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Mentre gli animi degli avversari erano terrorizzati da questi fatti, Cesare, al fine di non dover sempre far passare la cavalleria attraverso il ponte con un giro largo, dopo aver trovato un luogo idoneo, decise di scavare numerosi fossati larghi trenta piedi, per mezzo dei quali deviare una certa parte del fiume Sicori e creare un guado su questo fiume. Dopo che li ebbe quasi terminati, Afranio e Petreio piombano nel grande timore di essere completamente tagliati fuori dalle vettovaglie e dai foraggiamenti, poiché Cesare era molto forte quanto a cavalleria. Così decidono di abbandonare quei luoghi e trasferire la guerra nella Celtiberia. Questa decisione era favorita anche da una riflessione, il fatto che delle due fazioni opposte, che nella guerra precedente erano state insieme a Q. Sertorio, le popolazioni che erano state sconfitte temevano il nome e il potere di Pompeo, sebbene non fosse presente, mentre quelle che erano rimaste nell'alleanza, onorate di grandi concessioni, lo amavano; il nome di Cesare invece, tra i popoli barbari, era assai poco conosciuto. Qui si aspettavano grandi cavallerie e grandi truppe ausiliarie e, nelle loro terre, meditavano di protrarre la guerra fino all'inverno. Dopo aver preso questa decisione, ordinano che siano raccolte navi lungo tutto il corso del fiume Ebro e che siano portate a Octogesa. Questa era una città situata sull'Ebro e distava venti miglia dall'accampamento. Presso quel luogo, ordinano che, con le navi congiunte tra loro, sia costruito un ponte e portano due legioni al di là del fiume Sicori, quindi fortificano l'accampamento con una trincea di dodici piedi.
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I druidi hanno la consuetudine di non partecipare alla guerra e non pagano le tasse insieme a tuti gli altri, hanno l'esenzione dal servizio militare e da ogni cosa (onere). Attratti da così grandi privilegi, in molti spontaneamente confluiscono in questa arte, oppure vengono mandati da genitori e parenti. Si dice che lì imparino a memoria un gran numero di versi. Perciò parecchi rimangono in fase di formazione per venti anni. Né stimano che sia lecito affidare quella (dottrina) alla scrittura, mentre in quasi tutte le altre cose, nei resoconti pubblici e privati, si servono dell'alfabeto greco. A me sembra che abbiano stabilito ciò per due ragioni: perché non vogliono che la loro arte sia portata tra il popolo né che quelli che la imparano, confidando nella scrittura, esercitino di meno la memoria; poiché accade quasi nella maggior parte dei casi che a causa dell'aiuto della scrittura trascurino la diligenza nell'apprendimento e la memoria.
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Io, Temistocle, sono venuto da te, io che, tra tutti i Greci, ho arrecato alla tua patria i danni più numerosi, durante tutto il tempo in cui dovetti combattere contro tuo padre e difendere la mia patria. Io medesimo, ho compiuto buone azioni molto più numerose, dopo che io ho cominciato ad essere al sicuro e lui in pericolo. Infatti quando egli volle ritornare in Asia, dopo aver compiuto la battaglia di Salamina, con una lettera lo informai che si progettava questo, che il ponte che lui aveva costruito nell'Ellesponto fosse distrutto e (lui) accerchiato dai nemici. Con questo messaggio egli fu messo al riparo dal pericolo. Ora invece sono fuggito presso di te, perseguitato da tutta la Grecia, chiedendo la tua amicizia: se la otterrò, tu mi avrai come buon amico, non meno di quanto egli mi sperimentò come valoroso nemico. Chiedo inoltre una cosa, che riguardo a quelle cose delle quali voglio parlare con te, tu mi conceda un anno di tempo, passato il quale tu accetti che io vanga da te.
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Giunsi a Brindisi il diciassette Aprile (quattordici giorni prima delle Calende di Maggio). Quel giorno i tuoi schiavi mi recapitarono una lettera da parte tua, e altri fanciulli, due giorni dopo, mi portarono un'altra missiva. Quanto al fatto che mi chiedi e mi esorti ad essere presso di te nell'Epiro, il tuo desiderio è per me assai gradito e per niente inaspettato. Certamente l'idea mi sarebbe gradita, se fosse lecito trascorrere lì tutto il tempo; infatti odio l'affollamento, evito gli uomini, posso a malapena guardare la luce, codesta solitudine non mi sarebbe amara, specialmente in un luogo così familiare, ma per prima cosa è fuori dal tragitto, in secondo luogo è a quattro giorni da Autronio e da tutti gli altri (catilinari), infine è senza di te. Infatti a me una cittadella fortificata sarebbe utile come abitante, come viandante non mi è necessaria. Del resto se io volessi osare andrei ad Atene. Ora anche lì ci sono nostri nemici, non abbiamo te e temiamo che pensino che neppure quella città sia sufficientemente lontana dall'Italia. Inoltre non scrivi per quale giorno dovremmo attenderti. Riguardo allo stato vedo che tu raccogli tutte le cose che ritieni mi possano suscitare qualche speranza che le cose cambino. Tu puoi comunque raggiungerci, infatti o arriveremo in Epiro o proseguiremo lentamente per la Candavia. Inoltre procurava l'incertezza riguardo all'Epiro non la nostra volubilità, ma il fatto che, riguardo a mio fratello, non sapevamo dove lo avremmo rivisto; e non so (ancora) né in che modo lo vedrò né come dovrò lasciarlo.
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Durante quella notevolissima guerra che gli Ateniesi e gli Spartani fecero tra loro con un enorme dispiegamento di forze, il grandissimo Pericle, capo della sua città sia per prestigio che per eloquenza e per intelligenza, poiché, eclissatosi il sole, si era fatto buio all'improvviso, e poiché un grandissimo terrore aveva pervaso gli animi degli Ateniesi, si dice che spiegò ai suoi concittadini ciò che egli stesso aveva appreso da Anassagora, del quale era stato allievo: che quella cosa si verificava in un momento preciso e fisso, quando la luna si collocava completamente dietro alla sfera del sole. Quindi spiegò che ciò non poteva che verificarsi, se non ogni novilunio, comunque a scadenze regolari di cicli lunari. Dopo aver spiegato ciò, con della discussione e con argomentazioni razionali, liberò il popolo dalla paura; allora infatti, era una teoria nuova e sconosciuta che il sole, collocandosi di fronte alla luna, fosse solito eclissarsi, un fenomeno che, dicono, che abbia visto per primo Talete di Mileto. Così il popolo non rimase all'oscuro, grazie alla cultura di Pericle.