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Amemus Dominum Deum nostrum, amemus Ecclesiam eius: diligamus Deum sicut patrem, Ecclesiam...Tenens matrem, offendisti patrem. Tenete ergo, carissimi, tenete omnes unanimiter Deum patrem, et matrem Ecclesiam.
Amiamo il Signore Dio nostro, amiamo la sua Chiesa!: amiamo Dio come un padre, la Chiesa come una madre, Dio come un padrone, la Chiesa come la sua servitrice, poiché siamo figli di lui stesso! Nessuno affermi: certo, mi reco agli idoli, consulto gli stregoni e gli indovini: ma, tuttavia, non abbandono la chiesa di Dio; sono cattolico. Preservando la madre, offendesti il padre. Preservate dunque, o carissimi, preservate tutti, di comune accordo, Dio padre e la madre Chiesa.
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Hortulus quidam erat hospitii nostri, quo nos utebamur sicut tota domo: nam hospes ibi non habitabat dominus domus. Illuc me abstulerat tumultus pectoris, ubi nemo impediret ardentem litem quam mecum aggressus eram, donec exiret qua tu sciebas; ego autem non: sed tantum insaniebam salubriter, et moriebar vitaliter, gnarus quid mali essem, et ignarus quid boni post paululum futurus essem. Abscessi ergo in hortum, et Alypius pede post pedem. Neque enim secretum meum non erat, ubi ille aderat: aut quando me sic affectum desereret? Sedimus, quantum potuimus remoti ab ædibus. Ego fremebam spiritu indignans indignatione turbulentissima, quod non irem in placitum et pactum tecum, Deus meus, in quod eundum esse omnia ossa mea clamabant, et in coelum tollebant laudibus: et non illuc ibatur navibus, aut quadrigis, aut pedibus, quantum saltem de domo in eum locum ieram, ubi sedebamus. Nam non solum ire, verum etiam pervenire illuc, nihil erat aliud quam velle ire, sed velle fortiter et integre; non semisauciam hac atque hac versare et jactare voluntatem, parte assurgentem cum alia parte cadente luctantem
Annesso alla nostra abitazione c'era un modesto giardinetto, che usavamo come il resto della casa, poiché il nostro ospite, padrone della casa, non l'abitava. Là mi sospinse il tumulto del cuore. Nessuno avrebbe potuto arrestarvi il focoso litigio che avevo ingaggiato con me stesso e di cui tu conoscevi l'esito, io no. Io insanivo soltanto, per rinsavire, e morivo, per vivere, consapevole del male che ero e inconsapevole del bene che presto sarei stato. Mi ritirai dunque nel giardino, e Alipio dietro, passo per passo. In verità mi sentivo ancora solo, malgrado la sua presenza, e poi, come avrebbe potuto abbandonarmi in quelle condizioni? Sedemmo il più lontano possibile dall'edificio. Io fremevo nello spirito, sdegnato del più torbido sdegno perché non andavo verso la tua volontà e la tua alleanza, Dio mio, verso le quali tutte le mie ossa gridavano che si doveva andare, esaltandole con lodi fino al cielo. E là non si andava con navi o carrozze o passi, nemmeno i pochi con cui ero andato dalla casa al luogo dove sedevamo. L'andare, non solo, ma pure arrivare colà non era altro che il volere di andare, però un volere vigoroso e totale, non i rigiri e sussulti di una volontà mezzo ferita nella lotta di una parte di sé che si alzava, contro l'altra che cadeva.
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Maestri severi versione latino Sant'Agostino traduzione dal libro Lingua Magistra vol. 1 pagina 142 numero 45
Inizio: Ego puer rogavi te Deum, auxilium et refugium meum, et benignitatem... Fine: ...iuvenes verberati et abiecti sunt a suis magistris.
