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Inizio: Atque ut vos una mente unaque voce dubitare vos negatis, ... fine: negat senatus, negatis vos. Quis illum igitur consulem nisi latrones putant?
E come voi con una sola mente e una sola voce dite di non dubitare, così in questo modo il senato ha stabilito che Bruto ottimamente ha meritato della repubblica difendendo l'autorità del senato, la libertà e la sovranità del popolo romano. Da chi le difende? Certamente dal nemico: quale altra difesa infatti è da lodarsi? Inoltre è lodata dal senato e a buon diritto è ornata con altissimi elogi la provincia della Gallia perché resiste ad Antonio: se quella provincia lo considerasse console e lo accogliesse incorrerebbe in un grande delitto. Tutte le province infatti devono essere sotto la giurisdizione e il comando del console. ...(continua)
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Non enim vox illa praeceptoris ut cena minus pluribus sufficit, sed ut sol universis idem lucis calorisque largitur: grammaticus quoque si de loquendi ratione disserat, si quaestiones explicet, historias exponat, poemata enarret, tot illa discent quot audient. "At enim emendationi praelectionique numerus obstat. " Sit incommodum (nam quid fere undique placet?): mox illud comparabimus commodis. "Nec ego tamen eo mitti puerum volo ubi neglegatur. " Sed neque praeceptor bonus maiore se turba quam ut sustinere eam possit oneraverit, et in primis ea habenda cura est ut is omni modo fiat nobis familiariter amicus, nec officium in docendo spectet sed adfectum. Ita numquam erimus in turba. Nec sane quisquam litteris saltem leviter inbutus eum in quo studium ingeniumque perspexerit non in suam quoque gloriam peculiariter fovebit. Et ut fugiendae sint magnae scholae (cui ne ipsi quidem rei adsentior, si ad aliquem merito concurritur), non tamen hoc eo valet ut fugiendae sint omnino scholae. Aliud. est enim vitare eas, aliud eligere.
Non è come il cibo, la voce del maestro il quale (cibo) diminuisce al crescere dei commensali, bensì come il sole che dona a tutti la stessa luce e lo stesso calore, per il grammatico vale lo stesso, qualora disserti dal modo di parlare, chiarisca questini particolari, esponga delle storie o commenti poesia, a imparare saranno tanti quanti ascolteranno. Obiezione: "Ma l'alo numero dei presenti ostacola correzione e lettura preliminare". Ammettiamo pure l'esistenza del problema (del resto che cosa al mondo ottiene approvazione pressoché assoluta?): paragoneremo in seguito quello svantaggio ai vantaggi. Dicono: "Non mi va comunque di mandare il ragazzo dove poi venga trascurato". Ma il bravo precettore non si farà carico di un numero di allievi troppo alto per poterlo reggere e anzitutto ci deve preoccupare che egli diventi un un intimo amico sotto ogni rispetto e che quando insegna, non pensi di compiere un dovere, ma un atto d'amore. Così non saremo mai confusi nel numero. Poi, certo, nessun maestro che abbia almeno un minimo di cultura mancherà di sostenere particolarmente anche per sua propria gloria, il ragazzo nel quale avrà ravvisato passione ed intelligenza. Ma ammettiamo pure che vadano rifuggite le grandi scuole (e nemmeno su questo concordo, se si affollano le lezioni di un certo insegnante perché merita): il principio tuttavia non vale fino al punto che si debbano rifuggire tutte le scuole senza eccezione. Un conto infatti è evitarle, un altro conto è sceglierle.
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Sed hoc mementote, quoscumque locos attingam, unde ridicula ducantur, ex eisdem locis fere etiam gravis sententias posse duci: tantum interest, quod gravitas honestis in rebus severisque, iocus in turpiculis et quasi deformibus ponitur, velut eisdem verbis et laudare frugi servum possimus et, si est nequam, iocari. Ridiculum est illud Neronianum vetus in furaci servo: solum esse, cui domi nihil sit nec obsignatum nec occlusum, quod idem in bono servo dici solet. Sed hoc eisdem verbis; ex eisdem locis omnia. Nam quod Sp. Carvilio graviter claudicanti ex vulnere ob rem publicam accepto et ob eam causam verecundanti in publicum prodire mater dixit "quin prodis, mi Spuri? Quotienscumque gradum facies, totiens tibi tuarum virtutum veniat in mentem, " praeclarum et grave est: quod Calvino Glaucia claudicanti "ubi est vetus illud: num claudicat? At hic clodicat"! Hoc ridiculum est; et utrumque ex eo, quod in claudicatione animadverti potuit, est ductum. "Quid hoc Navio ignavius?" Severe Scipio; at in male olentem "video me a te circumveniri" subridicule Philippus
Però ricordetevi che, qualunque sia la fonte, da cui attingerò quel che suscita il riso, da quella medesima fonte potrò anche desumere pensieri seri. V'è quest'unica differenza: la serietà si applica alle cose dignitose e severe, lo scherzo a quelle piuttosto sconce e, direi, di bassa lega. Ad esempio, potremmo con le medesime parole lodare un servo onesto e ridicolizzare uno disonesto. Suscita il riso il vecchio motto di Nerone diretto ad un servo ladreo: " E' l'unico per il quale in casa non c'è nulla che sia sigillato e posto sotto chiave"; esso può essere adattato senza alcun mutamento anche ad un servo onesto. Questo è addirittura identico nelle parole, ma tutti i suoi elementi sono stati desunti dalle stesse fonti. A Spurio Carvilio, che si vergognava di uscire di casa per via d'una ferita riportata al serviziodella repubblica, la madre disse: "Perché non esci, Spurio? Ad ogni passo che farai, ricordati altrettante volte della tua virtù bellica"; E' nobile e grave. A proposito di Calvino, che era claudicante, Glaucia disse: "Dov'è più l'antico proverbio? Forse è fautore dei Claudi? Ma questo parteggia per i Cldoi!". Questa battuta fa ridere davvero. E l'una e l'altra sono state sostenute dal medesimo difetto: la zoppia. "Che c'è di più ignavo di Nevio?"; quest'altra, invece, è di Scipione ed è seria; ma quest'altra di Filippo, diretta ad un tale non proprio beneodorante, sa di cattiveria: "Video me a te circumveniri".
