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Quando da giovane prestai servizio militare in Siria vidi da vicino e in casa il filosofo Eufrate e mi sforzai di essere amato da lui, anche se non era necessario sforzarsi. Da che insegna infatti, è disponibile, accogliente, e pieno di gentilezza. E magari io avessi soddisfatto quell'aspettativa che all'epoca egli maturò riguardo a me, nello stesso modo in cui egli aggiunse molto alle sue virtù! Discute in maniera acuta, seria ed elegante, e frequentemente riproduce anche quella celebre altezza e ampiezza di stile di Platone. Il suo linguaggio è ricco e vario, inizialmente dolce, anche allo scopo di attrarre ed accattivarsi coloro che sono restii. Oltre a questo, (ha) alta statura, volto dignitoso, capelli semplici, la barba folta e bianca; queste cose, sebbene vengano considerate casuali ed insignificanti, gli procurano molta venerazione. Nel vestire nulla di strano o di pauroso, ma molta austerità. Se lo incontrassi proveresti rispetto, non timore. Una radicale integrità di condotta e una cortesia pari. Attacca i vizi, non gli uomini; non punisce, ma corregge coloro che sbagliano. Mentre di consiglia lo seguiresti attento e senza distrarti e desidereresti che ti persuada, anche quando ti ha persuaso.
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Dobbiamo essere persuasi di ciò al punto che tutti i vizi del volgo ci sembrino non sgraditi, ma ridicoli, e che Democrito ci piaccia più di Eraclito: quest'ultimo infatti piangeva tutte le volte che era comparso in pubblico, (mentre) il primo (Democrito) rideva; al secondo tutte le cose che facciamo sembravano dolorose, al primo (sembravano) sciocchezze. Dunque bisogna sminuire e sopportare tutte le cose con animo sereno: è più adatto all'essere umano deridere la vita piuttosto che lamentarsene, giova di più al genere umano chi ride di esso che chi lo compiange: il primo spera in qualcosa, il secondo invece piange stupidamente ciò che dispera che possa essere corretto. È decisamente sufficiente inoltre sopportare con calma i costumi pubblici e i vizi umani e non deriderli né piangere eccessivamente: infatti dolersi per i mali altrui è una sciagura eterna, godere dei mali altrui è un piacere incivile. Anche nelle sue sventure personali è opportuno che l'uomo saggio si comporti in modo da concedere al dolore unicamente ciò che la natura impone, e non quanto richiede la consuetudine. I più infatti versano lacrime e ne fanno mostra, mentre hanno gli occhi asciutti tutte le volte che è venuto meno lo spettatore, giudicando vergognoso non piangere le cose che tutti piangono. Anche una cosa elementare, il dolore, arriva alla messa in scena.
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Non c'è ragione che la povertà ci allontani dalla filosofia, e certamente neppure l'indigenza. Anche la fame deve essere sopportata da coloro che si avvicinano a questa cosa (la filosofia); certuni tollerarono questa durante gli assedi e quale altro era il premio per quella sopportazione oltre al non cadere nel potere dei vincitori? Quanto maggiore è il premio che ti viene promesso: una libertà perpetua, la paura di nessun uomo e di nessun dio. Forse che anche colui che muore di fame deve arrivare a ciò? Gli eserciti sopportarono la mancanza di ogni cosa, vissero grazie alle radici delle piante e sopportarono la fame per mezzo di cose ripugnati a dirsi; sopportarono queste cose per un regno e, cosa per cui ti stupirai ulteriormente, un regno altrui: esiterà qualcuno a sopportare la povertà al fine di liberare l'animo dalle passioni? Non è necessario dunque arricchirsi prima: si può arrivare alla filosofia anche senza provviste per il viaggio.
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Ma la memoria si riduce, se non la eserciti. Si dice che Temistocle sapesse tutti i nomi dei concittadini. Tantomeno ho sentito (dire) che un qualche vecchio si dimenticò mai del luogo in cui avesse nascosto un tesoro. I filosofi da vecchi quante cose ricordano! Ai vecchi restano le capacità della mente, purché resti allo stesso modo lo studio e la laboriosità! Si dice che Sofocle compose tragedie fino all'estrema vecchiaia, e a causa di questo impegno, poiché sembrava che trascurasse il patrimonio familiare, fu citato in giudizio dai figli, affinché i giudici lo allontanassero dal patrimonio come fosse un demente. Si racconta che allora il vecchio recitò ai giudici quella sceneggiatura che aveva per le mai e che aveva scritto di recente, "l'Edipo a Colono", e chiese se forse quel testo sembrasse di un demente. Appena lo ebbe recitato fu prosciolto dalle sentenze dei giudici.
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Lucrezia, moglie di Collatino, triste poiché era stata violata da Sesto Tarquinio, inviò un messaggero a Roma presso il padre ed uno ad Ardea presso il marito, affinché arrivassero con un amico fidato ciascuno, dal momento che era capitata una cosa orribile. Sp. Lucrezio arrivò insieme a P. Valerio, Collatino insieme a L. Bruto. Trovano Lucrezia che siede triste nella camera da letto. All'arrivo dei suoi familiari uscirono lacrime dai suoi occhi, e, al marito che chiedeva "Stai davvero bene?", rispose "No. Che bene ci può essere infatti per una donna, una volta che la pudicizia è perduta? Nel tuo letto, oh Collatino, ci sono le tracce di un estraneo, per il resto, solo il corpo è stato violato, l'animo è intatto e il mio amore è solo per te: la morte ne sarà testimone. Ma giurate e date la parola che per l'adultero non andrà a finire senza punizione". Tutti dànno la parola. Consolano l'infelice: affermano che è la mente a sbagliare, non il corpo, e che non c'è colpa dove non ci sia stata intenzione. Disse: "Pensate a quale castigo gli sia dovuto, io, sebbene mi assolvo dall'errore, non mi voglio affrancare dalla punizione; nessuna moglie d'ora in avanti, vivrà da donna impudica a seguito dell'esempio che Lucrezia ha offerto". Si conficcò nel cuore il coltello che teneva nascosto sotto la veste, e morì accasciandosi sulla ferita.