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Ultime parole della madre Monica a Sant'Agostino
versione di latino di Sant'Agostino
traduzione dal libro nuovo comprendere e tradurre pag 266
Fili mi, nulla res iam me delectat in hac vita. Quid hic faciam adhuc et cur hic sim, nescio. Una erat res propter quam in hac vita aliquantum manere cupiebam, ut te christianum catholicum viderem, priusquam e vita excederem. Tam cumulate hoc mihi Deus praestitit ut nunc te etiam servum eius videam. Quidnam hic facio?" Ad haec matris meae verba quid responderim, non satis recolo; interea intra quinque dies aut non multo amplius illa decubuit febribus ac paulo post decessit. Traduzione
"O figlio mio, oramai nulla in questa vita mi diletta. Cosa io faccia ancora qui e perché sia qui, (proprio) non lo so. Una era la cosa per la quale desideravo rimanere in vita per un pò di tempo: vedere te cristiano cattolico, prima di morire. Così generosamente Dio mi ha concesso di vederti ora anche suo servo. Che ci faccio qui?". Cosa risposi a queste parole di mia madre non ricordo; frattanto dopo cinque giorni o non molto di più cadde malata con la febbre e dopo poco morì.
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Sant'Agostino loda il Signore
Autore: Sant'Agostino
Versione di latino e traduzione
Quid es ergo, deus meus? quid, rogo, nisi dominus deus? quis enim dominus praeter dominum? aut quis deus praeter deum nostrum? summe, optime, potentissime, omnipotentissime, misericordissime et iustissime, secretissime et praesentissime, pulcherrime et fortissime, stabilis et incomprehensibilis, immutabilis mutans omnia, numquam novus numquam vetus, innovans omnia et in vetustatem perducens superbos et nesciunt. semper agens semper quietus, conligens et non egens, portans et implens et protegens, creans et nutriens et perficiens, quaerens cum nihil desit tibi. amas nec aestuas, zelas et securus es, paenitet te et non doles, irasceris et tranquillus es, opera mutas nec mutas consilium, recipis quod invenis et numquam amisisti. numquam inops et gaudes lucris, numquam avarus et usuras exigis, supererogatur tibi ut debeas: et quis habet quicquam non tuum? reddis debita nulli debens, donas debita nihil perdens. et quid diximus, deus meus, vita mea, dulcedo mea sancta, aut quid dicit aliquis cum de te dicit? et vae tacentibus de te, quoniam loquaces muti sunt.
Dio mio, che cosa sei dunque? Che cosa se non un Dio che è signore? Già - chi è signore oltre al Signore? E chi è dio oltre al nostro Dio? Tu - il supremo, il migliore, il più potente - sì, l'onnipotente - il più misericordioso e il più giusto, il più segreto e il più presente, il più bello e il più forte, immobile e inafferrabile, immutabile che tutto muti, mai nuovo e mai vecchio, che ogni cosa rinnovi e porti a vecchiezza i superbi e non s'accorgono; tu che sei sempre in atto e sempre in quiete, senza bisogno accumuli, sostieni e riempi e proteggi, crei e nutri e porti a compimento, tu cercatore che di nulla manca. Ami e non ti scomponi, sei geloso e imperturbabile, ti penti e non provi rimorso, ti infurii e resti in pace, muti le opere ma non l'idea; accogli ciò che trovi senza aver mai perduto, ignori la miseria e godi dei guadagni, ignori l'avarizia e pretendi ad usura. Ti si dà oltremisura per farti debitore: eppure, chi ha una sola cosa che non ti appartenga? Tu paghi i debiti senza dovere nulla, e li condoni senza perder nulla. E noi - mio Dio, mia vita, mia divina dolcezza, che cosa abbiamo detto? Che cosa può mai dire, chi parla di te? Eppure guai a chi di te non parla, perché parla, ed è muto.
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Nullo ergo tempore non feceras aliquid, quia ipsum tempus tu feceras. Et nulla tempora tibi coaeterna sunt, quia tu permanes; at illa si permanerent, non essent tempora. Quid est enim tempus? Quis hoc facile breuiterque explicauerit? Quis hoc ad uerbum de illo proferendum uel cogitatione comprehenderit? Quid autem familiarius et notius in loquendo commemoramus quam tempus? Et intellegimus utique, cum id loquimur, intellegimus etiam, cum alio loquente id audimus. Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare uelim, nescio: fidenter tamen dico scire me, quod, si nihil praeteriret, non esset praeteritum tempus, et si nihil adueniret, non esset futurum tempus, et si nihil esset, non esset praesens tempus. Duo ergo illa tempora, praeteritum et futurum, quo modo sunt, quando et praeteritum iam non est et futurum nondum est? Praesens autem si semper esset praesens nec in praeteritum transiret, non iam esset tempus, sed aeternitas. Si ergo praesens, ut tempus sit, ideo fit, quia in praeteritum transit, quomodo et hoc esse dicimus, cui causa, ut sit, illa est, quia non erit, ut scilicet non uere dicamus tempus esse, nisi quia tendit non esse?
