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I Sabini, le vergini dei quali erano state rapite, inviarono l'esercito contro i Romani, ma l'esercito Romano oppose resistenza. Romolo e Tazio stavano a capo dei soldati: Romolo all'esercito Romano, Tazio a quello dei Sabini. Con il primo assalto i Sabini misero in fuga le ali dell'esercito dei Romani, ma Romolo sollevò le mani al cielo, fece un voto al tempio di Giove ed insieme ai compagni fece un'assalto contro i Sabini. Allora le donne rapite si misero tra i due eserciti e alla fine la pace fu restaurata. Romolo accolse nella sua città i Sabini e per molti anni regnò insieme a Tazio, re dei Sabini. Il re dei Romani elesse cento tra i più vecchi e li chiamò Senato per via dell'età anziana; un giorno inoltre all'improvviso scoppiò una tempesta con grandi tuoni e Romolo dalla vista di tutti volò via e la sua vista fu negata ai presenti. I Romani dunque venerarono Romolo come un dio e lo chiamarono Quirino.
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Cosa potrei dire riguardo agli spettacoli di Nerone? Soprattutto che era esaltato dalla popolarità, emulo di tutti coloro che scuotessero in qualche modo l'animo del volgo. Si diffuse la voce che, dopo le corone sceniche, egli nel quinquennio successivo sarebbe stato fatto sbarcare ad Olimpia tra gli atleti. Infatti, praticava assiduamente la lotta, e, in tutta la Grecia, non aveva assistito ai combattimenti ginnici, se non alla maniera dei giudici, stando seduto per terra nello stadio, e se alcune coppie si fossero allontanate troppo, riportandole con le sue mani al centro. Magari fosse stato un ottimo imperatore invece che un ottimo auriga! Per la verità potresti credere che, poiché Nerone veniva giudicato equiparare Apollo nel canto e il Sole nel guidare il carro, egli volesse imitare anche le imprese di Ercole: dicono che aveva preparato un leone, che egli, stando nudo nell'arena dell'anfiteatro, mentre il popolo assisteva, avrebbe dovuto abbattere con la clava o con la forza delle braccia.
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Ci chiederai, oh Grazzio, perché ci piaccia tanto Archia. Perché ci offre dove l'animo si possa rinfrancare da questo clamore del foro e dove le orecchie spossate dal chiasso si possano riposare. Io infatti confesso di essere dedito a questi studi: se ne vergognino tutti gli altri, se essi si nascosero a tal punto negli studi letterari da non poter recare da essi alcun contributo al bene della collettività o da non riuscire a portare niente alla vista e alla luce. Invece di che cosa dovrei vergognarmi io, che da tanti anni vivo, oh giudici, senza che il tempo dello studio mi abbia mai distolto dalle difficoltà e dall'interesse di chiunque, né il piacere tenuto lontano né infine il sonno trattenuto.
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Cabria invece morì nella guerra contro gli alleati in questo modo. Gli Ateniesi assediavano Chio. Nella flotta c'era Cabria, privato cittadino, ma superava per autorità tutti quelli che erano in carica, e i soldati lo ammiravano più di coloro che erano ai posti di comando. Questa circostanza gli rese la morte più celere. Infatti, appena desiderò di entrare in un porto e ordinò al timoniere di dirigere in quella direzione la nave, egli stesso fu di rovina a se stesso: dopo essere entrato in quel luogo, tutte le altre navi non lo seguirono. Una volta che ciò fu accaduto, circondato dall'accorrere dei nemici, pur combattendo valorosissimamente, la nave, colpita con un rostro cominciò ad affondare. Pur potendo fuggire da lì, se solo si fosse gettato in mare (poiché c'era in soccorso la flotta degli Ateniesi per raccogliere coloro che nuotavano), preferì andare incontro alla morte piuttosto che, gettate le armi, abbandonare la nave all'interno della quale era stato trasportato. Tutti gli altri non vollero fare ciò, e questi nuotando si misero in salvo. Ma lui, ritenendo che una morte decorosa fosse superiore ad una vita vergognosa, fu ucciso dalle armi dei nemici mentre combatteva corpo a corpo.
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Ma i generi di ingiustizia sono due, uno, di quelli che compiono il torto, l'altro, di quelli che pur potendo, non allontanano il torto da quelli che hanno intenzione di compierlo. Infatti chi assale a torto un uomo, spinto dall'ira o da qualche altro impulso, egli è come se mettesse le mani addosso a un compagno; chi invece non si è opposto né ha resistito al torto, pur potendo, è altrettanto in colpa, come se abbandoni i genitori, gli amici o la patria. E senz'altro quei torti che molti compiono volontariamente per nuocere, spesso derivano dalla paura, poiché colui che pensa di nuocere a un altro, crede con timore che egli stessò riceverebbe uno svantaggio, qualora non lo facesse. I più invece aggrediscono per compiere un torto e per ottenere quelle cose che desideravano; se è così, in questa colpa un ruolo molto ampio svolge l'avidità.