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Bisogna quindi servirsi e c'è bisogno di loro, dei magistrati, senza la cui saggezza e diligenza non può esistere lo Stato, e sul cui ordinamento si fonda il governo dello Stato. Essi devono prescrivere non solo il modo di governare, ma anche ai cittadini il modo di ubbidire. Infatti colui che governa correttamente, è necessario che un tempo abbia obbedito, e chi obbedisce umilmente sembra esser degno di governare un giorno. Pertanto occorre che chi obbedisce speri che un giorno governerà e quello che governa consideri che in breve tempo dovrà obbedirgli, quando (quello) s'impadronirà del potere. In verità non solo prescriviamo che i cittadini obbediscano e diano ascolto ai magistrati, ma anche che li onorino e apprezzino. Pertanto giustamente il nostro Platone ritiene degni dei Titani coloro che si oppongono ai magistrati, poiché sono simili a quelli che si opponevano agli dei celesti.
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Ammettiamo pure che grazie all'esempio dei Goti, degli Alani e degli Unni la cavalleria possa fare progressi: risulta tuttavia che i nostri fanti siano privi di corazza. Dalla fondazione di Roma, fino all'epoca dell'imperatore Graziano, l'esercito di fanteria si proteggeva con corazze ed elmi; ma, quando venne meno l'esercitazione sul campo, a causa del sopraggiungere della negligenza e della pigrizia, le protezioni cominciarono ad apparire pesanti, e i soldati le indossavano raramente: così, una volta scoperti i petti e le teste, i nostri, scontrandosi contro i soldati Goti, furono spesso annientati dalla grande quantità di frecce. Così avviene che, coloro che sul campo di battaglia vengono esposti privi di protezione ai colpi, pensino non alla battaglia, ma alla fuga. Del resto, cosa potrebbe fare un arciere a piedi, senza corazza e senza elmo, che non riesce a tenere l'arco insieme allo scudo? Cosa potrebbero fare in battaglia gli stessi portainsegne, i quali reggono la lancia con la mano sinistra, i cui petti e le cui teste risultano scoperte? La al fante che li usa raramente corazza ed elmo appaiono pesanti. In questo modo coloro che non sono in grado di sopportare la fatica di portare le vecchie protezioni delle armature, poiché i (loro) corpi sono scoperti, sono costretti a fare fronte ai colpi e alla morte e, ciò che è più grave, ad essere catturati oppure a tradire lo Stato con la fuga. Mentre rifiutano esercitazioni e fatica, vengono macellati come bestiame con il più grande disonore.
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Da giovane Marco Tullio Cicerone, con il processo a Roscio, dimostrò la sua eloquenza e il suo spirito di libertà nei confronti dei Sillani, e, temendo una ritorsione per quella cosa, si recò, per (compiere) gli studi, ad Atene, dove ascoltò diligentemente il filosofo dell'accademia Antioco. Da lì, per (coltivare) l'eloquenza, si recò in Asia e poi a Rodi, dove ebbe come maestro il Greco Molone, retore all'epoca eloquentissimo, il quale si dice che pianse per il fatto che la Grecia venisse privata del primato dell'eloquenza da costui (da Cicerone). Da questore governò la Sicilia. Da edile condannò per appropriazione indebita Caio Verre. Da pretore liberò la Cilicia dai furti. Da console punì con la pena capitale i cospiratori. Poi, a causa dell'ostilità di P. Clodio, e su istigazione di Cesare e di Pompeo, che aveva colpito, sospettandoli di assolutismo, con la medesima libertà di parola, con la quale un tempo aveva colpito i Sillani, fu mandato in esilio, dopo che erano stati corrotti i consoli Pisone e Gabinio, i quali avevano ricevuto le province di Macedonia e d'Asia come ricompensa per la cacciata di costui. Poi, proteggendolo Pompeo in persona, ritornò e lo seguì nella guerra civile. Dopo che questo venne sconfitto, ottenne spontaneamente il perdono da Cesare; quando anche questo venne ucciso, appoggiò Augusto e giudicò Antonio nemico dello Stato; e quando Lepido, Ottaviano e Antonio formarono il triumvirato (lett. si fecero triumviri), sembrò che la concordia tra loro non poteva essere raggiunta in alcun modo, se non veniva ucciso Cicerone. Dopo che gli furono mandati dei sicari da Antonio mentre per caso si riposava a Formia, apprese dalla rivelazione di un corvo che la fine era vicina, e venne ucciso mentre fuggiva. La testa fu portata ad Antonio.
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A Pidna, Temistocle salì su una nave, sconosciuto a tutti i marinai. Ma, poiché questa (nave) venne trascinata da una violentissima tempesta a Nasso, dove all'epoca c'era un esercito degli Ateniesi, Temistocle capì che, se fosse andato in quel luogo, sarebbe dovuto morire. Costretto da questa necessità, rivela al comandante della nave chi egli sia, promettendogli molti doni. Ma quello, vinto dalla carità per un uomo illustrissimo, mantenne giorno e notte la nave ancorata in alto mare lontano dall'isola e non permise che nessuno uscisse da essa. Da lì andò ad Efeso e Temistocle scese dalla nave. So che la maggior parte tra gli storici ha scritto così, che Temistocle si trasferì in Asia durante il regno di Serse. Ma io credo soprattutto a Tucidite, sia poiché fu per età il più vicino a quelli che lasciarono testimonianza di quei tempi, sia poiché fu della medesima città. Egli afferma invece che lui (Temistocle) si recò presso Artaserse.
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Puoi forse trovare una città più sventurata di quanto fu quella degli Ateniesi, quando trenta tiranni la rovesciarono? Avevano ucciso mille e trecento cittadini, tutti i più nobili, e non avevano concluso, ma la crudeltà stessa si fomentava da sola. In questa città c'era l'Areopago, una santissima assemblea, dove si radunava ogni giorno il triste collegio dei carnefici. Poteva forse trovar pace quella città nella quale c'erano tanti tiranni quante guardie del corpo? Neppure si poteva offrire agli animi alcuna speranza di recuperare la libertà, né contro una tale quantità di mali, appariva lo spazio per alcun rimedio: da dove infatti (potevano uscire) altrettanti Armodi per la sventurata città? Tuttavia là in mezzo c'era Socrate e consolava i senatori che piangevano e confortava coloro che non avevano più fiducia nello stato dicendo "Non disperate!" e offriva un grande modello a coloro che desideravano imitarlo, quando, tra trenta padroni, avanzava libero. La stessa Atene tuttavia uccise costui in prigione: la libertà recuperata infatti, non sopportò la libertà di colui che apertamente aveva sfidato una schiera di tiranni; cosicché sappia tu che in uno stato oppresso per l'uomo saggio c'è occasione di dare prova di sé e in uno stato prospero e felice regnano la crudeltà, l'invidia, e mille altri vizi indolenti.