- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LECTIO BREVIOR - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Bacchum, Iovis et Semelis filium, a nymphis educatum esse tradunt...Hos feros comites poetae deo tribuebant, quia vinum ira et furore homines incendit et simillimos beluis reddit.
Narrano che Bacco, figlio di Giove e Semele, fu educato dalle ninfe, alle quali (Giove) aveva affidato il fanciullo da allevare fin dalla tenera età, in modo tale da nascondere l'adulterio alla moglie Giunone. Non appena Crebbe, uscì fuori di senno e percorse l'universo, devastando ogni cosa. Dopo che in verità ritornò alla normalità, progredendo con un grande esercito in India, assoggettò molto facilmente quella regione. Allora si dice che si guadagnò il bene dai mortali, imponendo per primo il giogo alle bestie ed unendo i buoi all'aratro; coltivando anche per primo la vite sui colli esposti al sole, che aveva scoperto per caso da giovane, insegnando agli uomini la pratica del vino. Per questo beneficio gli uomini a lui riconoscenti solevano immolare ogni anno un capro, perché soleva corrodere le gemme alle viti. aveva sacra l'edera, con la quale si diceva che spesso appariva cinto sul capo. portava nella mano destra la lancia ornata di pampini, che viene detta tirso e viaggiava sempre su un carro che le tigri trainavano. i poeti attribuivano alla divinità questi feroci compagni, dato che il vino accende gli uomini d'ira e di furore e li rende molto simili alle belve.
(By Maria D. )
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LECTIO BREVIOR - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Senatus quin exterarum gentium legationes audiret non recusavit, cum impedire vellet ne Antiochus, Syriorum rex, Alexandria potiretur. Primi Alexandrini legati vocati sunt a Ptolomaeo et Cleopatra missi, qui ne libertatem amitterent timebant. Antiochus, qui hospes Romae fuerat, per honestam speciem maioris Ptolomaei reducendi in regnum, cum minore frate eius, tum Alexandriam tenente, bellum gerebat; quin etiam, tumultuario opere ponte per Nilum facto exercituque transducto, paulum afuit, quin urbem occuparet. Legati questum venerant et oratum, ne senatus opem ferre dubitaret. Dicebant enim ea merita populi Romani in Antiochum, eam apud omnes reges gentesque auctoritatem esse, ut, si Antiochum revocassent, se dubitare non posse, quin Antiochus extemplo abscessurus esset a moenibus Alexandriae abducturusque exercitum in Syriam esset. Moti patres precibus eorum, statim legatos Alexandriam miserunt, a quibus Antiochus bellum producere prohibitus est.
Il senato non rifiutò di ascoltare le ambascerie delle popolazioni straniere, poiché voleva impedire che Antioco, re dei Siriani, s’impadronisse di Alessandria. Furono chiamati per primi gli ambasciatori alessandrini, mandati da Tolomeo e Cleopatra, che temevano di perdere la libertà. Antioco, che era stato ospite a Roma, con il pretesto di rimettere sul trono Tolomeo Maggiore, sosteneva una guerra contro il fratello minore di lui, che allora occupava Alessandria; e anzi mancò poco che, costruito un ponte sul Nilo con un lavoro fatto in fretta e trasportato al di là l’esercito, prendesse la città. Gli ambasciatori erano giunti per lamentarsi e pregare (supini attivi con valore finale) che il senato non esitasse a portare aiuto. Dicevano infatti che tali erano i meriti del popolo romano verso Antioco, tale era l'autorità presso tutti i re e tutti i popoli, che, se essi (i Romani) avessero richiamato Antioco, essi (gli ambasciatori alessandrini) non potevano dubitare, che Antioco immediatamente si sarebbe allontanato dalle mura di Alessandria ed avrebbe ricondotto l’esercito in Siria. I senatori convinti dalle loro preghiere, immediatamente mandarono ad Alessandria ambasciatori, dai quali fu proibito ad Antioco di continuare la guerra.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LECTIO BREVIOR - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Minerva, cum tibias ex osse cervino fecisset, venit ad convivium deorum ut eos cantu delectaret. Sed, cum buccas inflaret ut in tibias insufflaret, Iuno et Venus eam irridebant, quia foedum os eius videbatur. Quare, cum in Idam silvam ad fontem fugisset, se ab oculis irridentium subactura, et suas buccas inflatas in aquarum speculo vidisset, tibias abiecit quo facilius cantu abstineret. Quas tibias Marsias, Oeagri filius, unus e satyrorum turba, invenit et collegit ut ad cantum adhiberet. Sic faciendo sonum suaviorem in dies faciebat. In quo cum mirabiliter processisset, ad secum certandum cantu Apollinem provocavit. Venit certatum Apollo et Musas invitavit ut iudices certaminis essent. Suavissimum sonum deus ex cithara elicuit et, cum victor evasisset, ne ultro superbia adrogantiaque adversarii maior fieret, eum ad arborem deligavit et quendam Scytham arcessit qui eum membratim cute separaret. Cruor ater, qui ex corpore miseri profluit, flumen efficit, quod incolae eius regionis ad perpetuam memoriam facti Marsiam appellavere.
