In vestibulo servus atriensis erat qui domus custos erat. Ingressi in triclinium nonnullos pueros ..
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Si trovava nell'atrio uno schiavo maggiordomo, che era il custode della casa. Dopo essere entrati nel triclinio vedemmo alcuni (schiavi) coppieri, i quali servivano delle coppe di vino ai convitati, ed altri schiavetti seduti ai piedi di Trimalcione. Questo padrone, che preferiva essere amato piuttosto che essere temuto disse: "Oh amici, non voglio nascondervi ciò che penso, anche gli schiavi sono uomini ed hanno bevuto allo stesso modo il latte, anche se un brutto destino li ha sopraffatti. Tuttavia, finché sarò vivo, presto gusteranno l'acqua della libertà: voglio liberare tutti loro nel mio testamento. A Filargiro lascio anche in eredità un podere e la sua compagna. Invece dichiaro mia erede Fortunata, che preferisco e amo tra le altre donne e la affido a tutti i miei amici. E rendo pubbliche tutte queste cose, in modo che la mia famiglia mi ami già adesso come (mi amerà) da morto". Dopo che la maggior parte ebbero voluto rendere grazie alla benevolenza del padrone, quello ordinò che fosse portata una copia del testamento e lo lesse tutto dall'inizio alla fine, mentre la famiglia piangeva.
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C'era tra i Carnuti Tasgezio, nato da famiglia nobilissima, i cui antenati avevano detenuto la sovranità sulla sua popolazione. A costui Cesare aveva restituito il ruolo degli antenati, in virtù del suo valore e per la sua benevolenza nei suoi confronti, poiché in tutte le guerre si era avvalso della sua straordinaria prestazione. Quando ormai regnava da due anni, gli avversari, per palese istigazione di molti tra la popolazione, uccisero Tasgezio. Di questa cosa viene informato Cesare, che della morte di lui si rammaricò profondamente. Egli, poiché il delitto interessava a molti, temendo che la popolazione si ribellasse sotto la spinta di quelli, ordina che L. Planco insieme alla legione parta velocemente dal Belgio verso il territorio dei Carnuti, che passi lì l'inverno, e che dopo averli catturati, gli mandi coloro per opera dei quali aveva saputo che Tasgezio era stato ucciso. Nel frattempo, tutti i luogotenenti e i questori, ai quali erano state affidate le legioni, informarono Cesare di essere arrivati nei quartieri invernali che il luogo per i quartieri invernali era stato fortificato.
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E, affinché io esprima brevemente ciò che voglio ("per dirla in breve"), la materia del bene talvolta è contro natura, mentre il bene non lo è mai, poiché non esiste nessun bene senza ragione e la ragione a sua volta segue la natura. "Che cos'è, dunque, la ragione?" È l'imitazione della natura. "Qual è il sommo bene dell'uomo?" Comportarsi secondo il volere della natura. L'unico intento di tutti i beni è di assecondare la natura. E questo è uguale in tutti. Quando in senato aderiamo al parere di qualcuno, non si può dire quello è più d'accordo di quell'altro. Si segue, da parte di tutti, il medesimo parere. Io dico la stessa cosa riguardo alle virtù: tutte concordano con la natura. La stessa cosa dico dei beni: tutti concordano con la natura.
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Quando ormai si combatteva ininterrottamente da più di sei ore e ai nostri mancavano non soltanto le energie, ma anche le armi, i nemici cominciarono ad abbattere la palizzata e a riempire i fossati. Allora C. Voluseno, generale dei soldati, non avendo più fiducia nella salvezza di tutti, si recò da Galba e spiegò che c'era un'unica speranza di salvezza, se, dopo aver fatto una sortita, avessero tentato un ultimo rimedio. Galba informa i centurioni dopo averli convocati e ordina loro che i soldati interrompano la battaglia per un po' ed evitino unicamente le frecce scagliate; poi, una volta dato il segnale, che si lancino fuori dall'accampamento e ripongano nel valore ogni speranza di salvezza. I soldati fanno ciò che è stato ordinato loro e, fatta immediatamente una sortita da tutte le porte, cacciano via i nemici dalla palizzata e dal fossato, e non lasciano loro la possibilità di capire cosa stesse accadendo. Così, rovesciata la sorte, li circondano da tutte le parti, e li uccidono. Dopo aver sbaragliato e privato delle armi in questo modo le truppe dei nemici, si ritirano incolumi all'interno delle loro fortificazioni.
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Aristippo, che veniva considerato il più eminente tra i filosofi Cirenaici, fu rigettato da un naufragio sulle coste dei Rodiesi; quando vide che nella sabbia erano state tracciate figure geometriche, si dice che gridò ai suoi compagni: "Speriamo bene, amici! Vedo infatti qui le tracce di esseri umani". Immediatamente si recò nella città di Rodi, e giunse al ginnasio, e lì, discutendo di filosofia, fu omaggiato di doni dai cittadini, al punto da poter non soltanto vestire se stesso, ma da poter concedere anche a coloro che erano insieme a lui, sia la veste che tutte le altre cose di cui c'era bisogno per vivere. Dopo che i suoi compagni ebbero deciso di ritornare in patria e gli domandarono cosa volesse che fosse riferito ai parenti in patria, allora si racconta che rispose così: "E' opportuno per i figli siano preparati beni e provviste, fatti in modo da poter scampare anche ad un naufragio". E infatti vengono definite le vere difese della vita quelle cose alle quali non possano fare danno né una condizione sfavorevole della sorte, né i rivolgimenti politici, né le distruzioni della guerra, né le incursioni dei pirati e dei predoni.