo di Giove Ammone.
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Versione da LITTERA LITTERAE N. 5 PAGINA 341
Persae, comis suo more detonsis, in lugubri veste cum coniugibus ac liberis non ut victorem et hostem, sed ut gentis suae iustissimum regem vero desiderio Alexandrum lugebant. Adsueti sub rege vivere, non alium, qui imperaret ipsis, digniorem fuisse confitebantur. Nec muris urbis luctus continebatur, sed magnam partem Asiae tanti mali fama pervaserat. Ad Darei quoque matrem celiter perlata est. Ascissa ergo veste, qua inducta erat, lugubrem sumpsit laceratisque crinibus humi corpus abiecit. Illa suam, illa neptium vicem flebat. Crederes modo amissum Dareum et pariter miserae duorum filiorum exequias esse ducendas! Ad ultimum dolori succubuit, obvolutoque capite, cibo pariter abstinuit et luce. Quinto, postquam mori statuerat, die exstincta est. Magnum documentum Alexandri indulgentiae in eam iustitiaeque in omnes captivos est mors huius, quae, cum sustinuisset post Dareum vivere, Alexandro esse superstes erubuit.
Con i capelli rasati secondo il loro costume, i persiani, in lugubre vesti piangevano Alessandro con le mogli ed i figli, con vero rimpianto non come un vincitore e un nemico, ma come il più legittimo re del loro popolo. Abituati a vivere sotto un re, confessavano che nessun altro era stato più degno di comandare su di loro. E il lutto non era confinato entro le mura della città, ma la notizia di tanta disgrazia aveva percorso gran parte dell’Asia. Anche alla madre di Dario fu recata (la notizia) celermente. Allora, strappatesi la veste di cui era abbigliata, (ne) indossò una a lutto e strappatisi i capelli si gettò per terra. Ella piangeva il suo destino e quello delle nipoti. Avresti pensato che Dario fosse morto da poco e che la poverina dovesse celebrare anche i funerali dei due figli! Alla fine cedette al dolore, e velatosi il capo si astenne sia dal cibo che dalla luce. Dopo quattro giorni che aveva deciso di morire, morì. È un grande esempio dell’indulgenza di Alessandro verso di lei e di giustizia verso tutti i prigionieri la morte di questa, che, pur avendo sopportato di vivere dopo Dario, si vergognò di sopravvivere ad Alessandro
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Aquarum penuria prius desperatione quam desiderio bibendi sitim accendit. Per CCCC stadia ne modicus quidem humor existit. Harenas vapor aestivi solis accendit; quae ubi flagrare coeperunt, haud secus quam continenti incendio cuncta torrentur. Caligo deinde inmodico terrae fervore excitata lucem tegit, camporumque non alia qua vasti et profundi aequoris species est. Nocturnum iter tolerabile videbatur, quia rore et matutino frigore corpora levabantur. Ceterum cum ipsa luce aestus oritur, omnemque naturalem absorbet humorem siccitas; ora visceraque penitus uruntur. Itaque primum animi, deinde corpora deficere coeperunt; pigebat et consistere et progredi. Pauci a peritis regionis admoniti praepararunt aquam; haec paulisper repressit sitim; deinde crescente aestu rursus desiderium humoris accensum est. Ergo, quidquid vini oleique erat omnibus, ingerebatur; tantaque dulcedo bibendi fuit, ut in posterum sitis non timeretur. Graves deinde avide hausto humore non sustinere arma, non ingredi poterant.
La mancanza d’acqua suscitava la sete più per disperazione di trovarne che per l’effettivo desiderio di bere. Per quattrocento stadi non vi era nessuna traccia di acqua. La vampa del sole estivo rendeva incandescente la sabbia, ed ogni cosa veniva arsa, quando essa cominciava a bruciare, proprio come in un ininterrotto incendio. Quindi la nebbia, provocata dall’eccessivo calore, del suolo, celava la luce, e l’aspetto delle pianure non è altro che quello di una vasta e profonda distesa d’acqua. La marcia notturna pareva sopportabile, dato che i corpi trovavano ristoro nella rugiada e nel fresco del mattino. Per il resto il calore sorgeva assieme alla stessa luce, e l’arsura assorbiva tutta l’umidità naturale; i volti e le viscere erano quasi inariditi. Pertanto cominciavano a venir meno dapprima gli animi, quindi i corpi; era penoso sia fermarsi che andare avanti. Pochi, ammoniti da coloro che conoscevano il luogo, avevano portato provviste d’acqua; queste per un po’ placarono la sete; quindi, per il crescente calore, si riaccendeva il desiderio di acqua. Quindi ognuno ingurgitava il vino e l’olio che aveva con sé; e tale era il sollievo nel bere, che non si aveva paura della sete per l’indomani. Quindi, appesantiti per il liquido ingoiato avidamente, non riuscivano a reggere le armi, non potevano proseguire
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. Ac primo quidem et sequente die tolerabilis labor visus, nondum tam vastis nudisque solitudinibus aditis, iam tamen sterili et emoriente terra. Sed ut aperuere se campi alto obruti sabulo, haud secus quam profundum aequor ingressi, terram oculis requirebant: nulla arbor, nullum culti soli occurrebat vestigium; aqua etiam defecerat, quam utribus cameli vexerant, et in arido solo ac fervido sabulo nulla erat. Ad hoc sol omnia incenderat, siccaque et adusta erant ora, cum repente, sive illud deorum munus sive casus fuit, obductae caelo nubes condidere solem, ingens aestu fatigatis, etiam si aqua deficeret, auxilium. Enimvero, ut largum quoque imbrem excusserunt procellae, pro se quisque excipere eum, quidam ob sitim inpotentes sui ore quoque hianti captare coeperunt
Ma il primo giorno e quello successivo, la fatica apparve sopportabile, in quanto non si erano ancora inoltrati in tanto vasti ed aridi deserti, pur essendo già la terra sterile ed inaridita. Ma quando si offrirono davanti a loro le superfici ricoperte di profonda sabbia, cercavano con gli occhi la terra, così come se si fossero avventurati in alto mare. Non appariva nessun albero, nessuna traccia di suolo coltivato. Era finita pure l’acqua, che i cammelli avevano portato in otri, e non ve n’era nell’arido suolo e nella sabbia rovente. Inoltre il sole aveva bruciato tutto e i volti erano secchi ed ustionati, quando all’improvviso – sia stato un dono degli dèi o un caso fortuito – delle nuvole allungatesi nel cielo nascosero il sole, grande sollievo per essi stremati dal caldo, anche se non avesse dato conforto con l’acqua. Ma quando il temporale fece scaturire anche una pioggia abbondante, ognuno ne raccolse per sé, mentre alcuni, fuor di sé per la sete, cominciarono anche a dissetarsi a bocca aperta.