- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MUNERA - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Inizio: At contra oratorem celeriter complexi sumus, Fine: ab optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis.
Clicca qui per il testo latino completo e per la traduzione
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MUNERA - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Patrum delubra esse in urbibus censeo neque sequor magos Persarum, quibus auctoribus, Xerses inflammasse templa Graeciae dicitur, quod parietibus includerent deos, quibus omnia deberent esse patientia ac libera, quorumque hic mundus omnis templum esset et domus. Melius Graeci atque nostri; qui, ut augerent pietatem in deos, easdem illos, quas nos, urbes incolore voluerunt. Affert enim haec opinio religionem utilem civitatibus; si quidam et illud bene dictum est a Pythagora, doctissimo viro, tum maxime et pietatem et religionem versari in animis, cum rebus divinis operam daremus, et quod affirmavit Thales, qui sapientissimus in septem fuit, homines existimare oportere omnia, quae cerneret, deorum esse plena : fore enim omnes castiores, veluti qui in fanis essent maxime religiosis.
Io penso che nelle città ci debbano essere dei templi, e non concordo con i magi dei Persiani, per consiglio dei quali si dice che Serse bruciò i templi della Grecia, perché rinchiudevano entro pareti quegli dei ai quali tutto dovrebbe essere aperto e libero, e dei quali tutto questo mondo è tempio e sede. Meglio si comportarono invece gli Elleni ed i nostri padri, i quali vollero che essi abitassero le stesse città nostre, affinché aumentasse la pietà verso gli dei; questa credenza sostiene infatti che il culto sia utile alle città, se, come disse il dottissimo Pitagora, proprio allora la pietà ed il culto maggiormente si radicano negli animi, cioè quando ci dedichiamo alle cose divine; e ricordiamo il detto di Talete, uno dei sette sapienti, che gli uomini sono convinti che tutto vedono debba essere pieno di dei; tutti saranno infatti più puri, come se si trovassero in templi che ispirano la massima religiosità.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MUNERA - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Vidi enim, vidi et illum hausi dolorem vel acerbissimum in vita, cum Q. Metellus abstraheretur e sinu gremioque patriae, cumque ille vir, qui se natum huic imperio putavit, tertio die post quam in curia, quam in rostris, quam in re publica floruisset, integerrima aetate, optimo habitu, maximis viribus eriperetur indignissime bonis omnibus atque universae civitati. Quo quidem tempore ille moriens, cum iam ceteris ex partibus oppressa mens esset, extremum sensum ad memoriam rei publicae reservabat, cum me intuens flentem significabat interruptis ac morientibus vocibus, quanta impenderet procella mihi, quanta tempestas civitati,
Lo vidi, io vidi, e ne ebbi uno dei più acerbi dolori della mia vita, Quinto Metello allorché fu strappato dal grembo della patria, mentre si credeva nato a servirla; e due giorni dopo aver dato di sé le più splendide prove nella Curia, ai rostri, nella vita pubblica, venne, nel fiore dell'età, della salute, delle energie, indegnissimamente rapito a tutti i buoni e all'intera cittadinanza. Morente, in quell'ora in cui la mente ormai fiaccata si strania da ogni pensiero, egli teneva desti i suoi estremi sensi nel pensiero della repubblica: e fissandomi mentre io piangevo, mi preannunziava, con voce rotta e mancante, quale procella si addensasse sul mio capo, quale bufera sulla città
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MUNERA - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Domina rerum, ut vos soletis dicere, eloquendi vis, quam est praeclara quamque divina. Quae primum efficit, ut et ea, quae ignoramus, discere et ea, quae scimus, alios docere possimus; deinde hac cohortamur, hac persuademus, hac consolamur adflictos, hac deducimus perterritos a timore, hac gestientes conprimimus, hac cupiditates iracundiasque restinguimus; haec nos iuris, legum, urbium societate devinxit, haec a vita inmani et fera segregavit. Ad usum autem orationis incredibile est, nisi diligenter adtenderis, quanta opera machinata natura sit. Primum enim a pulmonibus arteria usque ad os intimum pertinet, per quam vox principium a mente ducens percipitur et funditur. Deinde in ore sita Iingua est finita dentibus; ea vocem inmoderate profusam fingit et terminat atque sonos vocis distinctos et pressos efficit, cum et dentes et alias partes pellit oris; itaque plectri similem linguam nostri solent dicere, chordarum dentes, nares cornibus his, quae ad nervos resonant in cantibus.
