Videamus nunc de bonorum, id est de laetitia et de cupiditate. Mihi quidem in tota ratione ea, quae pertinet ad animi perturbationem, una, res videtur causam continere, omnis eas esse in nostra potestate, omnis iudicio susceptas, omnis voluntarias. Hic igitur error est eripiendus, haec detrahenda opinio atque ut in malis opinatis tolerabilia, sic in bonis sedatiora sunt efficienda ea, quae magna et laetabilia ducuntur. Atque hoc quidem commune malorum et bonorum, ut, si iam difficile sit persuadere nihil earum rerum, quae perturbent animum, aut in bonis aut in malis esse habendum, tamen alia ad alium motum curatio sit adhibenda aliaque ratione malevolus, alia amator, alia rursus anxius, alia timidus corrigendus. Atque erat facile sequentem eam rationem, quae maxume probatur de bonis et malis, negare umquam laetitia adfici posse insipientem, quod nihil umquam haberet boni; sed loquimur nunc more communi. Sint sane ista bona, quae putantur, honores divitiae voluptates cetera, tamen in eis ipsis potiundis exultans gestiensque laetitia turpis est, ut, si ridere concessum sit, vituperetur tamen cachinnatio.

Esaminiamo ora a proposito dei beni, cioè riguardo la gioia e il desiderio. La realtà mi sembra che, in tutto quel ragionamento, quelle cose che riguardano la perturbazione dell’animo, il motivo essenziale è uno solo, che tutte esse sono in nostro potere, tutte suscitate da un pregiudizio, tutte compiute volontariamente. Questo dunque l’errore da correggere, questo il concetto da escludere e come quelli sopportabili sono annoverati tra i mali apparenti, cosi nei beni bisogna rendere più sedati quelli che sono importanti e arrecano gioia. Orbene ciò è un luogo comune dei beni e dei mali, che, se sia già cosa difficile convincere che niente di quelle realtà che perturbino l’animo, o non debbano essere beni o mali, tuttavia bisogna adoperare un trattamento diverso per una diversa passione e con un altro trattamento occorre correggere il mal disposto, altro il donnaiolo altro ancora, l’ansioso, altro il timoroso. Ora era una cosa facile seguendo quella dottrina che, viene soprattutto accettata riguardo i beni e i mali, negare che l’insipiente non possa avere gioa, poiché non aveva alcun bene; ma ora parliamo secondo l’uso comune. Ammettiamo siano beni codeste cose che reputiamo tali, onori, ricchezze, piaceri, altre cose, tuttavia è cosa indecente abbandonandosi ed esultando pazzamente nell’avere in possesso queste stesse cose, come, se fosse ammesso il ridere, sarebbe tuttavia biasimabile la sghignazzata.