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Reddatur et corvis sua gratia, indignatione quoque populi Romani testata... in qua multorum principum nemo deduxerat funus, Scipionis vero Aemiliani post Carthaginem Numantiamque deletas ab eo nemo vindicaverat mortem.
Si restituisca anche ai corvi il loro credito, attestato non solo dalla coscienza, ma anche dallo sdegno del popolo romano. Sotto il principato di Tiberio, un giovane esemplare (di corvo) da una nindiata nata sopra il tempio dei Dioscuri cadde sopra la bottega di calzolaio lì vicina; era quindi raccomandato al padrone dell’officina anche per la sua origine sacra. L’uccello, addestrato presto a parlare, volava tutte le mattine sulla tribuna degli oratori e, rivolto verso il foro, salutava per nome i principi Tiberio, poi Germanico e Druso, e in seguito la folla dei Romani che passava di là; poi faceva ritorno alla bottega e divenne oggetto di ammirazione per questa sua continuità che durò parecchi anni. Il proprietario di una bottega di calzolaio vicina, o per rivalità verso il suo collega, o per un improvviso eccesso di collera, come volle far credere, poichè gli escrementi dell’uccello avevano macchiato delle scarpe, lo uccise. e tanta fu l'afflizione popolare che l’uomo prima fu cacciato dal quartiere, poi fu ucciso. Il funerale dell’uccello fu celebrato con un affollato corteo, il letto funebre fu trasportato sulle spalle da due Etiopi, preceduto da un suonatore di flauto e da ghirlande di ogni genere fino al rogo, che fu edificato sulla destra della via Appia, al secondo miglio, nel terreno che ha il nome di Redicolo. Così al popolo di Roma sembrò che l’intelligenza di un uccello fosse una giustificazione adeguata per rendergli solenni esequie e per la punizione di un cittadino romano, in quella città in cui nessuno aveva partecipato al funerale di molti illustri personaggi e nessuno aveva vendicato la morte di Scipione Emiliano, che aveva raso al suolo Cartagine e Numidia.
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Erat Athenis spatiosa et capax domus sed infamis et pestilens. Per silentium noctis sonus ferri, et si attenderes acrius, strepitus vinculorum longius primo, deinde e proximo reddebatur: mox apparebat idolon, senex macie et squalore confectus, promissa barba horrenti capillo; cruribus compedes, manibus catenas gerebat quatiebatque. 6 Inde inhabitantibus tristes diraeque noctes per metum vigilabantur; vigiliam morbus et crescente formidine mors sequebatur. Nam interdiu quoque, quamquam abscesserat imago, memoria imaginis oculis inerrabat, longiorque causis timoris timor erat. Deserta inde et damnata solitudine domus totaque illi monstro relicta; proscribebatur tamen, seu quis emere seu quis conducere ignarus tanti mali vellet. Venit Athenas philosophus Athenodorus, legit titulum auditoque pretio, quia suspecta vilitas, percunctatus omnia docetur ac nihilo minus, immo tanto magis conducit. Ubi coepit advesperascere, iubet sterni sibi in prima domus parte, poscit pugillares stilum lumen, suos omnes in interiora dimittit; ipse ad scribendum animum oculos manum intendit, ne vacua mens audita simulacra et inanes sibi metus fingeret. Initio, quale ubique, silentium noctis; dein concuti ferrum, vincula moveri. Ille non tollere oculos, non remittere stilum, sed offirmare animum auribusque praetendere. Tum crebrescere fragor, adventare et iam ut in limine, iam ut intra limen audiri. Respicit, videt agnoscitque narratam sibi effigiem. Stabat innuebatque digito similis vocanti. Hic contra ut paulum exspectaret manu significat rursusque ceris et stilo incumbit. Illa scribentis capiti catenis insonabat. Respicit rursus idem quod prius innuentem, nec moratus tollit lumen et sequitur. Ibat illa lento gradu quasi gravis vinculis. Postquam deflexit in aream domus, repente dilapsa deserit comitem. Desertus herbas et folia concerpta signum loco ponit. Postero die adit magistratus, monet ut illum locum effodi iubeant. Inveniuntur ossa inserta catenis et implicita, quae corpus aevo terraque putrefactum nuda et exesa reliquerat vinculis; collecta publice sepeliuntur. Domus postea rite conditis manibus caruit.
