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Alexander, contemptor omnis periculi et multitudinis Persarum, undecimis castris1 ad Euphraten pervenit; quo pontibus iuncto, equites primos ire, phalangem sequi iubet. Tum Mazaeus, qui ad inhibendum transitum eius cum sex milibus equitum occurrerat, veritus est ne periculum adiret nec facere impetum in Alexandri agmen ausus est.Paucis deinde diebus datis militibus non ad quietem, sed ad praeparandos animos, Alexander strenue hostem insequi coepit, metuens ne interiora regni sui Darius peteret sequendusque esset per loca deserta et vasta: maxime timebat ne extremá inopiá in itinere Macedonum exercitus adficeretur. Igitur, quarto die, praeter Armeniam penetrat ad Tigrin. Tota regio ultra amnem recenti fumabat incendio: quippe Mazaeus, quaecumque adierat, haud secus quam hostis3 urebat. Ac primo, caligine, quam fumus effuderat, obscurante lucem, insidiarum metu Alexander substitit; deinde, ut4 speculatores praemissi nuntiaverunt omnia tuta esse, paucos equitum ad temptandum vadum fluminis praemisit.
Alessandro, spregiando ogni pericolo e il grande numero dei Persiani, giunse in undici accampamenti all'Eufrate; collegato il quale con due ponti ordina che passino per primi i cavalieri e che segua la falange. Allora Mazeo, che gli si era parato innanzi con seimila cavalieri per impedirgli l'attraversamento, si rese conto che il suo schieramento non osava né correre pericoli né attaccare Alessandro. Dopo pochi giorni lasciati ai soldati, non per riposarsi ma per rinsaldare gli animi, Alessandro prese ad inseguire il nemico senza tregua, temendo che Dario si ritirasse all'interno del suo regno e proseguisse attraverso luoghi deserti e spopolati: soprattutto temeva che l'esercito Macedone fosse colpito nel viaggio da un'estrema mancanza di viveri. Quindi, dopo tre giorni (lett. nel quarto giorno) penetra oltre l'Armenia fino al Tigri. Tutto il territorio al di là del fiume fumava per un recente incendio: dal momento che Mazeo, in qualunque luogo arrivava, non diversamente da un nemico appiccava incendi. E da principio subentrò in Alessandro il timore di imboscate per la caligine che il fumo aveva sparso dovunque ed oscurava il giorno; successivamente, quando gli esploratori mandati in avanscoperta annunziarono che tutto era sicuro, mandò pochi cavalieri a tentare il guado del fiume.
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Facile occupazione dell'Egitto da parte di Alessandro versione latino da Curzio Rufo traduzione dal libro Sistema latino 2 numero 22 pagina 36
Aegyptii olim Persarum opibus infensi ad spem adventus eius erexerant animos ... adire Iovis Hammonis oraculum statuit
Gli Egiziani, da tempo ostili alla potenza persiana, avevano aperto il proprio animo alla speranza del suo arrivo. Quindi una gran folla era accorsa a Pelusio, da dove sembrava che il re sarebbe entrato. Ed egli, dopo sette giorni che aveva mosso le truppe da Gaza, giunse nella regione d'Egitto che adesso chiamano 'Campo di Alessandro'. Quindi, dopo aver ordinato alle truppe di terra di dirigersi verso Pelusio, egli stesso, con uno scelto manipolo di armati alla leggera, navigò sul fiume Nilo. E i Persiani, spaventati anche dalla defezione degli Egizi, non attesero il suo arrivo. Egli era ormai non lontano da Menfi: e Mazace, governatore di Dario, lasciato a suo presidio, consegnò ad Alessandro tutto l'oro, oltre ad ottocento talenti e tutto l'arredo regale. Navigando sullo stesso fiume, si spinse da Menfi fino alle regioni interne dell'Egitto e dopo aver organizzato le cose in modo da non cambiar nulla del costume tradizionale degli Egizi, decise di recarsi all'oracolo di Giove Ammone.
