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Quoniam officia non eadem disparibus aetatibus tribuuntur aliaque sunt iuvenum alia seniorum aliquid etiam de hac distinctionem dicendum est …
Dal momento che, ad età differenti non si assegnano i medesimi doveri, e i doveri dei giovani sono diversi dai doveri dei vecchi, qualcosa va detto anche in merito a questa distinzione. Dunque, è compito del giovane rispettare i più grandi d’età, e, tra essi, amare i migliori e i più apprezzati, e in modo da fare affidamento sul senno e sull’autorevolezza di quelli. Infatti, l’inesperienza dell’età giovanile deve essere rafforzata e governata dall’assennatezza dei vecchi. Inoltre, questa età deve essere soprattutto tenuta lontana dai piaceri ed esercitata nella fatica, e nella capacità di sopportare, sia dell’animo, sia del corpo, affinché la laboriosità di essi brilli sia nei doveri militari, sia nei doveri civili. E anche quando essi vorranno far riposare gli animi e darsi alla gioia, che facciano attenzione all’intemperanza, e si ricordino del pudore, cosa che sarà più semplice se saranno guidati dagli anziani. Ai vecchi invece, sembra che le fatiche del corpo debbano essere ridotte, e gli esercizi dello spirito debbano essere aumentati, e inoltre, essi devono adoperarsi in modo da aiutare il più possibile, per mezzo del senno e dell’accortezza, gli amici, la gioventù, e soprattutto lo Stato.
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Exercitus hostium duo unus ab urbe alter a Gallia obstant; fiutius in his locis esse si maxime animus ferat frumenti atque aliarum …
Si oppongono due eserciti dei nemici, uno da Roma, il secondo dalla Gallia; il bisogno di grano e delle altre cose impedisce che si stia più a lungo in questi luoghi, anche se l’animo lo sopporti perfettamente; dovunque si vuole andare, la strada va aperta per mezzo della spada. Per questa ragione vi invito ad essere di animo forte e preparato, e, quando entrerete in battaglia, ricordate che nelle vostre mani destre voi avete la ricchezza, l’onore, la gloria e inoltre la libertà e la patria. Se vinciamo, per noi tutte le cose saranno assicurate: vettovaglie in abbondanza, i municipi e le colonie saranno spalancati; se ci saremo arresi per paura, quelle medesime cose ci saranno contrarie, e né un luogo, né un alcun amico proteggerà colui che non avranno protetto le armi. Per giunta, o soldati, su di noi e su di loro non incombe la medesima necessità: noi lottiamo in difesa della patria, della libertà, della vita; per loro è superfluo combattere in difesa del potere di pochi. Per cui attaccate molto audacemente, memori dell’antico valore. Vi è stato concesso ditrascorrere la vecchiaia in esilio con enorme disonore; in molti, una volta perduti gli averi, avete potuto attendere a Roma gli aiuti altrui: poiché quelle cose sembravano disonorevoli e intollerabili per degli uomini, avete deciso di affrontare queste circostanze. Se volete uscire dalla guerra, c’è bisogno di coraggio: mai nessuno, se non un vincitore, ha trasformato una guerra in una pace.
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Urbem Romam condiderunt atque colurunt initio Troiani et cum iis Aborigines, genus hominum agreste et liberum...
All’inizio fondarono e abitarono la città di Roma i Troiani e insieme a loro gli Aborigeni stirpe di uomini rozza e libera, senza leggi e senza autorità. Questi popoli di razza differente e di lingua diversa, si radunarono dentro una unica cinta muraria e crebbero insieme con facilità. Così in breve tempo una massa differente ed errabonda diventò una città grazie alla concordia. A Roma i buoni costumi erano rispettati da tutti i cittadini. I giovani erano capaci di sopportare la guerra e imparavano nell’accampamento l’arte militare con un duro lavoro, tra armi eleganti e cavalli da guerra. Per simili uomini nessuna fatica era inconsueta nessun luogo impervio o inaccessibile, nessun nemico spaventoso. Dunque tra i cittadini la concordia era grande e il diritto ed il bene vigeva per natura. Praticavano le risse, le discordie, le liti con i nemici; i cittadini gareggiavano in valore con i cittadini. Erano sontuosi nelle preghiere degli dei e leali nei confronti degli amici. Così si prendevano cura della città con giustizia e imparzialità.
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Iam multos annos Ulixes terra marique erraverat quia Neptunus, Polyphemi pater et plagi deus, infesta.. ingentia dona ei dedit et patriam Ithacam reduxit.
Ulisse aveva peregrinato ormai per molti anni per terra e per mare, poiché Nettuno, padre di Polifemo e dio del mare, a causa della sua ira furibonda lo agitava (il mare), dal momento che Ulisse aveva privato dell’unico occhio il ciclope suo figlio. Dopo che in un naufragio aveva perso innumerevoli compagni e parecchie navi, quello approdò spossato sull’isola di Calipso, figlia di Atlante. La ninfa, conquistata dall’eleganza della bellezza e dalla nobiltà dell’uomo, si innamorò di Ulisse e lo trattenne presso di sè per un lungo periodo di tempo, finchè Mercurio, messaggero di Giove, le ordinò di lasciarlo andare. E così la ninfa costruì una zattera e tra le lacrime congedò Ulisse, ma Nettuno mandò nuovamente in pezzi questa imbarcazione. Tuttavia mentre l’eroe veniva sbalzato dalle onde la dea Leucotoe, la quale trascorre la vita in mare, gli dette una corazza magica. Con essa Ulisse si cinse il petto e così scampò incolume dal naufragio e giunse nell’isola dei Feaci. Lì Nausica, la bella figlia del re Alcinoo, lo condusse presso suo padre. Quello lo accolse con generosa ospitalità, gli diede cospicui doni e lo riportò nella patria Itaca.
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Tullius Cicero Tironi suo salutem...
Tullio Cicerone saluta il suo Tirone. Noi ci siamo allontanati da te, come sai, il due Novembre, e siamo arrivati a Leucade il sei Novembre, e ad Azio il sette. In questo luogo, a causa di una tempesta, abbiamo aspettato nel giorno otto. Da quel luogo, il nove, abbiamo navigato piacevolmente verso Corcira. Siamo stati a Corcira fino al diciassette Novembre, trattenuti dalle tempeste. Il diciotto, nel porto di Corcira, siamo avanzati per centoventi miglia fino a Cassiope. In quel luogo siamo stati trattenuti dal venti fino al ventitré. Intanto, molti di quelli che erano impazienti e che sono partiti, hanno fatto naufragi. Noi siamo salpati quel giorno, dopo aver cenato; da lì, con l’austro debolissimo e il cielo sereno sia quella notte che il giorno seguente, siamo giunti in Italia, e, con lo stesso vento, il giorno dopo, vale a dire il venticinque Novembre, siamo approdati a Brindisi.