V’era ad Atene una casa spaziosa ed ampia, ma malfamata e funesta. Attraverso il silenzio della notte, (riecheggiava) un rumore di ferraglia: e, se con orecchio più teso facevi attenzione, il frastuono delle catene riecheggiava dapprima più in lontananza, poi molto nei paraggi: assai da vicino subito dopo appariva uno spettro, un vecchio disfatto dalla magrezza e dalla lordura, con la barba lunga e coi capelli irti; portava i ceppi alle gambe e le catene alle mani e le agitava. Di conseguenza per gli abitanti le notti, a causa della paura, trascorrevano in una veglia amara e funesta; all’insonnia seguiva la malattia e, crescendo la paura, la morte. Infatti pure di giorno, sebbene la visione fosse svanita il ricordo dell’apparizione continuava a vagare dinanzi agli occhi, e più delle cause dello spavento, era lo spavento a protrarsi. La casa fu quindi abbandonata e per l’abbandono maledetta e lasciata interamente a quell’entità prodigiosa; tuttavia esposta per iscritto con un pubblico avviso, se casomai qualcuno, ignaro di un sì grande inconveniente, volesse comprar[la] o prender[la] in affitto. Giunge ad Atene il filosofo Atenodoro, legge il cartello e, appreso il costo, poiché il buon prezzo [è] sospetto, ne chiede spiegazione e viene informato di tutto e, nient’affatto meno [risoluto], anzi di più affitta [la casa]. Non appena inizia a farsi sera; ordina di preparargli il letto nella parte anteriore della casa, chiede delle tavolette, lo stilo e un lume; i suoi li congeda tutti nelle stanze interne; lui stesso quanto a lui volge l’animo, gli occhi e la mano a scrivere, perché la mente, sgombra, non gli modellasse le immagini di cui aveva sentito parlare e vane paure per lui infondate. All’inizio, come dappertutto, il silenzio della notte; poi uno scuotersi di ferraglia, un muoversi di catene; lui non sollevava gli occhi, non riponeva lo stilo, ma si faceva coraggio e [del coraggio] faceva schermo alle orecchie. Poi cresceva Ed ecco il fragore crescere, [e il fantasma] sopraggiungeva e lo si sentiva ormai come [fosse] sulla soglia; [Atenodoro] si volta a guardare, vede e riconosce l’immagine a lui descritta. Stava ritta in piedi e faceva cenno con il dito, a mo’ di chi chiama. Costui di contro fa cenno con la mano che aspettasse un po’ e si china di nuovo sulle tavolette e sullo stilo. Lo spettro con le catene faceva rumore sulla sua testa gli rimbombava nella testa mentre scriveva. [Atenodoro lo] vede nuovamente fare lo stesso cenno di prima e senza indugio prende il lume e [lo] segue. Quello procedeva a passo lento come fosse oppresso dalle catene. Dopo che [lo spettro] si accasciò nel cortile della casa, d’un tratto scompare e abbandona il compagno. Rimasto solo, [Atenodoro] colloca nel luogo erbe e foglie sminuzzate come segnale L’indomani si reca dai magistrati, consiglia [loro] di far scavare quel luogo. Vengono ritrovate ossa legate e costrette da catene, che un corpo putrefatto dal tempo e dal terreno aveva lasciato spoglie e consunte dai legacci. Vengono raccolte e seppellite a spese pubbliche. In seguito la casa rimase priva delle anime dei morti sepolte che erano stati sepolti con le debite cerimonie.
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Indi homines elephantos iam aetate confirmatos facile comprehendere nequeunt ("non riescono"); neque enim id facere valent, neque tam grandes aetate permittunt; quare venatores ad paludes fluminibus proximas pervenientes, eorum catulos tantum capiunt. Elephanti enim naturae proprium est roscida loca et mollia amare, et aquam exoptare, ubi elephantus versari maxime studet, animal enim palustre magis quam terrestre nominatus est. Cum igitur catulos adhuc aetate infirmos et teneros inde ceperunt, ciborum blanditiis et assentationibus eos ad oboedientiam informant ac instituunt, blandiloquentiaque mansuefaciunt. Hominum enim indigenarum linguam elephanti intelligunt. Breviter, perinde illos quasi infantes pueros alunt, partim omni cura cultuque eos assuefacientes, partim disciplinam tradentes; hoc modo iis oboediendi ("di obbedire") facultas infunditur.
Gli uomini indiani non riescono a catturare facilmente gli elefanti già convalidati dall'età; ed infatti non hanno la forza di fare ciò, e né i grandi per età lo permettono; per tale ragione i cacciatori giungendo alle paludi molto vicine ai fiumi, catturano soltanto i loro piccoli. Appartiene alla natura dell'elefante amare i luoghi di rugiada e cedevoli, e preferire l'acqua, dove l'elefante desidera massimamente riversarsi, l'animale è infatti definito di palude più che di terra. Quando dunque catturano da lì i piccoli ancora teneri e infermi a causa dell'età, li forgiano e li educano all'obbedienza attraverso le lusinghe e le astinenze degli alimenti, e li addomesticano con il parlare carezzevole. Gli elefanti infatti comprendono la lingua degli uomini indigeni. Brevemente, li crescono allo stesso modo come i neonati, da un lato facendoli abituare con ogni cura e attenzione, dall'altro tramandando la disciplina; in tal modo viene inculcato in questi la facoltà di obbedire.
