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L'omicidio di Cesare che stava per accadere (futura) venne predetto da numerosi eventi portentosi. Nella colonia di Capua, mentre i coloni demolivano dei vecchi monumenti allo scopo di costruire una nuova città, all'interno di un monumento, nel quale era stato seppellito Capi, compagno di Enea e fondatore di Capua, venne ritrovata una tavola di bronzo sulla quale, con caratteri e con parole Greche, erano state scritte queste parole: Se saranno state ritrovate le ossa di Capi, verrà ucciso un uomo generato dal sangue di Iulo, e la sua morte sarà presto vendicata con grandi stragi in tutta Italia. In effetti Cesare traeva origine da Iulo, il figlio di Enea, il progenitore della famiglia Giulia. Un giorno l'aruspice Spurinna aveva avvertito: Incomberà un grande pericolo, se i cavalli avranno abbandonato il pascolo e avranno versato lacrime. Pochi giorni prima delle Idi di Marzo, i cavalli che Cesare, presso il fiume Rubicone, aveva consacrato agli dei, e aveva lasciato andare errabondi e liberi senza guardiani, si astennero dal cibo e piansero abbondantemente.
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Mentre partiva per l'Italia, Cesare mandò Servio Galba, insieme alla dodicesima legione e a una parte della cavalleria, contro i Nantuati, i Veragri e i Seduni, che si estendono dal territorio degli Allobrogi, dal Lago Lemanno e dal fiume Rodano, fino alle vette delle Alpi. Mandò contro di loro le legioni perché voleva che venisse aperto un passaggio attraverso le Alpi, per dove i mercanti erano abituati a passare con grande pericolo. Galba, compiuti alcuni scontri favorevoli, dopo che numerosissimi villaggi erano stati espugnati, e che da tutte le parti erano stati mandati presso di lui ambasciatori e consegnati ostaggi, e dopo che era stata fatta la pace, stabilì di collocare due coorti nel territorio dei Nantuati, e di svernare, insieme alle rimanenti coorti di quella legione, in un villaggio dei Veragri che si chiama Ottoduro. Protesse quel luogo con una palizzata e con un fossato. Dopo che furono passati numerosi giorni e che egli ebbe ordinato che in quel luogo fosse radunato del grano, Galba venne informato, per bocca degli esploratori, che durante la notte tutti i Galli erano andati via e che le montagne sovrastanti erano controllate da un'enorme massa di Seduni e di Veragri. Avvenne, infatti, che all'improvviso i Galli prendessero la decisione di riprendere la guerra e assalire le legioni Romane. Ricevute queste notizie, Galba venne colto da un grande timore, perché le fortificazioni non erano ancora state portate a termine, né si era provveduto a sufficienza al grano e al resto del vettovagliamento. Tuttavia, facendo affidamento sul valore dei soldati Romani, egli (Galba) stabilì di difendere l'accampamento.
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Dieci anni dopo la battaglia di Maratona, nella quale gli Ateniesi avevano respinto Dario, re dei Persiani, Serse, figlio di Dario, riprese la guerra contro i Greci: quindi con un grande esercito e una grande flotta, attraversò l'Ellesponto, e invase la Grecia. Allora gli Ateniesi, per decisione di Temistocle, abbandonarono le loro case e uscirono dalla città: i vecchi, le donne e i bambini si rifugiarono nell'isola di Salamina, gli uomini invece si imbarcarono sulle navi e salparono. Così i Persiani entrarono in Atene senza alcun impedimento, e distrussero e incendiarono tutti gli edifici pubblici e privati. Poco dopo, nello stretto davanti all'isola di Salamina, le navi degli Ateniesi e degli Spartani, che erano loro alleati, si scontrarono con la flotta dei Persiani: si combatté accanitamente fino a sera, ma le triremi dei Greci, leggere e veloci, aggredivano le navi pesanti e lente dei Persiani, le percuotevano e le affondavano. Serse, che osservava la battaglia dal promontorio di Cinosura, vide la disfatta della sua flotta e pianse. Così i Persiani furono sconfitti e scacciati dai Greci.
Verres homo nobilis sed improbus ac perditus a Senatu in Siciliam propraetor missus provinciam per t
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Verre, uomo nobile, ma disonesto e corrotto, mandato in Sicilia dal senato in qualità di propretore, amministrò la provincia in maniera vergognosa per un periodo di tre anni; per questo i Siciliani, afflitti per i suoi crimini, lo citarono in giudizio. Cicerone difese la causa dei Siciliani: si diresse di persona in Sicilia, e, nel giro di pochi mesi, con la massima attenzione, trovò le prove e le testimonianze di tutti i crimini di Verre. Infatti, il propretore scellerato aveva tormentato gli abitanti della Sicilia con nuove pesanti tasse; aveva torturato ed ucciso dei cittadini Romani come (fossero) schiavi; aveva liberato dalle carceri uomini malvagi e colpevoli, e aveva condannato uomini probi e innocenti; aveva aperto ai pirati porti ben fortificati e città sicure; aveva oppresso con la fame i marinai ed i soldati dei Siciliani, alleati ed amici del popolo Romano. Per giunta, da Verre erano state perse grandi flotte, con grande disonore, e molti edifici, pubblici e privati, erano stati spogliati delle statue e delle suppellettili. Infine, aveva commesso crimini infami, non aveva mantenuto la parola data, aveva violato tutte le leggi divine ed umane.
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Un giorno, come narra il mito, Giove voleva punire Apollo per la sua superbia; per questo lo manda dal re Admeto in Tessaglia, dove il dio, per un anno, viene costretto a portare al pascolo, in qualità di pastore, le greggi del re. Admeto, non conosceva la natura divina di Apollo, ma trattava il giovane con grandissima generosità e lo teneva nella cerchia degli amici. Per questo, quando Admeto viene colpito da una malattia mortale, Apollo, riconoscente, vuole salvare il re, e dice: "Oh re, potrai evitare la morte, se qualcuno, familiare o amico, offrirà la sua vita in cambio della tua vita e vorrà morire al tuo posto". Admeto implora aiuto dai genitori, ma né il padre, né la madre, sebbene vecchi, vogliono morire al posto del figlio; solo Alcesti, giovane e bella moglie di Admeto, offre la propria vita in cambio della vita del marito e per amore si dà la morte. Ma per caso Ercole giunge alla reggia di Admeto e viene a sapere della morte di Alcesti: allora scende agli Inferi, strappa Alcesti alla morte, e la restituisce ad Admeto.