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C. Plinio saluta il suo Calestrio Tirone.
Ho ricevuto una terribile sventura, se sventura deve essere chiamata la perdita di un uomo tanto grande. E' morto Corellio Rufo, e per di più per sua scelta, cosa che aggrava il mio dolore. E' infatti estremamente doloroso quel tipo di morte che non sembra né derivante dalla natura né dal fato. Riguardo a coloro, infatti, che una morte deliberata porta via, il dolore è inestinguibile, poiché si crede che avrebbero potuto vivere ancora a lungo. Corellio aveva senz'altro molte ragioni per vivere: una coscienza impeccabile, un'ottima reputazione, e inoltre una figlia, una moglie e amici sinceri. Ma veniva tormentato da una malattia tanto lunga e tanto dolorosa che codesti premi del vivere, pur così grandi, furono sconfitti dalle ragioni della morte. Ha portato a termine comunque il sessantaseiesimo anno di vita, la quale età appare sufficientemente lunga anche ai più robusti, lo so. A me tuttavia sembra di aver perduto un amico giovane e in salute, così come un testimone, una guida e un maestro della mia vita. Offrimi nuovi conforti: le cose che ho sentito e che ho letto mi vengono in aiuto naturalmente, ma vengono soprafatte da un dolore così grande. Stammi bene.
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La civiltà dell'Africano Minore si manifestò magnificamente e largamente. Dopo aver infatti espugnato Cartagine, inviò una lettera alle città della Sicilia, affinché per mezzo degli ambasciatori recuperassero gli ornamenti dei templi, sottratti dai Cartaginesi, e affinché facessero in modo che fossero restaurati nelle loro sedi originarie. Riteneva infatti che ciò fosse estremamente conveniente al popolo Romano. Della medesima civiltà manifestò un altro esempio celeberrimo. Dopo infatti che ebbe visto tra i prigionieri che venivano messi in vendita all'asta dal questore, un fanciullo di grande bellezza e di aspetto nobile, ordinò che su di lui si indagasse maggiormente. Dopo quindi che fu stato informato che quello era un Numida, lasciato orfano dal padre, ed educato presso lo zio Massinissa, e che, a insaputa di quello, per temerarietà giovanile aveva voluto combattere contro il popolo Romano, ritenne che allo sbaglio e all'età di quello dovesse essere concesso il perdono e all'amicizia con Massinissa, re molto leale con l'impero Romano, dovesse essere riconosciuto il dovuto rispetto. E così fece dono al fanciullo di un anello e di una fibbia d'oro e di una tunica laticlava, dopo aver scelto dei cavalieri perché lo riportassero a Massinissa. Non gli sfuggiva infatti che i più grandi frutti di una vittoria fossero di restituire a un re amico il suo sangue (ovvero: uno del suo stesso sangue).
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Essendo queste cose incerte, ho ritenuto opportuno tuttavia di dover fare in modo di inviarti i miei attendenti e littori con una lettera. Se la riceverai abbastanza per tempo, mi farai cosa graditissima se mi raggiungerai al più presto in Cilicia. Infatti, ciò che Curio, tuo cugino, e, come ben sai, mio carissimo amico, mi ha meticolosamente scritto riguardo a te, e ciò che allo stesso modo (mi meticolosamente ha scritto) Gaio Virgilio, tuo parente e nostro intimo amico, vale senz'altro molto per me, come è giusto che valga (lett. come deve valere) l'accurata raccomandazione di uomini molto amici, ma la tua lettera è stata della massima rilevanza, in particolar modo nei passaggi sulla tua posizione e sulla nostra amicizia. Non mi sarebbe potuto toccare in sorte un questore più desiderato. Ma io otterrò ciò più facilmente se tu verrai da me in Cilicia. Cosa che io ritengo sia nell'interesse mio, dello stato e soprattutto tuo.
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Cesare, mantenendo la disposizione precedente, aveva posizionato la decima legione nel fianco destro dell'esercito e la nona legione nel fianco sinistro, sebbene fosse notevolmente assottigliata a seguito degli scontri di Durazzo, perciò a questa unì l'ottava, in modo da ricavarne quasi una da due, e aveva ordinato che l'una fosse di difesa per l'altra. Aveva schierato ottanta coorti sul campo di battaglia, la somma delle quali era pari a ventiduemila uomini; aveva lasciato sette coorti a difesa dell'accampamento. Aveva messo Antonio a capo del fianco sinistro, P. Sulla a capo del fianco destro, e Cn. Domizio a capo del centro dello schieramento. Egli si era posto di fronte a Pompeo. Contemporaneamente, poiché si era accorto di queste cose che abbiamo illustrato, poiché temeva che il fianco destro venisse circondato dalla moltitudine dei cavalieri, rapidamente tolse dalla terza fila, una ad una, delle corti, e con queste costituì una quarta fila e la oppose alla cavalleria, e mostrò cosa voleva che fosse fatto e ricordò che la vittoria di quel giorno dipendeva dal valore di quelle corti. Contemporaneamente ordinò, alla terza fila e all'esercito intero, di non attaccare senza un suo ordine: e (disse) che quando avesse voluto che ciò fosse fatto, egli avrebbe dato il segnale con lo stendardo.
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Diviziaco, abbracciando Cesare con molte lacrime, cominciò a supplicarlo di non decidere qualcosa di particolarmente severo nei confronti del fratello Dumnorige: mentre piangendo chiedeva perdono a Cesare con molte parole, costui prese la sua mano destra; confortandolo chiede che Diviziaco smetta di supplicare. Mostra che in sé che c'è una così alta considerazione di lui che egli perdona il torto allo stato e l'offesa personale secondo la volontà e le preghiere di lui. Convoca di fronte a sé Dumnorige e fa intervenire il fratello; dichiara le cose che egli rimprovera in lui, mostra le cose che egli stesso intuisce e le cose che la popolazione contesta, lo ammonisce di evitare ogni sospetto per il futuro; dice di perdonare le cose passate per il fratello Diviziaco. Affianca delle guardie a Dumnorige, affinché possa sapere cosa faccia e con chi parli.