Minerva, avendo ricavato un flauto da ossa di cervo, si recò al banchetto degli dèi, per dilettarli col (proprio) canto. Ma quando gonfiava le gote per soffiare nel flauto, Giunone e Venere si prendevano gioco di lei [poiché le fattezze del suo viso apparivano deformate. Ragion per cui, fuggita nella selva dell’Ida, presso una fonte, per sottrarsi alla vista delle denigratrici, avendo notato, nello specchio d’acqua (della fonte), (che) le proprie gote (erano effettivamente) gonfiate (per lo sforzo), gettò il flauto per sfuggire più facilmente alla tentazione di cantare. Marsia, uno dei Satiri, figlio di Eagro, trovò e raccolse il flauto, per esercitarsi al canto. Così facendo, riusciva a modulare, di giorno in giorno, un suono (sempre) più dolce. Divenuto particolarmente bravo, (Misia) sfidò Apollo a contendere con lui in una gara di canto. Apollo venne per cantare e invitò le Muse a far da giudici della competizione. Il dio stillò dalla cetra una dolcissima melodia e, riuscito vincitore, per impedire che, immotivatamente, la superbia e l’arroganza dell’avversario crescessero, lo legò ad un albero e mandò a chiamare un tale di Scizia ché lo scuoiasse, un membro dopo l’altro. Il nero sangue, che uscì a fiotti dal corpo del malcapitato, andò a formare un corso d’acqua, che gli abitanti di quella zona, ad eterna memoria dell’avvenimento, chiamarono “Marsia”. Marsia, figlio di Eagro, uno del corteo dei Satiri, trovò questo flauto e lo prese per usarlo per suonare. Così facendo rendeva di giorno in giorno il suono più dolce. Essendo andato avanti mirabilmente in questa cosa sfidò Apollo a gareggiare con lui nell'abilità di musico. Venne a gareggiare Apollo e chiamò le Muse perché fossero giudici della gara. Il dio produsse un suono dolcissimo dalla lira e, riuscito vincitore, affinché la superbia e l’arroganza dell’avversario non diventassero maggiori, lo legò a un albero e fece venire uno Scita per scorticarlo pezzo a pezzo. Il nero sangue, che fluì dal corpo del disgraziato, formò un fiume, che gli abitanti di quella regione a perpetua memoria di quel fatto chiamarono Marsia.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LECTIO BREVIOR - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Un generale sotto inchiesta
versione latino Livio traduzione libro Lectio Brevio
Quintus Metellus, sententiam rogatus, respondit sibi placere Marcum praetorem, cui Sicilia provincia sorte evenisset, in provinciam proficisci et consules ex senatu decem legatos, quos illis videretur, legere, qui cum praetore et duobus tribunis militum mitterentur ad investigandum id quod Scipio fecisset. Dicebat, si ea, de quibus Locrenses quererentur, iussu aut voluntate Scipionis facta esse reperirentur, eum Romam revocandum esse. Si forte iam in Africam traiecisset, suadebat (consigliava) ut tribuni plebis cum duobus legatis, quos maxime idoneos censuissent, in Africam proficiscerentur ut Scipionem inde reducêrent, et legati interim exercitui praeessent donec novus imperator ad exercitum venisset. Sin (Se invece) legati comperissent Scipionem innocentem esse, censebat ut ad exercitum maneret bellumque, ut proposuisset (secondo il suo piano strategico), gereret.
