Tantalus Lydorum rex clarus inter omnes homines ob magnas divitias suas erat et diis deabusque carus
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Tantalo, il re dei Lidi, era famoso tra tutti gli uomini per via della sua grande ricchezza, ed era caro agli dèi e alle dee. Perciò Giove, il padre degli dèi e degli uomini, invitava spesso Tantalo sull'Olimpo, e lo ammetteva al banchetto degli dèi. Ma Tantalo, nel cielo, ascoltava i discorsi di Giove e degli dèi, e sulla Terra riferiva le loro decisioni agli uomini; per giunta, una volta, dato che voleva assaporare il cibo e la bevanda degli dèi, fece il furto del nettare e della divina ambrosia. A quel punto Giove, adirato, disse al re dei Lidi: O Tantalo, tu, a causa di misfatti tanto grandi, verrai allontanato dall'Olimpo, e verrai punito negli Inferi con un castigo spaventoso. Starai fermo nella palude Stigia, dove sarai ininterrottamente tormentato dalla fame e dalla sete; infatti, se muoverai la bocca verso l'acqua, l'acqua immediatamente si tirerà indietro dalla tua bocca; grossi rami, con molti piacevoli frutti, penderanno davanti ai tuoi occhi, ma, se solleverai le braccia verso essi, un vento improvviso solleverà i rami degli alberi verso il cielo. Per giunta, nella palude, un enorme macigno incomberà sempre sopra la tua testa, come una minaccia costante. E così, il povero Tantalo, sopporterà per l'eternità questo spietato supplizio, per ordine di Giove.
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Una notte, alcuni pastori riposavano sotto un ampio albero, vicino ad una piccola palude; nelle acque tranquille della palude si rifletteva la figura della luna, in quel momento completamente piena. Un asino, che aveva sete, giunge casualmente (forte: "casualmente") alla palude, ma i pastori, con alte grida, allontanano dall'acqua il povero animale, dato che il loro comandante precedentemente aveva detto: Se l'asino beve l'acqua, di certo succhia anche la luna: e così noi rimarremo senza la luna. Per questo tenete l'asino lontano dall'acqua! Intanto una nuvola nera oscura la luna. Allora i pastori, che non vedevano più la luna, addossano la colpa all'asino, ed immediatamente lo accerchiano, lo catturano e conducono al processo. Il giudice sciocco ascolta i pastori ed emette la sentenza: L'asino ha ingoiato la luna: uccidetelo e tirate fuori la luna dal suo stomaco! I pastori compiono gli incarichi, ed uccidono l'asino sventurato: allora, casualmente, la nuvola svanisce e la luna appare nuovamente nel cielo. I pastori attribuiscono il merito a sé stessi, e, pieni di gioia, levano grida fino alle stelle.
Contra Veientanos qui Romanis rebellaverunt mittitur Furius Csamillus vir strenuus ac semper ad bell
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Contro i Veientani, i quali si erano ribellati ai Romani, è inviato Furio Camillo, un uomo valoroso e sempre pronto alla guerra in difesa della patria. (Egli) dapprima vince i Veientani nella pianura presso la città, poi, per mezzo di una violenta battaglia, conquista anche la città di Veio. Ma, contro Camillo, che veniva considerato un uomo fortunato e caro agli dèi, nasce l'invidia dei suoi concittadini, e per questo viene mandato in esilio. Successivamente i Galli Sènoni, guidati da Brenno, dalla Gallia Cisalpina, attraverso gli Appennini e l'Etruria, calano nel Lazio, si scontrano contro le truppe dei Romani presso il fiume Allia, e alla fine occupano Roma, tranne il Campidoglio. Ma Camillo, che scontava l'esilio in una città vicina, quando viene a sapere la sconfitta dei Romani, immediatamente accorre in aiuto della patria: arruola nuove truppe, combatte contro i Galli e li sconfigge. Dopo la vittoria ritorna a Roma, dove viene grandemente onorato, e viene chiamato "il Secondo Romolo" e vale a dire "il nuovo fondatore di Roma".
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Epicuro, un illustre filosofo Greco, dichiara: Gli esseri umani non possono vivere in maniera serena, se non vivono con saggezza e con giustizia. Se infatti – aggiunge Cicerone – una popolazione non può essere felice durante una rivolta, e una casa non può essere felice nella discordia dei padroni, neppure l'animo dell'essere umano, se discorda con sé stesso, può avere tranquillità alcuna, né può essere libero e felice. E se le gravi malattie del corpo impediscono la felicità della vita, quanto di più si oppongono alla felicità le malattie dell'animo! Le malattie dell'animo sono i desideri smisurati e futili di ricchezza, di gloria, di sopraffazione e anche di piaceri; si aggiungono i malesseri, i fastidi, le tristezze che logorano l'animo e lo stremano con le preoccupazioni. Ma un'efficace correzione dei nostri difetti (ci) viene offerta dalla filosofia, la quale toglie non soltanto malesseri e fastidi, ma anche tutti i traviamenti; e così l'animo dell'essere umano può essere libero e felice.
Syracusani, quia copiarum duces continenter litigabant neque Poenos superare poterant, tandem uni vi
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I Siracusani, poiché i comandanti delle truppe litigavano senza interruzione e non riuscivano a sconfiggere i Cartaginesi, alla fine stabilivano di affidare il comando ad un unico uomo e di nominare un tiranno. A quel punto, dal famoso poeta Stesìcoro fu raccontata al popolo questa storiella: Un tempo i cavalli, gli asini, i cinghiali, i cervi e i gli agnelli delicati vivevano in grande concordia e liberi nei campi e nei boschi, quando, improvvisamente, l'arrogante cavallo riunisce i compagni e, con grande sfacciataggine, dichiara: Io sono il signore dei campi e dei boschi, voi siete i miei servitori, pertanto dovete ubbidirmi! Ma il cervo rifiuta fermamente (firme) di ubbidire al cavallo, ed abbandona i compagni. Allora il cavallo, adirato, desidera vendicare l'affronto del cervo, perciò chiede l'aiuto dell'uomo. L'uomo viene volentieri in aiuto del cavallo ed immediatamente gli applica le briglie ed il morso. Poi sprona il cavallo con lo staffile, incalza il cervo e lo uccide. E così il cavallo sciocco ora ha un padrone ed è oppresso da un giogo eterno. O Siracusani – dice Stesìcoro – un tiranno si comporta nello stesso modo: mentre vince i Cartaginesi, vostri avversari, fa di voi degli schiavi.
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