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Aristonico e i macedoni versione latino Curzio Rufo
dal libro SCAENA LATINA
Per caso Aristonico, tiranno di Metimna, con navi piratiche, ignaro di tutte quelli che erano stati condotti a Chio, si avvicinò ai baluardi del porto alla prima vigilia (dalle 6 alle 9 della sera) e, chiesto dai custodi chi fosse, rispose che Aristonico veniva per Farnabaco. Essi affermano che Farnabaco in realtà ora riposa, e non può perciò essere visitato, tuttavia il porto è disponibile per il compagno e l'ospite, e il giorno seguente ci sarà la truppa di Farnabaco. Aristonico non esitò ad entrare per primo, le barche piratiche seguirono il duce, e, mentre attaccano le navi al molo del porto, il baluardo è opposto dalle sentinelle, e dagli stessi sono allontanati quelli che facevano le sentinelle più vicini. Senza che nessuno osasse opporsi, le catene furono poste a tutti, quindi sono consegnati ad Anfotero e ad Egeloco. Da questo momento i Macedoni andarono a Militene, che l'ateniese Carete occupata recentemente, (la) difendeva con un presidio di duemila Persiani; ma, poiché non poteva tollerare l'assedio, consegnata la città, avendo pattuito che (gli) era permesso di allontantanarsi incolume, andò ad Imbro; i Macedoni risparmiarono gli arresi (coloro che si erano arresi)
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Inizio: Amynta ab Alexandro Magno transfugerat ad Persas et cum multis Graecis Alexandri ... Fine: Sic Amynta dedit poenas, quia Alexandrum tradiderat.
Aminta aveva disertato (passando) da Alessandro Magno ai Persiani e con molti Greci delatori di Alessandro era arrivato a Tripoli, città Fenicia in Siria; da lì trasferì a Cipro dei soldati con le navi e poi, appena fu fornita una occasione, si diresse via mare in Egitto. Dopo che con un discorso intenso e pieno di coraggio e di fiducia i soldati furono incitati da Aminta al combattimento, con grande velocità furono condotti all'ingresso di Pelusio. Non appena Pelusio fu espugnata, il comandante portò le truppe a Menfi; per la notizia gli Egizi, popolo frivolo e desideroso di novità, accorsero dai villaggi e dalle città per l'abbattimento dei presidi nemici, poiché, sebbene fossero spaventati, tuttavia avevano deciso di non consegnare la patria ai nemici e di difenderla con tutte le forze. Ma Aminta, dopo ave vinto in combattimento, respinse gli Egizi in città; poi, non appena fu posto l'accampamento, i vincitori andarono qua e là per la regione per il saccheggio dei campi: tutte le cose erano depredate dai Greci, poiché i beni dei cittadini erano stati abbandonati. Ma il satrapo egizio Mazace, sebbene avesse visto gli animi spaventati dei suoi uomini per il combattimento nefasto, tuttavia dimostrò i Greci incauti per la fiducia della vittoria: velocemente si precipitò fuori dalla città con i soldati e recuperò tutti i beni, poi, con un astuto piano, affrontò gli uomini nemici: furono tutti uccisi assieme al comandante. Così Aminta scontò la pena, poiché aveva lasciato Alessandro.
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Nostrum mobile et expeditum agmen est, illud praeda grave. Inplicatos ergo spoliis nostris trucidabimus, eademque res et causa victoriae erit et fructus. Quodsi quem e vobis nomen gentis movet, cogitet Macedonum illic arma esse, non corpora. Multum enim sanguinem invicem hausimus, et semper gravior in paucitate iactura est. Nam Alexander, quantuscumque ignavis et timidis videri potest, unum anima est et, si quid mihi creditis, temerarium et vaecors, adhuc nostro pavore quam sua virtute felicius. Nihil autem potest esse diuturnum, cui non subest ratio. Licet felicitas adspirare videatur, tamen ad ultimum temeritati non sufficit. Praeterea breves et mutabiles vices rerum sunt, et fortuna nunquam simpliciter indulget.
il nostro esercito è agile e veloce, mentre il loro risulta appesantito dal bottino. Faremo dunque strage di coloro che (avanzano) intralciati dagli stessi trofei che hanno conquistato sconfiggendoci (perifrasi per "spoliis nostris")! La qual cosa (ci) varrà, allo stesso tempo, quale sprone e ricompensa della vittoria!E se qualcuno di voi si lascia impressionare dalla rinomanza di quel popolo (lett. attivo: quod si nomen gentis movet quem (= aliquem) e vobis), rifletta sul fatto che lì ci sono armi - e non corpi - macedoni. Sia noi che loro, infatti, abbiamo versato molto sangue! Ed ogni perdita, in circostanze di scarsità (di uomini e mezzi), è sempre piuttosto grave!
Del resto, Alessandro - per quanto possa apparire ignavo e timido - non è altro che una bestia e - datemi retta! - (una bestia) pazza furiosa, che fino ad ora ha avuto il sopravvento più per nostro demerito che per suo merito! Ma la pazzia non porta frutti durevoli Sebbene la buona sorte sembri assecondar(la), tuttavia - alla resa dei conti - (essa) non riesce a compensar(ne) la balordaggine. Le vicende (umane), poi, sono effimere e soggette al mutamento; e la buona sorte, alla lunga, volta le spalle!