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Alexandro Babylone mortuo...interficere conatus est; et fecisset, nisi ille clam noctu ex praesidiis eius effugisset.
Una volta che Alessandro fu morto a Babilonia, mentre i regni venivano distribuiti uno per ciascuno agli amici, e dopo che il vertice del potere era stato dato da difendere a Perdicca, a cui Alessandro, mentre moriva, aveva donato il suo anello, in questo periodo la Cappadocia fu assegnata ad Eumene. Perdicca si era accattivato costui con grande impegno, poiché vedeva in quell'uomo grande lealtà e operosità, e non aveva dubbi che, se l'avesse lusingato, egli (- Eumene) sarebbe stato di grande utilità per lui in quelle cose che preparava. Infatti pensava (cosa che quasi tutti, nei grandi imperi, desiderano fortemente) di impossessarsi delle parti di tutti e di riunirle. In verità fece ciò non soltanto lui, ma anche tutti gli altri che erano stati amici di Alessandro. Per primo, Leonnato stabilì di conquistare la Macedonia. Costui per mezzo di numerose grandi promesse provò a convincere Eumene ad abbandonare Perdicca e a stipulare un'alleanza con lui. Dal momento che non riusciva a convincerlo, tentò di ucciderlo; e lo avrebbe fatto, se quello, durante la notte, non fosse fuggito di nascosto dalla sua fortezza.
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Hasdrubal, Carthaginiensium dux, ad Hiberum amnem descenderat, ex Hispania Italiam petiturus ...
Asdrubale, il comandante dei Cartaginesi, era sceso verso il fiume Ebro, era sul punto di dirigersi dalla Spagna verso l'Italia. Gli venne incontro l'esercito Romano, che era guidato dal comandante Scipione. Per pochi giorni nessuno dei due uscì in battaglia; finalmente, in un unico e medesimo giorno, da entrambe le parti fu dato il segnale della battaglia, e tutte le truppe, dei Romani e dei Cartaginesi, vennero alle mani. L'esercito Romano si schierò su tre linee: una parte dei veliti fu sistemata fra i soldati della prima linea; una parte fu accolta dietro le insegne; i cavalieri attorniarono le ali. Asdrubale rinforza il centro dello schieramento con i soldati Spagnoli; sistema nell'ala destra i Cartaginesi e nella sinistra gli Africani e le truppe ausiliarie dei mercenari; colloca la cavalleria a difesa delle ali. Con l'esercito schierato in questa maniera, la speranza per Asdrubale e per Scipione era quasi identica, poiché questi o quelli non erano molto superiori, né per numero, né per tipo di soldati. I soldati Romani, tuttavia, erano risoluti e agguerriti, come se stessero per combattere in difesa dell'Italia. E così, al primo scontro, i Romani sopraffecero facilmente i nemici e uccisero una quantità cospicua di nemici. I Mauri e i Numidi, appena videro che l'esercito era in rotta, si diedero alla fuga; anche Asdrubale, insieme a pochi, fuggì con difficoltà dal centro dello schieramento.
Versione dal libro Il mio latino (diversa)
Versione dal libro Il latino a scuola il latino a casa (diversa)
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Danae, bella fanciulla, era la figlia del re Acrisio. Acrisio, re di Argo, interrogò un oracolo circa il destino della figlia, e gli fu risposto che Danae avrebbe partorito un figlio, e che quello avrebbe ucciso il re. Immediatamente il re, spaventato dalla profezia, rinchiuse la figlia in una prigione di pietra. Ma il dio Giove, trasformatosi in una pioggia dorata, giacque con Danae, e generò il figlio Perseo. Ma il padre, a causa della relazione illecita, gettò in mare la figlia, rinchiusa in una cassa con Perseo. Ma la cassa, per volere di Giove, giunse all'isola di Serifo; lì fu ritrovata da un pescatore. Dopo averla forzata, (egli) vide la donna con il bambino, e li condusse dal re Polidette, il quale sposò Danae e allevò Perseo nel tempio di Minerva. Dopo che Acrisio venne a sapere che la figlia e il nipote si trovavano presso Polidette, giunse nella città con l'intenzione di reclamarli. Non appena vide Acrisio, Perseo diede a suo nonno la sua parola che non lo avrebbe mai ucciso. Dopo pochi giorni Polidette morì. Però, mentre venivano celebrati gli spettacoli funebri del re, Perseo lanciò un piatto, che il vento deviò contro la testa di Acrisio. Così, il giovane uccise suo nonno, non per sua volontà, ma (per volontà) degli dèi.
Etiam claris viris ruinae causa aliquando fuit deorum numina neglegere ac erroribus vel culpa non ri
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Anche per gli uomini illustri, talvolta, fu causa di rovina trascurare le volontà degli déi e, per errori o per colpa, non compiere secondo il rito le cerimonie sacre. Il console Varrone, infatti, combatté con esito tanto negativo contro i Cartaginesi presso Canne, a causa dell'ira di Giunone poiché, quando, in qualità di edile, aveva organizzato i giochi circensi, aveva posto sul carro di Giove Ottimo Massimo un giovane attore affinché reggesse le reliquie. Quel misfatto, richiamato dalla memoria dopo alcuni anni, fu espiato per mezzo dei sacrifici. Fu tramandato che anche Ercole aveva preteso un castigo sia severo, sia evidente, di un'inadempienza al suo culto (lett. : "del suo culto trascurato"). I Potizi, una famiglia illustre e antica, dopo aver mantenuto e celebrato per molti anni il rito di Ercole, assegnato (loro) in dono dal dio in persona, per volontà del censore Appio, affidarono l'incarico agli schiavi: l'ira del figlio di Giove, a causa di un oltraggio tanto grande, divampò a tal punto che tutti i giovani della stirpe, nonostante fossero oltre trenta di numero, morirono nel giro di un anno, e il nome dei Potizi quasi svanì, mentre Appio perse la vista.
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A Roma, dopo Romolo, veniva eletto come unico sovrano Numa Pompilio; Numa non volle combattere alcuna guerra, ma istituiva le cerimonie sacre, e costruiva i templi degli dèi. Dopo quarantadue anni di governo moriva per una malattia. Dopo Numa deteneva il potere Tullo Ostilio; Tullo rispristinava le guerre, vinceva gli Albani, assoggettava Veio e Fidene, città limitrofe a Roma, aggiungeva a Roma il colle Celio. Veniva colpito da un fulmine all'interno della propria reggia e moriva. Dopo Tullio, prendeva il potere Anco Marzio, il figlio della figlia di Numa. Anco si scontrava contro i Latini, aggiungeva a Roma il colle Aventino, fondava una città presso la foce del fiume, sulle spiagge del Tirreno, dove approdavano le imbarcazioni dei Romani. Anche Anco moriva per una malattia, e lasciava il regno a Tarquinio Prisco, un uomo Etrusco.
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