Mai dunque, in nessun tempo, tu sei rimasto senza fare nulla, perché il tempo stesso sei tu che l'hai fatto. E non c'è periodo di tempo che possa dirsi a te coevo, perché tu permani: ma un tempo permanente non sarebbe tempo. Già, che cos'è il tempo? Chi ce ne darà una definizione breve e facile? Chi riuscirà ad afferrarne almeno col pensiero tanto da poterne parlare? Eppure, che cosa c'è che noi, quando parliamo, diamo per tanto scontato e familiare quanto il tempo? E senza dubbio capiamo quello che diciamo, capiamo anche quando ne sentiamo parlare da un altro. Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. E tuttavia io affermo tranquillamente di sapere che se nulla passasse non ci sarebbe un passato, e se nulla avvenisse non ci sarebbe un avvenire, e se nulla esistesse non ci sarebbe un presente. Ma allora in che senso esistono due di questi tempi, il passato e il futuro, se il passato non è più e il futuro non è ancora? Quanto al presente, se fosse sempre presente e non trascorresse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per far parte del tempo, in tanto esiste in quanto trascorre nel passato, in che senso diciamo che esiste anch'esso? Se appunto la sua sola ragion d'essere è che non esisterà: in fondo è vero, come noi affermiamo, che il tempo c'è solo in quanto tende a non essere.
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Recordari volo transactas foeditates meas, et carnales corruptiones animae meae; non quod eas amem, sed ut amem te, Deus meus. Amore amoris tui facio istud, recolens vias meas nequisissimas...
Voglio ricordare le passate brutture e le devastazioni inflitte dalla carne all'anima: non perché io le ami ma per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e ripercorro le vie della mia infamia nell'amarezza di questa rimemorazione: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno, tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo le spalle all'uno - a te - sono svanito nel molteplice. Vi fu un tempo, l'adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo piacere agli occhi degli uomini.
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Ita miser eram et habebam cariorem illo amico meo vitam ipsam miseram. nam quamvis eam mutare vellem, nollem tamen amittere magis quam illum, et nescio an vellem vel pro illo, sicut de Oreste et Pylade traditur, si non fingitur, qui vellent pro invicem vel simul mori, qua morte peius eis erat non simul vivere. sed in me nescio quis affectus nimis huic contrarius ortus erat, et taedium vivendi erat in me gravissimum et moriendi metus. credo, quo magis illum amabam, hoc magis mortem, quae mihi eum abstulerat, tamquam atrocissimam inimicam oderam et timebam, et eam repente consumpturam omnes homines putabam, quia illum potuit. sic eram omnino, memini. ecce cor meum, deus meus, ecce intus. vide, quia memini, spes mea, qui me mundas a talium affectionum immunditia, dirigens oculos meos ad te et evellens de laqueo pedes meos. mirabar enim ceteros mortales vivere, quia ille, quem quasi non moriturum dilexeram, mortuus erat, et me magis, quia ille alter eram, vivere illo mortuo mirabar. bene quidam dixit de amico suo: 'dimidium animae' suae. nam ego sensi animam meam et animam illius unam fuisse animam in duobus corporibus, et ideo mihi horrori erat vita, quia nolebam dimidius vivere, et ideo forte mori metuebam, ne totus ille moreretur quem multum amaveram. o dementiam nescientem diligere homines humaniter!
Ero così infelice, eppure più del mio amico avevo cara la mia stessa vita infelice. Certo, desideravo che mutasse, ma non di perderla in vece sua: non so se avrei accettato anche soltanto di morire per lui, come fecero a quanto si racconta Oreste e Pilade, che vollero - se non è solo una favola - morire almeno insieme, uno per l'altro, perché per tutt'e due peggiore della morte era il non poter vivere con l'altro. Ma in me era nato come un sentimento contrario a questo, e la noia di vivere m'era non meno opprimente della paura di morire. E quanto più lo amavo, credo, tanto più odiavo come nemica atroce la morte che me lo aveva rubato e la temevo e mi pareva sul punto di polverizzare all'improvviso ogni uomo, come aveva potuto far con quello. Sì, ero proprio in questo stato, ricordo. Tu vedi il mio cuore, mio Dio, lo vedi dentro: vedi come ricordo, speranza mia, che spazzi via questi miei sentimenti in ciò che hanno di impuro, dirigendo verso di te i miei occhi e liberando i miei piedi dal laccio. Ero stupito che vivessero ancora gli altri mortali, quando era morto lui che avevo amato come fosse immortale, e ancor più ero stupito di vivere io stesso, che ero un altro lui, quando lui era morto. Qualcuno ha detto bene del suo amico, che era metà dell'anima sua. Io sentivo infatti che la mia e la sua erano un'anima sola in due corpi: perciò la vita mi faceva orrore - io non volevo vivere a metà - e perciò mi faceva paura la morte, con cui sarebbe morto ormai del tutto anche lui, lui che avevo molto amato. Che follia non saper amare gli uomini come uomini!