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La legione Pompeiana, incoraggiata dalla speranza di un aiuto veloce, si sforzava di resistere dalla porta Decumana e di sua iniziativa faceva un assalto contro i nostri. La cavalleria di Cesare, poiché saliva attraverso i terrapieni e attraverso una strada impervia, temendo per la sua ritirata, iniziava la fuga; il fianco destro dell'esercito, che era staccato dal sinistro, resosi conto dello spavento dei cavalieri, per non rimanere schiacciato all'interno della fortificazione, si ritirava quella parte attraverso la quale aveva fatto irruzione e la maggior parte di questi, per non finire nella strettoia, si gettavano nei fossati dalla fortificazione alta dieci piedi e, dopo che i primi erano morti, i rimanenti si procuravano salvezza e scampo attraverso i cadaveri di questi. Nel fianco sinistro dell'esercito i soldati poiché vedevano dal muro che Pompeo si avvicinava, e che i loro compagni fuggivano, temendo di rimanere bloccati nella strettoia, poiché avevano il nemico fuori e dentro, provvedevano a ritirarsi attraverso lo stesso passaggio per il quale erano venuti, e tutto era pieno di confusione, di timore, di fuga al punto che Cesare, mentre prendeva le insegne dalla mano di coloro che fuggivano e ordinava di fermarsi, alcuni, dopo aver abbandonato i cavalli, mantenevano la stessa corsa, altri per la paura abbandonavano anche le insegne e neanche uno si fermava.
C. Hostilio Mancino, vaesanae perseverantiae consuli, in Hispaniam provinciam ituro, haec prodigia f
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A Caio Ostilio Mancino, console dalla folle pertinacia, mentre era sul punto di partire per la provincia di Ispania, accadevano questi prodigi: poiché volle che si compisse un sacrificio a Lavinio, i polli fatti uscire dalla gabbia scapparono in un bosco vicino, e pur ricercati con grandissima attenzione, non poterono essere ritrovati. E quando salì sulla nave da Porto Ercole, dove era arrivato a piedi, alle sue orecchie giunsero parole di questo genere, senza che nessuno le dicesse: "Oh Mancino, resta!". Spaventato da esse, dopo che, cambiata la rotta, si fu diretto a Genova, e lì fu entrato in un battello, fu visto un serpente di notevole grandezza e presto sparì dalla vista. Perciò Ostilio eguagliò il numero dei prodigi con il numero dei rovesci: con un battaglia persa, un accordo vergognoso, una disastrosa resa.
Bello Peloponnesio Alcibiadis consilio atque auctoritate Athenienses bellum Syracusanis indixerunt .
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Durante la guerra del Peloponneso, per decisione ed ordine di Alcibiade, gli Ateniesi dichiararono guerra ai Siracusani; per guidare questa guerra fu scelto come comandante egli stesso, e gli furono dati inoltre due colleghi, Nicia e Lamaco. Quando ciò fu reso noto, prima che la flotta salpasse, avvenne che una notte tutte le Erme che si trovavano nella città di Atene, fossero abbattute eccetto una, che si trovava di fronte alla porta di Andocide. Così quello da allora fu chiamato il Mercurio di Andocide. Questo era chiaro: il fatto che il crimine era stato compiuto non senza un grande consenso di molti cittadini, poiché riguardava non un fatto privato, ma una questione dello stato; così un grande timore fu infuso nella cittadinanza, poiché all'interno della città si affacciava una forza tanto inaspettata da poter abbattere la libertà del popolo. Questo sospetto si concentrava soprattutto su Alcibiade, per il fatto che egli veniva considerato sia più potente, sia più ricco di un privato cittadino. Con la generosità aveva sconfitto molti, e con l'attività forense ne aveva resi suoi anche di più. Ragion per cui avveniva che egli mantenesse su di sé gli occhi di tutti, e che nessuno all'interno della cittadinanza si stimasse pari a lui. E così gli Ateniesi in lui non avevano solo una enorme aspettativa, ma temevano anche un ostacolo alla libertà dei cittadini.
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All'epoca l'Italia era ricca di arti e di dottrine di origine Greca e anche nel Lazio all'epoca questi studi erano coltivati con più passione di quanto non accada oggi nelle medesime città, e anche qui a Roma, grazie alla stabilità dello Stato, essi non erano trascurati. Pertanto gli abitanti di Taranto, di Reggio e di Napoli fecero dono a costui della cittadinanza e di tutti gli altri onori; e tutti coloro che erano capaci di capire qualcosa in fatto di talenti, lo giudicarono degno di conoscenza e di ospitalità. Poiché per via di questa così grande rinomanza della fama era ormai divenuto noto anche agli estranei, sotto il consolato di Mario e Catulo, si recò a Roma. Per prima cosa raggiunse quei consoli, dei quali l'uno poteva offrirgli imprese importantissime da scrivere, e l'altro poteva offrirgli sia le imprese compiute, sia passione e orecchio (per la poesia). Immediatamente i Luculli, quando Archia indossava ancora la toga pretesta, lo accolsero nella loro casa. E anche in questo caso, dimostrò a tal punto non solo talento e cultura, ma anche buona indole e virtù, che la medesima casa che fu la prima per la giovinezza di costui, gli restò assai familiare anche da vecchio.
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In aggiunta Q. Catulo espresse questo parere: "Che non si affidi a Cneo Pompeo il comando supremo!. Infatti tutti, con un'unica voce, hanno detto che riporranno la speranza proprio in quello; e se gli capiterà qualcosa di brutto, in chi riporremo la speranza?". E in verità io non dubito che Cneo Pompeo sia un uomo tale che nessuna cosa sia tanto grande e tanto ardua, che egli non la possa governare con la mente, mantenere grazie all'integrità e portare a compimento grazie al valore. Ma proprio in questa cosa io dissento molto fortemente da lui, quanto al fatto che, quanto meno certa e duratura è la vita degli uomini, tanto più lo stato, finché è concesso dagli dèi immortali, deve avvalersi della vita e del valore dell'uomo grande. E perciò io mi oppongo a che qualcosa di nuovo accada contrariamente agli esempi e ai precetti degli antenati. A tutti noi è noto che i nostri antenati obbedirono sempre alla consuetudine in tempo di pace, ma alla necessità in tempo di guerra, che adeguarono sempre alle nuove circostanze dei nuovi tempi le logiche delle decisioni, che due guerre gigantesche, quella Punica e quella di Spagna, furono portate a termine da un unico generale e che due città potentissime, Cartagine e Numanzia, che minacciavano grandemente questo impero, furono annientate dal medesimo Scipione Emiliano.