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Hannibal tarento per proditionem potitus est. In eam rem tredecim iuvenes nobiles tarantini conspiraverant. Hi, noctu, per speciem...Romani passim trucidantur eorumque dux in arcem confugit.
Annibale occupò Taranto con un'astuzia. In quella avevano cospirato tredici nobili giovani tarantini. Costoro, di notte, con il pretesto di andare a caccia uscirono dalla città ed andarono da Annibale, che aveva lontano un accampamento. Annibale li lodò e li esortò quando avessero fatto ritorno, a portare delle pecore in città e come una preda concessa dal nemico, a donarle alle guardie. Questo da loro fu fatto una seconda volta e più volte, così che le guardia aprissero loro le porte in qualsivoglia tempo di notte. Allora Annibale in una certa notte con diecimila soldati incaricati li seguì. Quando arrivarono alla porta, i giovani fecero svegliare una con la (loro) voce conosciuta e (gli) mostrarono dei cinghiali dai grandi corpi. Mentre questo ammirava incauto la grandezza delle belve dei giovani lo uccisero con uno spiedo da caccia e gli altri subito aggredirono le altre sentinelle e li fecero a pezzi (ancora) addormentati. Subito Annibale con il suo esercito entrò in città: i Romani furuno trucidati alla rinfusa e il loro comandante si fuggì per salvarsi nella rocca.
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Romani Gallorum exercitu pulsi, cum se in Capitolium et in arcem conferrent, inque his collibus morari omnes non possent, necessarium consilium in plana parte urbis relinquendorum seniorum ceperunt, quo facilius iuventus reliquias imperii tueretur. ceterum ne illo quidem tam misero tamque luctuoso tempore civitas nostra virtutis suae oblita est: defuncti enim honoribus apertis ianuis in curulibus sellis cum insignibus magistratuum, quos gesserant, sacerdotiorumque, quae erant adepti, consederunt, ut et ipsi in occasu suo splendorem et ornamenta praeteritae vitae retinerent et plebi ad fortius sustinendos casus suos. venerabilis eorum aspectus primo hostibus fuit et novitate rei et magnificentia cultus et ipso audaciae genere commotis. sed quis dubitaret quin et Galli et victores illam admirationem mox in risum et in omne contumeliae genus conversuri essent? non expectavit igitur hanc iniuriae maturitatem M. Atilius, verum barbam suam permulcenti Gallo scipionem vehementi ictu capiti inflixit eique propter dolorem ad se occidendum ruenti cupidius corpus obtulit.
Sconfitti dall'esercito dei Galli i romani ripiegando sul campidoglio e sulla rocca e non tutti potendo esservi contenuti presero di necessità la decisione di abbandonare i vecchi nella parte pianeggiante della città perché i giovani potessero difendere più facilmente la parte ancora libera del territorio. Neppure in quella circostanza, del resto, così infelice e dolorosa la nostra città scordò la sua virtù: i magistrati a riposo, infatti, spalancate le porte, si unirono a sedere sopra le selle curuli adornati delle insegne delle magistruture ricoperte e dei sacerdozi ottenuti, nde al tramonto dellaloro vita fossero rivestiti degli splendidi ornamenti del passato e *** il popolo a resistere con maggiore coraggio nella dura prova. Li per li il loro aspetto suscitò riverenza nei galli restati stupiti sia dalla novità dello spettacolo sia dalla magnificenza degli abiti sia da quella maniera di mostrare il proprio coraggio. Ma chi avrebbe dubitato che i galli in quanto tali e in quanto vincitori sarebbero sbito passati dall'ammirazione allo scherno e ad ogni genere di offesa? Marco Attilio non attese dunque chel'offessa avesse compimento ma ad un gallo che gli toccava la barba diede un violento colpo di bastone sulla testa. offrendoglisi quasi non desiderasse altro, quando il barbaro accecato dal dolore si precipitò ad ucciderlo
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Tutor discentium pagina 253 esercizio numero 174
e Nova officina numero 218 a pagina 260
Frase iniziale: Mus quidam flumen transiturus... Frase finale: ...aliis nocere volunt, se ipsos interimere.
Un topo che aveva l'intenzione di oltrepassare un fiume, per passare più agevolmente sull'acqua, chiese aiuto a una rana fidando nella sua lealtà. Quella, legata a una sua zampa posteriore una zampa del topo, entrò nell’acqua e nuotando giunse al centro del fiume. Lì, in modo perfido, mutato parere, trascurata la fede che aveva dato al topo, si immerse nell’acqua e con sé trascinò a fondo il misero topo. Dopo la morte di questo, la rana emerse dalla profondità e di nuovo e di nuovo cominciò a nuotare col compagno legato alla zampa. Un falco che volava nel cielo, avendo poi visto il topo morto che galleggiava in superficie, spinto dalla voracità, volle catturare la preda. Perciò, sceso in picchiata dalle nubi, afferrò il topo con gli artigli e insieme a lui anche la rana legata al compagno morto sollevò in cielo per mangiarseli. Così la traditrice che aveva tradito la vita del compagno che si era affidato a lei, avendo sperimentato la stessa morte, pagò meritatamente la pena della sua perfidia. La favoletta insegna che spesso i malvagi, mentre vogliono, tradita la fede, nuocere agli altri, uccidono loro stessi.
