Eodem anno Cnumero Baebius Tamphilus qui ab C. Aurelio consule anni prioris provinciam Galliam accep
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In quel medesimo anno, Cneo Bebio Tamfilio, il quale aveva ricevuto dal console dell'anno precedente la provincia di Gallia, dopo essere avventatamente entrato nel territorio dei Galli Insubri, venne circondato con quasi tutto l'esercito. Perse oltre seimila e settecento soldati; e una disfatta tanto grande fu ricevuta da quella guerra che ormai si era smesso di temere. La disfatta dei Romani spinse il console L. Lentulo ad uscire da Roma. Costui, appena giunse nella provincia, piena di disordini, all'interno della quale si era cominciato ad aver paura, dopo aver ricevuto un esercito impaurito, mosse numerosi rimproveri all'indirizzo del pretore e gli ordinò di abbandonare la provincia e andarsene a Roma. Il console stesso però non fece nulla di memorabile, poiché fu richiamato a Roma per le elezioni.
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Chi può mettere in dubbio, oh mio Lucilio, che il fatto che noi viviamo è un dono degli dèi immortali, e il fatto che noi viviamo correttamente è un dono della filosofia? Dunque a quest'ultima noi dobbiamo più che agli dèi, nella stessa maniera in cui una buona vita è una concessione maggiore della vita (pura e semplice). Proprio gli dèi ci concessero la filosofia, e non diedero a nessuno la conoscenza di essa, ma diedero a tutti la capacità di conoscerla. Gli dèi infatti non resero la filosofia un bene comune, e noi non nasciamo saggi, perciò la saggezza ha dentro di sé un grandissimo pregio, il fatto che non rientra tra i beni assegnati dalla sorte. Ora, infatti, in essa c'è questo aspetto prezioso e magnifico, il fatto che non ci cade addosso, che ciascuno se la deve procurare da sé, il fatto che essa non si può chiedere ad un altro. Il compito di questa disciplina è uno solo: scoprire la verità riguardo alle cose umane e divine. Non c'è dubbio che da essa non si allontanino mai la religione, la devozione, la giustizia e l'insieme di tutti gli altri valori della tradizione collegati e coerenti tra loro. La filosofia ha insegnato a rispettare le cose divine, ad apprezzare le cose umane, e che il potere si trova nelle mani degli dèi, mentre tra gli uomini c'è una società.
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Senza dubbio dopo la battaglia di Leuttra gli Spartani non si risollevarono più e non riacquistarono il potere precedente, quando nel frattempo Agesilao mai cessò di soccorrere la patria con qualunque mezzo potesse. Infatti quando gli Spartani avevano particolarmente bisogno di denaro, egli fu di difesa a tutti coloro che si ribellavano al re; avuto in dono da costoro molto denaro, soccorse la patria. E a tal proposito, questo fu soprattutto ammirevole, cioè il fatto che sebbene gli venissero recati grandissimi doni dai re, dai dinasti e dalle città, egli mai nulla portò a casa sua, nulla mutò del modo di vivere, nulla del modo di vestire degli Spartani. Esercitò illustrissime cariche, ma fu contento in quella stessa casa in cui aveva vissuto Euristene, capostipite dei suoi antenati: chi vi era entrato non poteva scorgere nessun segno di mollezza, nessun (segno) di sfarzo, moltissimi invece di austerità e di frugalità. Mai s'incamminò verso il proprio piacere né accumulò suppellettili. La sua vita infatti in nulla differiva da quella di un qualsiasi povero e privato cittadino.
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Raccontano che Cesare fosse stato di alta statura, dicolorito pallido, di membra proporzinate, di faccia piuttosto piena, di ochhi neri e vivaci, di buona salute, ma negli ultimi tempi era solito svenire all'improvviso e anche agitarsi durante il sonno. Fu colpito per due volte anche da epilessia. Fu piuttosto scrupoloso nella cura del corpo al punto da, non solo radersi e tagliarsi i capelli diligentemente, ma depilarsi anche come alcuni rimproverarono e da sopportare, per la verità, assai mal volentieri il difetto della calvizie poiché aveva capito che essa era spesso nociva per gli scherzi dei detrattori. E così si era abituato a riportare i capelli dalla sommità del capo e tra tutti gli onori che gli erano stati decretati dal senato e dal popolo non altro accettò o sfruttò piu volentieri del diritto perpetuo alla corona di alloro.
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Giunse presso i Lestrigoni e il loro re divorò Antifate, compagno di Ulisse e distrusse undici sue navi eccetto una con la quale fuggì insieme ai suoi compagni nell'isola Enaria, presso Circe, figlia del sole, la quale con un filtro trasformava gli uomini in animali selvatici. Inviò a lei Euriloco insieme a molti compagni che quella tolse all'umana specie. E uriloco il quale non era entrato per via della paura, fuggì di lì e riferì ad Ulisse che si recò da lei da solo; ma durante il cammino Mercurio gli dette un antidoto. Ulisse giunse da Circe e ricevette da lei una tazza, versò l'antidoto su consiglio di Mercurio, impugnò la spada e le disse: "Se non mi avrai restituito i compagni ti ucciderò". Allora Circe comprese la volontà degli dei e restituì all'antica forma i suoi compagni; ella giacque con Ulisse dal quale generò i filgi Nausitoo e Telegono.
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