SECONDA PROPOSTA DI TRADUZIONE
Ma ricordate ciò, il fatto che qualunque luogo (retorico) io toccherò, da dove siano tirate fuori ridicolaggini, quasi dagli stessi luoghi possono essere tirate fuori anche sentenze serie; c'è soltanto questa differenza, che la gravità è posta nelle cose oneste e severe, il gioco nelle cose turpi e per così dire deformi, come se potessimo con le stesse parole sia lodare un servo frugale sia, se è cattivo, deriderlo. E' ridicolo quel vecchio detto neroniano sul servo rubacchione: che era l'unico al quale a casa niente fosse o sotto chiave o chiuso, perché la stessa cosa suole essere detta per il buon servo. Ma ciò (si poteva dire) anche con le stesse parole; invece dalle stesse fonti (vengono) tutte le cose. Infatti la frase che a Spurio Carvilio che zoppicava gravemente per una ferita presa a causa dello stato e che si vergognava di farsi vedere in pubblico per questo motivo disse la madre: "perché non sali, o mio Spurio? Tutte le volte che farai un gradino, ti venga in mente delle tue virtù" è famosissima e seria; ciò che a Calvino Glaucia che zoppicava "dove è quel vecchio: forse zoppica? Ma costui clodeggia". Questo è ridicolo, e entrambe le cose furono tirate fuori da quello che poté essere preso in considerazione sulla zoppia. "Che cosa c'è di più ignavo di Navio?" Severamente diceva Scipione; ma Filippo ridicolamente contro quello che puzzava "vedo che io sono circondato da te".
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Ab his igitur, si cui forte nonnumquam tempus voluptasque erit lucubratiunculas istas cognoscere, petitum impetratumque volumus, ut in legendo, quae pridem scierint, non aspernentur quasi nota involgataque. Nam ecquid tam remotum in litteris est, quin id tamen complusculi sciant? et satis hoc blandum est non esse haec neque in scholis decantata neque in commentariis protrita. . Quae porro nova sibi ignotaque offenderint, aequum esse puto, ut sine vano obtrectatu considerent, an minutae istae admonitiones et pauxillulae nequaquam tamen sint vel ad alendum studium vescae vel ad oblectandum fovendumque animum frigidae, sed eius seminis generisque sint, ex quo facile adolescant aut ingenia hominum vegetiora aut memoria adminiculatior aut oratio sollertior aut sermo incorruptior aut delectatio in otio atque in ludo liberalior.
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Sed et adversus convicia malosque rumores et famosa de se ac suis carmina firmus ac patiens subinde iactabat in civitate libera linguam mentemque liberas esse debere; et quondam senatu cognitionem de eius modi criminibus ac reis flagitante: "Non tantum, " inquit, "otii habemus, ut implicare nos pluribus negotiis debeamus; si hanc fenestram aperueritis, nihil aliud agi sinetis: omnium inimicitiae hoc praetexto ad vos deferentur". Extat et sermo eius in senatu percivilis: "Siquidem locutus aliter fuerit, dabo operam ut rationem factorum meorum dictorumque reddam; si perseveraverit, in vicem eum odero". Atque haec eo notabiliora erant, quod ipse in appellandis venerandisque et singulis et universis prope excesserat humanitatis modum. Dissentiens in curia a Q. Haterio: "Ignoscas, " inquit, "rogo, si quid adversus te liberius sicut senator dixero".
Traduzione
Ma, saldo e paziente anche davanti agli insulti, alle maldicenze e ai versi diffamatori su di lui e sui suoi, affermava spesso che in una città libera le parole e il pensiero dovevano essere libere; e una volta, poiché il senato richiedeva un’inchiesta su crimini di questo tipo e sui colpevoli, disse: "Non abbiamo tanto tempo libero da dover impegnarci in molti affari; se aprirete questa finestra (non) vi permetterete di fare nient'altro; con questo pretesto, saranno demandate a voi tutte le inimicizie". C'è un suo discorso assai moderato (che fece) in senato: "Se anche (qualcuno) parlerà sfavorevolmente, mi adopererò per rendere conto delle mie azioni e delle (mie) parole; se preserverà, lo odierò a mia volta". E queste cose erano più notevoli in lui, poiché egli stesso nel chiamare e nell’onorare sia il singolo che tutti, eccedeva quasi rispetto alla giusta misura dell'educazione. Essendo in disaccordo con Quinto Aterio, nella curia, disse: "Perdonami, ti prego, se come senatore avrò detto qualcosa contro di te con troppa sfacciatezza".