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Caio Ottaviano sconfigge in Grecia Bruto e Cassio. Dopo la vittoria ritorna in Italia e assume la dittatura perenne: Ottaviano da solo è il padrone di Roma. I Romani chiamano Ottaviano "Augusto". Augusto celebra i trionfi, concede al popolo magnifici spettacoli e naumachie, importa bestie di terre straniere e le mostra ai Romani nel Circo. In seguito Augusto era il padrone di tutto il mondo. Ma Augusto non solo cercava i favori del popolo, ma rinnovava anche l'agricoltura, la disciplina degli antichi e le antiche cerimonie. Augusto aiutava molti e celebri poeti e li accoglieva con piacere a corte: Virgilio, Orazio, Properzio erano la gloria della corte di Augusto. I poeti approvavano e celebravano le battaglie, le vittorie, la disciplina di Augusto. Augusto regnava su molti popoli: gli Italici, i Greci, gli Asiatici, gli Africani, gli Illirici, gli Ispani, i Galli, l'Europa, l'Asia e l'Africa obbedivano ad Augusto.
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Edipo e la sfinge
versione latino Igino traduzione dal libro Scaena latina
Quando Edipo, figlio di Laio e di Giocasta, arrivò all'età della pubertà, era il più forte di tutti gli altri, e per invidia i coetanei rinfacciavano a lui che egli era sottomesso a Polibo, poiché Polibo fosse talmente clemente per lui e quello imprudente; e perciò Edipo capì di non essere rimproverato falsamente. Pertanto partì per Delfi allo scopo di investigare riguardo ai suoi genitori. Intanto a Laio nei presagi era annunciato che a lui la morte fosse imminente dalla mano del nato. Lo stesso, andando a Delfi, venne incontro a lui Edipo, che, poiché le guardie ordinavano di consegnare al re il tragitto, (lo) trascurò. Il re mandò cavalli e una ruota schiacciò il suo piede; Edipo adirato, tolse inconsapevole suo padre dal carro e (lo) uccise. Ucciso Laio, Creonte, figlio di Meneceo, occupò il regno; intanto la Sfinge di Tifone fu inviata in Boezia, la quale devastava i campi dei Tebani; ella propose una sfida al re Creonte: se qualcuno avesse interpretato il canto che poneva, si allontanava da lì; se invece non avesse risolto il canto dato, si sarebbe divorata lui, e disse che contrariamente non si sarebbe allontanata dai territori. Il re udita la cosa, annunciò per la Grecia: chi avesse risolto il canto della Sfinge, promise che a lui avrebbe dato il suo regno e in sposa la sorella Giocasta. Essendo parecchi venuti per il desiderio del potere ed essendo stati divorati dalla Sfinge, Edipo, figlio di Laio, venne ed interpretò il canto; quella si precipitò.
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Aristonico e i macedoni versione latino Curzio Rufo
dal libro SCAENA LATINA
Per caso Aristonico, tiranno di Metimna, con navi piratiche, ignaro di tutte quelli che erano stati condotti a Chio, si avvicinò ai baluardi del porto alla prima vigilia (dalle 6 alle 9 della sera) e, chiesto dai custodi chi fosse, rispose che Aristonico veniva per Farnabaco. Essi affermano che Farnabaco in realtà ora riposa, e non può perciò essere visitato, tuttavia il porto è disponibile per il compagno e l'ospite, e il giorno seguente ci sarà la truppa di Farnabaco. Aristonico non esitò ad entrare per primo, le barche piratiche seguirono il duce, e, mentre attaccano le navi al molo del porto, il baluardo è opposto dalle sentinelle, e dagli stessi sono allontanati quelli che facevano le sentinelle più vicini. Senza che nessuno osasse opporsi, le catene furono poste a tutti, quindi sono consegnati ad Anfotero e ad Egeloco. Da questo momento i Macedoni andarono a Militene, che l'ateniese Carete occupata recentemente, (la) difendeva con un presidio di duemila Persiani; ma, poiché non poteva tollerare l'assedio, consegnata la città, avendo pattuito che (gli) era permesso di allontantanarsi incolume, andò ad Imbro; i Macedoni risparmiarono gli arresi (coloro che si erano arresi)
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Fedro Scaena latina
Frase iniziale: Cn. Pompeius, qui unus fuit e maximis Romanis ducibus, bellum contra hostes gerebat et multas sarcinas ...
