Ἔστι γάρ τις, ὦ μῆτερ, ἐν οὐρανῷ θεὸς ἀθλιώτερος ἐμοῦ; [...] ὃς τοσαῦτα πράγματα ἔχω μόνος κάμνων καὶ πρὸς τοσαύτας...καὶ Σεμέλης ἐκ γυναικῶν δυστήνων γενόμενοι εὐωχοῦνται ἀφρόντιδες, ὁ δὲ Μαίας τῆς Ἀτλαντίδος διακονοῦμαι αὐτοῖς.
Traduzione libera
C'è infatti, o madre, un dio in cielo più infelice di me? [...] Se le faccende m'affogano, se io solo devo affaticarmi, e non basto a tanti servigi? Infatti la mattina, come mi alzo, devo spazzare la sala del banchetto, e rifare il letto, e rassettata ogni cosa, esser pronto ai cenni di Giove, e andare su e giù corro tutto il giorno portando suoi ordini: e tornato, ancor polveroso come sono, mettermi a preparare l'ambrosia. Prima che fosse arrivato questo garzone per coppiere, anche il nèttare dovevo versarlo io. La pena maggiore è che solo io fra tutti non posso dormire la notte, e mi conviene condurre le anime a Plutone, e fare da guida ai morti, e stare presente al tribunale. Non bastavano le faccende del giorno, andar nelle palestre, fare il banditore nei parlamenti, insegnare ai retori: mi mancava quest'altro rompicapo dei morti. Almeno i figli di Leda si danno il scambio, e ciascun d'essi un giorno è in cielo, un giorno è nell'inferno: io poi ogni giorno devo fare sempre lo stesso. I figliuoli di Alcmena e di Semele, nati da due povere donne, se la godono senza darsi un pensiero: ed io figlio di Maia di Atlante, faccio il servitore a loro.