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Romani cum delectum habebant iuvenes vel peditatui vel equitatui ascribebant. dux exercitus consul erat insigna eius fasces erant. in proeliis milites arcus, sagittas, enses gerebant. cum bella non erant, praetores et centuriones peditatum et equitatum in castris cursu et variis laboribus exercebant: sic validi erant, genua flectere valebant, gemitus vitare discebant, artus fortes habere, in motibus expediti esse, vultus horribiles hostium sine metu spectare, impetum eorum sustinere, strepitui et tumultui pugnae parati esse, non cedere metui. post militiae finem cives romani ad domus suas revertebant, ubi matres et sorores, uxores et vetulae socrus reditum eorum expecteverant. tunc agrestes operas renovabant: arva arabant, ad pascua oves suas et cappellas ducebant, vites et oleas serebant, piscibus in lacubus et fluminibus retia tendebant, verubus atque arcubus in saltibus et specubus feras captabant, victum sibi et familiae suae parabant.
Contadini e soldati versione di latino
dal libro tutor domo volume I versione numero 19 Pagina 39 e nova officina numero 29 pagina 79
traduzione
I Romani, quando avevano le truppe, iscrivevano i giovani o alla fanteria o alla cavalleria. Il capo dell'esercito era console e le insegne dell'impero erano i fasci. Nelle battaglie i soldati utilizzavano archi, frecce e spade. Quando non c'era la guerraa, gli strateghi e i centurioni allenavano negli accampamenti con la cors e altre attivitò la fanteria e la cavalleria: erano così dotati di prestanza fisic, erano capaci di flettere le ginocchia, imparavano ad evitare il lamento, ad avere ossa forti, ad essere rapidi nei movimeti, ad osservare senza rimori le orribili vittime, a sostenere l'impero dellla fanteria, ad essere pronti al tumultoe all'impeto della guerra, a non cedere alla paura. Dopo la fine del servizio militare i cittadini romani ritornavano alle loro case, dove madri e sorelle, spose e anziane suocere avevano spettato il lo ro ritorno. Allora riprendevano le opere agricole: aravano i campi, conducevano al pascolo le pecore e le capre, coltivavano viti e ulivi, tendevano nei laghi e nei fiumi reti per i pesci, catturavano armati con giavellotti e archi, bestie nei boschi e nelle gallerie, davano a se e alla famigli cibo.
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Scipio, ut in conspectu terra fuit, precatus deos uti bono rei publicae suoque Africam uiderit, dare uela et alium infra nauibus accessum petere iubet. Vento eodem ferebantur: ceterum nebubla, sub idem ere tempus quo pridie esorta, conspectum terrae ademit, et ventus, premente nebulam cecidit. Nox deinde incertiora omnia fecit: itaque a nautis ancorae iactae sunt ne naves inter se concurrerent aut ad terram impellerentur. Ubi iterum illuxit et nebula disiecta est, omnia Africae litora oculis Romanorum aperta sunt. Scipio, cum percontatus esset quomodo vocaretur proximum promontorium et ei responsum esset "Pulchrum vocatur", magna voce effatus est: "Placet mihi omen: huc dirigantur naves". Eo classis decurrit copiaeque omnes in terram expositae sunt. Cum classis conspecta et tumultus militum, qui e navibus egrediebantur, auditus esset, ingens pavor in maritimis urbibus ortus est omnesque incolae in agros passim dilabebantur ut hostes effugerent et salutem fuga peterent. da Gellio
Scipione, appena fu in vista della terra, avendo pregato gli dei di vedere l’Africa per il bene suo e della repubblica, ordinò di spiegare le vele e di dirigersi verso un altro passaggio tra le navi. Erano sospinti dallo stesso vento: del resto la nebbiolina, levatasi pressappoco allo stesso tempo del giorno prima, portò via la vista della terra, e il vento, poiché gravava la nebbia, scemò. Quindi la notte rese tutte le cose più oscure. E così gettarono le ancore affinché le navi non si scontrassero tra loro, o non venissero gettate contro la costa. Quando poi fece giorno e la nebbia si levò, tutti i lidi dell'Africa vennero svelati agli occhi dei Romani. Scipione, avendo domandato in che modo fosse chiamato il promontorio più vicino e a quello essendogli stato risposto: "e chiamato Bello" a gran voce disse: mi piace tale presagio: le navi si dirigano qui. La flotta si diresse in quel luogo e tutte le truppe sbarcarono a terra. Avendo visto la flotta e avendo ascoltato il tumulto dei soldati che uscivano dalle navi, un grande timore sorse nelle città marittime e tutti i cittadini erano sparsi nei campi per sfuggire i nemici e cercare con la fuga la salvezza.