Io da bambino pregai te o Dio, mio aiuto e rifugio, e la tua clemenza: infatti a scuola spesso venivo percosso e piangevo poiché le mie piaghe erano derise dagli uomini più grandi e anche dai miei genitori: essi infatti certamente non desideravano nessun male per me, ma le frustate dei miei maestri allora per me furono un grande dolore. Le percosse erano sempre temute dagli allievi e ancora li terrorizzano ma i nostri genitori irridevano quei tormenti con i quali noi fanciulli venivamo umiliati dai maestri. Noi alievi li conoscemmo e tememmo ma peccavamo per nostra colpa poiché talvolta scrivevamo malamente sulle tavole cerate, oppure malamente leggevamo le storie: e perciò traemmo per noi un esiguo beneficio della scuola. Troppo spesso nelle antiche scuole dei Romani i giovani furono percossi e umiliati dai loro maestri.
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Sant'Agostino nuovo dalla sintassi al testo
Riconosci dunque quale sia la suprema armonia: non uscire fuori, ritorna in te stesso, la verità abita nell'interiorità dell'uomo; e se troverai la tua natura mutevole, trascendi anche te stesso. Ma ricorda che, quando trascendi te stesso, trascendi l'anima raziocinante. Dunque tendi là, dove si accende il lume stesso della ragione. Dove infatti giunge ogni buon raziocinatore, se non alla verità, giungendo la verità alla stessa non raziocinando, ma essendo essa stessa che i raziocinanti cercano? Lì vedi l'armonia, della quale niente può essere superiore, e accordati con essa stessa. Confessa di non essere tu ciò che essa stessa è: se essa non cerca se stessa, tu, invece, sei giunto alla stessa cercandola, non con l'attraversamenti dei luoghi, ma con la disposizione della mente, affinché lo stesso uomo interiore si congiunga con il suo abitante non nel piacere infimo e carnale, ma in quello supremo e spirituale.
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Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis, et crebro repetentis, quasi pueri an puellae, nescio: “Tolle lege, tolle lege”. Statimque mutato vultu intentissimus cogitare coepi, utrumnam solerent pueri in aliquo genere ludendi cantitare tale aliquid, nec occurebat omnino audisse me uspiam: repressoque impetu lacrimarum surrexi, nihil aliud interpretans divinitus mihi iuberi, nisi ut aperirem codicem et legerem quod primum caput invenissem. Audieram enim de Antonio, quod ex evangelica lectione, cui forte supervenerat, admonitus fuerit, tamquam sibi diceretur, quod legebatur: Vale, vende omnia, quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis: et veni, sequere me, et tali oraculo confestim ad te esse conversum. Itaque concitus redii in eum locum, ubi sedebat Alypius: ibi enim posueram codicem apostoli, cum inde surrexeram. Arripui, aperui et legi in silentio capitulum, quo primum coniecti sunt oculi mei: non in comissationibus et ebrietatibus, non in cubilibus et inpudicitiis, non in contenti - one et aemulatione, sed induite dominum Iesum Christum, et car nis providentiam ne feceritis in concupiscentiis. Nec ultra volui legere, nec opus erat. Statim quippe cum fine huiusce sen tentiae, quasi luce securitatis infusa cordi meo, omnes dubitationis tenebrae diffugerunt.
E così parlavo e piangevo, il cuore a piombo nella tristezza più amara. Ed ecco all'improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, lenta cantilena: "Prendi e leggi, prendi e leggi"... Mutai subito in volto e mi raccolsi in uno sforzo estremo di ricordare se in un qualche gioco di ragazzi c'era una cantilena come quella, e non mi sovveniva affatto d'aver udito mai niente del genere: e allora soffocai il mio pianto e mi levai in piedi. Non altro, interpretai, era il comando divino, che di aprire un libro e leggere il primo capoverso che trovassi. Così sapevo di Antonio che sopraggiungendo per caso durante una lettura del Vangelo si sentì personalmente chiamato, come si rivolgessero proprio a lui quelle parole: Vai, vendi tutte le cose che hai, dalle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli: e poi vieni, seguimi. E quella voce divina l'aveva immediatamente indotto a convertirsi a te. Così tornai con emozione grande al luogo dove era seduto Alipio: era lì infatti che avevo posato il libro dell'Apostolo, alzandomi. Lo afferrai e lo apersi e in silenzio lessi il primo passo sul quale mi caddero gli occhi: Non piú bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri. Non volli leggere oltre e neppure occorreva. Con le parole finali di questa proposizione una luce come fatta di calma mi fu distillata in cuore e ne cacciò quel buio folto di incertezze.