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Epaminondas, cum ei cives irati officium sternendarum in urbe viarum...haud inferiores Atheniensibus Thraces ostenderet. (Valerio Massimo)
Epaminonda, avendo i cittadini adirati comandato a lui, per un affronto, che egli pavimentasse le vie in città, accolse l'incarico sordido senza esitazione, aggiungendo che egli avrebbe portato a termine in breve quanto gli avevano commissionato, ed avrebbe lastricato le vie in modo bellissimo; e così, con diligente impegno, fece che quel vilissimo incarico fosse considerato degnissimo e da una grandissima parte dei cittadini, desiderabile. Il Cartaginese Annibale, essendo in esilio presso il re Prusia, che era in guerra contro il re Eumene, ed esortandolo ad attaccare battaglia, al re che ricusava poiché lo vietavano le interiora degli animali, rispose: "Vuoi tu credere più alla carne d' uno vitellino, che ad un comandante in capo invecchiato nella guerra? "E certamente, al giudizio dello stesso Marte, l'esperienza di Annibale era maggiormente da considerare di ogni fuoco di sacrificio e di ogni altare della Bitinia. E fu pure nobile anche il detto del re Codro che, avendo visto che la città gli era data dagli Ateniesi, disse: "Io riconoscerò loro quei diritti, che io riconosco alla mia gente" e così pareggiò la Tracia ad Atene, perché, ricambiando i benefici, mostrava che i Traci non erano inferiori agli Ateniesi.
(By Stuurm)
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Dopo la morte di Numa, il popolo ordinò che fosse re Tullo Ostilio. Tullo, non soltanto fu piuttosto diverso da Numa, ma fu (addirittura) più feroce di Romolo. Quando l'età giovanile, le forze e la gloria stimolavano il suo animo, trovava una ragione abbastanza valida di guerra. All'epoca, per caso, dei contadini Romani da un campo Albano e degli Albani da un campo Romano si fecero razzia a vicenda. Furono inviati dei Romani molto veloci a pretendere il risarcimento da loro. Quando però gli Albani ebbero detto di no, i Romani dichiararono guerra. La contesa tuttavia fu piuttosto simile ad una guerra civile, quasi tra genitori e figli, poiché i Romani avevano avuto origine dalla stirpe dei re Albani. Tuttavia, l'esito della guerra rese meno triste lo scontro, poiché non si combatté in battaglia e i danni furono piuttosto lievi. Alla fine i due popoli si fusero in uno solo.
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Un povero contadino abitava in un tugurio non lontano dalla villa di un banchiere. Il banchiere, uomo scellerato, aveva occupato con la forza l'orticello del contadino, per ingrandire il proprio podere. Pertanto il contadino, per riacquistare il campicello, citò in giudizio l'ingiusto vicino. Ma il banchiere, per accattivarsi la simpatia del giudice, gli offrì cento monete d'oro. Il contadino non aveva alcuna speranza di salvezza, poiché non trovava neppure un testimone: infatti tutti i vicini temevano assai il potere del banchiere. Nel giorno stabilito il povero contadino si recò dal giudice. Ma il giudice incorrotto, mostrando dinanzi a tutti le cento monete donate(gli) dal banchiere, disse: "Non temere! Il tuo avversario ti ha procurato questi cento testimoni: questi convalidano la tua causa. Recupererai l'orticello".
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Nelle pagine degli antichi poeti leggiamo una favola su Niobe. Niobe figlia di Tantalo e della regina dei Tebani aveva sette figli e sette figlie. Ella in realtà per via dei suoi figli era superba. Un giorno, mentre i Tebani sacrificavano vittime alla dea Latona, Niobe esclamò così: "Oh Tebani, abbandonate gli altari di Latona e fate riti sacri per me, poiché io ho generato molti figli e supero lei". Appena pronunciò queste parole con grande arroganza scatenò la collera di Latona e così la dea la punì. Quindi mandò a chiamare i suoi figli, Febo e Diana, l'uno uccise i figli di Niobe con le frecce e l'altra uccise le figlie. Dopo che essi ebbero svolto gli incarichi di Latona, gli dèi trasformarono la povera Niobe in una pietra: essa versa sempre lacrime.
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Noi, come sai, ci allontanammo da te il due Novembre, giungemmo a Leucade il sei Novembre e il sette (giungemmo) ad Azio; lì, a causa di una tempesta, attendemmo fino all'otto. Da lì, il nove, navigammo in maniera piacevolissima alla volta di Corcira. Restammo a Corcira fino al sedici Novembre, trattenuti dalle tempeste. Il diciassette Novembre percorremmo centoventi stadi nel porto Corcireo, alla volta di Cassiope; lì, trattenuti dai venti, restiamo fino al ventitré Novembre. Nel frattempo, coloro che partirono in maniera smaniosa, in molti fecero naufragi. Noi partimmo in quel giorno, dopo aver mangiato; di lì, con l'Austro debolissimo ed il cielo sereno sia quella notte che il giorno successivo, giungemmo allegri in Italia, presso Otranto, e con il medesimo vento, il giorno successivo – vale a dire il 25 Novembre – giungemmo a Brindisi, all'ora quarta, e nel medesimo tempo, insieme a noi, entrò nella città Terenzia, che ti stima moltissimo.
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