Quanto a quella che voi chiamate « signora del mondo », l'eloquenza, trattasi di un'arte davvero illustre e divina. Essa ci permette di apprendere ciò che ignoriamo e di insegnare agli altri ciò di cui siamo edotti: ad essa ricorriamo per esortare, per convincere, per consolare gli afflitti, per liberare dalla paura i timorosi, per umiliare i superbi e i facinorosi, per reprimere le passioni e i moti dell'ira; è opera sua l'averci uniti coi comune vincolo del diritto, delle leggi e della convivenza sociale e l'averci allontanati da una vita selvaggia ed animalesca. Quanto impegno la natura abbia posto per dar modo all'eloquenza di esplicarsi non lo si crederebbe se la cosa non risultasse evidente ad una attenta considerazione. C'è innanzitutto la trachea che dai polmoni si spinge sino alla parte più interna della bocca e attraverso la quale la voce, che ha il suo fondamento nel pensiero, viene raccolta e diffusa. Nella bocca ha pure sede la lingua chiusa nella chiostra dei denti : a lei spetta il compito di regolare ed organizzare il flusso dis ordinato ed inarticolato della voce nonché quello di renderci i suoni chiari e distinti facendo forza sui denti e su altre parti della bocca. Di qui l'uso da parte di quelli della nostra scuola di paragonare la lingua ad un plettro, i denti alle corde e le narici alle casse di risonanza che, durante l'esecuzione, riecheggiano i suoni emessi dalle corde.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MUNERA - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Et queruntur quidam Epicurei, viri optiminam nullum genus est minus malitiosum, - me studiose dicere contra Epicurum. Ita credo, de honore aut de dignitate contendimus. Mihi summum in animo bonum videtur, illi autem in corpore, mihi in virtute, illi in voluptate. Et illi pugnant, et quidem vicinorum fidem implorant—multi autem sunt, qui statim convolent -; ego sum is qui dicam me non laborare, actum habiturum, quod egerint. Quid enim? de bello Punico agitur? De quo ipso cum aliud M. Catoni, aliud L. Lentulo videretur, nulla inter eos concertatio umquam fuit: hi nimis iracunde agunt, praesertim cum ab is non sane animosa defendatur sententia, pro qua non in senatu, non in contione, non apud exercitum neque ad censores dicere audeant.
E dire che ci sono Epicurei - bravissimi uomini - infatti non c'è gente che sia più in bona fede di loro - che si lamentano che io ce l'ho con Epicuro: Già, come se si trattasse di una questione d'onore, di dignità. Il bene supremo per me è nell'anima, per loro è nel corpo, per me è nella virtù, per loro è nel piaere. Loro si battono e invocano l'aiuto dei compagni e ce ne sono tanti pronti a correre subito. Io invece sono uno che non si scalda, qualunque cosa loro facciano, ci passerò sopra. Che diamine? Neanche si stessa a dibattere sulla guerra punica! Con tutto che anche allora Marco Catone e Lucio Lentulo nonostante la loro diversità di vedute non scesero in lite nemmeno una volta. Si accalorano troppo quelli là, e non è davvero il principio che difendono a chiedere tutto questo ardore un principio che non oserebbero sostenere ne in senato ne allassemblea del poplo e neanche davanti all'esericito o davanti ai censori