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Si narra che una certa vecchia straniera e sconosciuta un giorno si recò dal re Tarquinio, portando con sè nove libri, che si diceva che contenessero vaticini divini e che la donna voleva vendere. Dopo che Tarquinio ebbe domandato il prezzo, la donna chiese una quantità di denaro eccessiva ed enorme; si racconta che il re derise la vecchia, come se ella avesse perso la ragione a causa dell'età. Allora quella, dopo aver posto dinnanzi a lui un braciere con del fuoco, bruciò tre dei nove libri e chiese a lui se volesse comprare al medesimo prezzo i sei rimanenti. Ma a Tarquinio, che rideva ancora di più, la vecchia sembrò senza dubbio delirare. Ma la donna, dopo aver bruciato immediatamente altri tre libri, chiese con calma di nuovo al re se volesse comprare al medesimo prezzo i tre libri rimanenti. Allora Tarquinio divenne di espressione seria e di spirito più attento. Infatti la vecchia, tanto pervicace e sicura quanto a sé, gli sembrò che non fosse da sottovalutare da parte sua. E così comprò immediatamente i libri al prezzo altissimo. Dopo che la vecchia se ne andò da Tarquinio nessuno seppe mai dove si recò; si narra infatti che non fu più vista in nessun luogo.
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Cesare, informato da Titurio, sposta al di là del ponte tutta la cavalleria, i Numidi dall'armatura leggera, i frombolieri e gli arcieri e si dirige verso di loro. In quel luogo si combattè accanitamente. I nostri, aggredendo i nemici bloccati nel fiume, ne uccisero un gran numero e respinsero con una massa di frecce quelli che rimanevano, che con estrema audacia, tentavano di passare tra i cadaveri di quelli (dei compagni caduti); (inoltre) uccisero, dopo averli circondati con la cavalleria i primi che erano passati dall'altra parte. I nemici appena compresero che non avevano più speranza di espugnare la città e di attraversare il fiume e videro che i nostri non avanzavano a combattere in un luogo più sfavorevole e che anche per loro la scorta di grano cominciava a scarseggiare, dopo aver convocato un'assemblea, stabilirono che la cosa migliore fosse che ciascuno tornasse nella sua patria.
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Estremamente breve e tormentata è la vita di quelli che si dimenticano del passato, trascurano le cose presenti e temono per il futuro: quando sono giunti alla fine capiscono tardi, poveretti, che sono stati così tanto impegnati senza fare nulla. Persino i loro piaceri sono affannosi e tormentati da varie paure e insieme alla massima gioia si affaccia il pensiero preoccupato: "Queste cose, quanto dureranno?". A partire da questa sensazione i re piansero la loro potenza, né la grandezza della loro fortuna li rallegrò, ma li spaventò la fine destinata ad arrivare un giorno. Avendo schierato l'esercito per le grandi distese dei campi e non avendone compreso il numero, Serse, potentissimo re dei Persiani, versò lacrime poiché nessuno di tanta giovinezza sarebbe sopravvissuto tra cento anni; ma lo stesso che piangeva avrebbe avvicinato a quelli il destino e li avrebbe persi, alcuni in mare, altri in terra, altri ancora in battaglia, altri infine con la fuga e nel giro di poco tempo era destinato a distruggere coloro per i quali temeva il centesimo anno. Ogni cosa, infatti, che accade per caso è instabile: le cose che sono destinate ad avere fine non piacciono a nessuno, dunque è inevitabile che particolarmente infelice, e non solo brevissima, sia la vita di quelli che, con grande fatica, si procurano quei beni il possesso dei quali richiederà maggiori fatiche. [separatore]
RISPOSTE:
1. Gli infelici in punto di morte si accorgono di aver sprecato il loro tempo in inutili sofferenze.
2. Perché sono tormentati da un desiderio di stabilità che non può essere soddisfatto.
3. Perché di fronte a una enorme distesa di giovani in armi si tormentò all'idea che nessuno di loro sarebbe più stato vivo tra cento anni.
4. Seneca evidenza come lo stesso Serse che temeva per il loro destino a lungo termine li mandò poi a morire nel giro di brevissimo tempo.
5. La caratteristica eminente delle cose che provengono dal caso è l'instabilità, il carattere effimero.
6. Perifrastiche attive:
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I maestri di Roma nelle antiche scuole spesso narravano ai discepoli numerose e antiche favole; il maestro Tigurino oggi racconterà una famosa favola ai sui allievi: "Oggi, oh discepoli, vi racconterò la favola di Teseo e Arianna. Teseo arriva a Creta e Arianna, figlia del signore dell'isola lo ama; Teseo allora dice ad Arianna : "Se mi aiuterai io ti prenderò con me in matrimonio". E così Arianna gli mostra l'uscita del labirinto e Teseo uccide il Minotauro. Poi Teseo ritorna dal labirinto e prende Arianna con sé in matrimonio. Ma Teseo era trattenuto nell'isola di Dia dalle burrasche e pensava così: "Arianna sarà per me un disonore in patria", e così abbandonava sull'isola di Dia la fanciulla. Lì la trovava Libero e la prendeva in sposa. [separatore]
RISPOSTE:
1. Pronomi:
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Poiché Antigono aveva fatto mettere sotto custodia Eumene, e poiché il comandante delle guardie aveva chiesto ad Antigono in che modo voleva si sorvegliasse, egli disse: "Come un fortissimo leone o il più feroce degli elefanti"; infatti non aveva ancora deciso se mantenerlo in vita o no. Inoltre si recavano da Eumene entrambi i generi di uomini, sia coloro che, a causa dell'odio, volevano godere della sua sventura, sia coloro che, per un'antica amicizia, desideravano parlare e confortarlo e molti anche, che desideravano conoscere il suo aspetto, e come fosse fatto quello che per tanto a lungo e tanto fortemente avevano temuto e nella cui rovina avevano riposto la speranza della vittoria. Ma Eumene, poiché si trovava da troppo tempo in prigione, disse a Onomarco, al quale spettava il comando supremo della prigione, di meravigliarsi per il fatto che ormai al terzo giorno fosse tenuto in quel modo: che infatti ciò non si addiceva all'assennatezza di Antigono, il fatto che si maltrattasse un vinto in quel modo; preferiva essere ucciso o diventare libero. Disse Onomarco "Come? Se tu eri di codesto animo, perché non preferisti cadere in battaglia, piuttosto che cadere nelle mani del nemico?". A questo (rispose) Eumene: "Avrei voluto senz'altro che ciò fosse accaduto! Ma così non accadde, perché non mi sono mai scontrato con qualcuno più valoroso di me; infatti con nessuno io mi scontrai in armi, che non abbia ceduto di fronte a me! Infatti sono caduto in rovina non per il valore dei nemici, ma per la perfidia degli amici!".