(By Maria D. )
Ulteriore proposta di traduzione
Gli uomini non riescono a catturare gli elefanti già adulti: non riescono farlo, né la loro età lo permette. Per questo motivo, i cacciatori che si recano alle paludi vicine ai fiumi catturano solo i loro cuccioli. Infatti, è proprio della natura degli elefanti amare i luoghi umidi e soffici e desiderare l'acqua, dove l'elefante ama stare il più possibile, tanto da essere definito più un animale palustre che terrestre. Pertanto, quando catturano i cuccioli ancora deboli e teneri da quei luoghi, li educano e li istruiscono all'obbedienza con lusinghe e blandizie di cibo, e li addomesticano con parole gentili. Gli elefanti infatti capiscono la lingua degli uomini indigeni. In breve, li allevano come se fossero bambini piccoli, abituandoli a tutte le cure e attenzioni, e insegnando loro la disciplina; in questo modo viene loro infusa la capacità di obbedire.
(By Starinthesky)
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Cuniculi per magna spatia acti sunt et cavantur montes lucernarum luminis; multis mensibus hominibus facultas solis lucem videndi («di vedere») non est. Sidunt rimae subito et opprimunt operarios. Temerarius videtur («sembra») e profundo maris petĕre margaritas atque purpuras: tanto nocentiorem («tanto più dannosa», acc. ) fecĭmus terram! Tradunt eos homines umeris noctibus ac diebus («per giorni») per tenebras, donec lucem cernunt. Cum longus magnusque est silex, latus sequitur («segue») fossor ambitque. Et tamen in silĭce facilior («più facile») existimatur opera. Terra enim argillae mixta prope inexpugnabilis est. Cuneis in eam ferreis impetum faciunt et eisdem malleis et nihil durius («nulla più duro») putant. Cervīces fornĭcum ab ultimo caedunt, dantque signum ruinae, easque solus intellĕgit in cacumĭne montis vigil. Hic magna voce nutuque operas intermittit pariterque ipse devolat. Mons cadit longe fragore qui («che», sogg. ) concĭpi humana mente non potest («può»), aeque et flatu incredibili. Spectant victores ruinam naturae.
Le gallerie furono eseguite per lunghi percorsi ed i monti sono scavati alla luce delle lucerne; per molti mesi non è data agli uomini la possibilità di vedere la luce del sole. Le fenditure crollano all'improvviso e schiacciano gli operai. Sembra temerario cercare perle e murici per la porpora nel (lett. dal) profondo del mare: tanto più pericolosa rendemmo la terra! Portano quegli uomini con le spalle per giorni e per notti attraverso le tenebre, finché non scorgono la luce. Quando una roccia è lunga e grande segue un muscoloso minatore e l'aggira. E tuttavia il lavoro nella pietra è considerato più facile. La terra infatti mista all'argilla è considerata pressoché inaggredibile. Danno colpi in essa con cunei di ferro e con gli stessi martelli e ritengono che nulla sia più duro. Le testate dei fornici (le imboccature delle gallerie) cedono per ultime e danno il segnale del crollo, e di esse si accorge solo la sentinella sulla cima del monte. Costui con gran voce e cenni arresta i lavori e nello stesso momento scappa egli stesso. Il monte crolla con un lungo fragore che la mente umana non può concepire e allo stesso modo con un soffio incredibile. Contemplano vincitori la rovina della natura.
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In libris veterum scriptorum legi ego in remotissimis Indorum regionibus nasci hominum genus, de quibus mira ac vix credibilia auditu narrantur. Eorum numerum maiorem quam triginta milium esse ferunt eorumque feminas semel in vita parêre et eos, qui ab eis geniti sint, in ipso partu dentibus pulcherrimis instructi nasci. Omnibus viris ac feminis, cum in lucem eduntur, capilli in capitibus et pili in supercilio candidi sunt, qui eundem colorem usque ad trigesimum annum aetatis toto corpore servant; inde, post trigesimum annum, nigri fieri incipiunt. Nec raro accidere dicunt ut homines, iam septuaginta et ultra annos nati, nigri capillos et supercilia cernantur. Ferunt etiam hos homines octonos digitos in manibus habere totidemque in pedibus tum (sia) mares, tum feminas. Ibidem aiunt nasci beluam, nomine marticôram (marticora), ora (fattezze) hominum similem; magnitudine vero est cum leonibus comparanda
Nei libri dei vecchi scrittori ho letto che in remotissime regioni dell'India nasce una razza d'uomini, sui quali si narrano cose stupefacenti ed incredibili a sentirsi. Raccontano che il loro numero superi i 30. 000 individui e le loro femmine partoriscano una sola volta nella vita e che quelli da loro generati, al momento stesso del parto nascano forniti di bellissimi denti. Tutti gli uomini e le donne, quando sono dati alla luce, hanno in testa e sulle sopracciglia capelli e peli bianchi, che conservano lo stesso colore in tutto il corpo fino al trentesimo anno; poi, dopo i trent'anni, cominciano a scurirsi. E dicono che non accade di raro che si vedano uomini, già di 70 anni e più, con capelli e sopracciglia neri. Raccontano anche che tali uomini abbiano otto dita per mano e altrettanti ai piedi, sia maschi che femmine. Sempre qui dicono che nasca una bestia chiamata marticora, dalle fattezze simili all'uomo; quanto a dimensioni è da paragonare ai leoni
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