Q. Metello, richiesto del parere, rispose che gli sembrava opportuno che il pretore Marco, cui era toccata in sorte la provincia della Sicilia, partisse per la provincia e i consoli fra i senatori scegliessero dieci legati, quelli che a loro pareva, perché con il pretore e i due tribuni militari fossero inviati ad investigare su quanto Scipione aveva fatto. Diceva che, qualora si scoprisse che quelle cose, di cui si lamentavano i Locresi, erano state fatte per comando o volontà di Scipione, doveva essere richiamato a Roma. Se per caso già fosse passato in Africa, consigliava che i tribuni della plebe con 2 legati, quelli che avessero giudicati più idonei, partissero per l'Africa per ricondure indietro da lì Scipione e i legati nel frattempo fossero a capo dell'esercito finché non fosse arrivato dall'esercito il nuovo comandante. Se invece i legati avessero constatato l'innocenza di Scipione stabiliva che restasse presso l'esercito e gestisse la guerra, secondo il piano propostosi
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LECTIO BREVIOR - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Supremo die vitae, cum facile posset edüci e custodia, Socrates noluit, et paene iam in manu tenens mortiferum illud poculum, ita locutus est ut non ad mortem tradi, verum etiam ad caelum videretur ascendere. Ita enim censebat itaque disseruit: duas esse vias duplicesque cursus animorum e corpore excedentium. Nam qui se humanis vitiis contaminavissent et se totos libidinibus dedissent, quibus caecati vel domesticis vitiis atque flagitiis se inquinavissent vel republica violanda fraudes inexpiabiles concepissent, iis devium quoddam iter esse, seclusum a concilio deorum; qui autem se integros castosque servavissent, quibus fuisset minima cum corporibus contagio essentque in corporibus humanis vitam imitati deorum, iis ad illos, a quibus essent profecti, reditum facile patëre. Itaque commemorat ut cygni, qui non sine causa Apollini dicati sint, sed quod ab eo divinationem habere videantur, qua providentes quid boni in morte sit, cum cantu et voluptate moriantur, sic omnibus bonis et sapientibus esse faciendum.
Nell'ultimo giorno di vita, benché potesse essere facilmente fatto scappare dalla prigione, Socrate non volle/non accettò e, quasi già tenendo in mano quella tazza mortale, parlò come se non dovesse essere consegnato alla morte, ma piuttosto come se fosse visto ascendere al cielo. Così infatti credeva e così spiegò: sono due le strade e duplice il percorso delle anime che escono dal corpo. Infatti coloro che si sono contaminati con i vizi umani e si sono dedicati completamente ai piaceri, accecati con i quali o con i vizi privati e si sono macchiati con misfatti o hanno architettato frodi imperdonabili per violare lo Stato, o coloro che hanno intrapreso un percorso in qualche modo sbagliato, separato dall'assemblea degli dei; ma coloro che si sono conservati casti ed integri, per il quali ci fu un minimo contagio con i corpi e che hanno imitato nei corpi umani la vita degli dei, a loro si apre con facilità il ritorno a coloro dai quali sono partiti. E così rammenta che i cigni, che non senza una ragione sono dedicati ad Apollo, ma che da lui sembrano aver tratto la facoltà di predire il futuro (divinationem), con la quale prevedono ciò che c'è di buono nella morte, muoiono con il canto e con la gioia, come deve essere fatto da tutti i buoni e sapienti.
- Agguato teso ai Catilinari al Ponte Milvio - Lectio brevior versione latino Sallustio
- L'imperatore Giuliano sul letto di Morte - LECTIO BREVIOR Ammiano Marcellino
- Non bisogna lasciare impuniti i pirati - LECTIOR BREVIOR Cicerone
- Istituzione di un rito propiziatorio - Lectio Brevior versione latino Livio