Gneo Pompeo, che fu uno dei più grandi comandanti Romani, combatteva contro i nemici e aveva con sé molti carichi pieni d'oro, che guardie sorvegliavano. Nell'accampamento si trovava un soldato dalla corporatura robusta, che tutti deridevano, poiché lo reputavano un vile. Costui, di notte, tentò di rubare le mule che portavano i carichi di Pompeo. Ma accorsero le guardie e recuperarono i carichi. Quel soldato non evitò il sospetto di rapina e le sentinelle lo condussero da Pompeo. Ma egli disse così al condottiero: "Si facciano acqua i miei occhi se ho rubato i tuoi carichi". Allora Pompeo, al quale tutti avevano descritto quel soldato come vile, lo lasciò andare impunito. Poco dopo uno dei nemici sfidò i Romani a duello, tutti si rifiutavano di combattere, ma quel soldato, che reputavano vile, si slanciò contro quel fortissimo avversario e lo uccise subito con un solo colpo di spada. Allora Pompeo gli disse: "Sei stato un uomo audace e coraggioso e hai procurato grande gloria ai Romani. Per questo motivo ti darò la ricompensa che il tuo valore si è meritato. Ma che i miei occhi si facciano acqua se tu non hai rubato i miei carichi".
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Est omnino Artemidori tam benigna natura ut officia amicorum in maius semper extollat; quare non mirum est quod meum meritum magna praedicatione circumfert. Adde quod non ego credo tam eximiam gloriam meruisse me quantam ille praedicat. Unam esse huius rei causam puto: quod Musonium, socerum eius et Artemidorum ipsum, iam tum cum in Syria militarem, complexus sum arta familiaritate. Tunc primum nonnullis indolis specimen dedi quod virum aut sapientem aut sapienti proximum intellegere visus sum. Nam ex omnibus, qui nunc se philosophos vocant, vis unum aut alterum invenies tanta sinceritate, tanta veritate. Mitto quod tanta patientia hiemes ac aestates fert ut nullis laboribus cedat, nihil voluptatibus in cibo aut potu tribuat, oculos animumque contineat. Sunt haec minima si ceteris virtutibus comparentur, quibus meruit ut a Caio Musonio gener adsumeretur. Quae mihi recordanti est quidem iucundum quod me tantis laudibus cumulat. Vereor tamen ne modum excedat. Nam ille vir, alioqui prudentissimus, in hoc uno errore versatur quod pluris amicos suos quam sunt arbitratur.
Traduzione
Plinio al genitore suo s.
Artemidoro ha senza dubbio un carattere così cortese che esalta sempre al massimo le opere degli amici; perciò non è strano che fa conoscere il mio merito con grande elogio. Aggiungi che io non credo che meritassi tanta esimia gloria quanta ne proclama lui. Ritengo che una sia la ragione di questa cosa: che abbracciai in una stretta amicizia Musonio, suo suocero, e Artemidoro stesso, avendo già prestato servizio militare in Siria. Allora diedi il primo segno di una qualche simpatia, poiché mi sembrò di capire che quest'uomo era o sapiente o vicino alla sapienza. Infatti fra tutti quelli che ora si dicono filosofi, vuoi in uno o in un altro, lo troverai con tanta sincerità e verità. Tralascio il fatto che possiede così tanta perseveranza in inverno e in estate che non rinuncia a nessun lavoro, che non si concede nessuna voluttà nel mangiare o nel bere e che tiene a freno gli occhi e la mente. Queste cose sono minime se vengono paragonate alle virtù rimanenti, per le quali meritò di essere preso come genero da Caio Musonio. E' certamente piacevole che mi torni alla mente questa cosa poiché mi colma di tanti elogi. Tuttavia ho timore che oltrepassi la misura. Infatti quell'uomo, sotto altri aspetti prudentissimo, commette quest'unico errore, visto che stima i suoi amici più di quanto essi valgono.