Scipio summam spem civium, quam de eo iam puero habuerant, continuo adulescens incredibili virtute superavit, qui consulatum petivit numquam, factus consul est bis, primum ante tempus, iterum sibi suo tempore, rei publicae paene sero, qui duabus urbibus eversis inimicissimis huic imperio non modo praesentia verum etiam futura bella delevit. Quid dicam de moribus facillimis, de pietate in matrem, liberalitate in sorores, bonitate in suos, iustitia in omnes? nota sunt vobis. Quam autem civitati carus fuerit, maerore funeris indicatum est. Quid igitur hunc paucorum annorum accessio iuvare potuisset? Senectus enim quamvis non sit gravis, ut memini Catonem anno ante quam est mortuus mecum et cum Scipione disserere, tamen aufert eam viriditatem in qua etiam nunc erat Scipio. Quam ob rem vita quidem talis fuit vel fortuna vel gloria, ut nihil posset accedere, moriendi autem sensum celeritas abstulit;

Quanto a superò le enormi aspettative che i suoi concittadini avevano riposto in lui sin da bambino. Non si candidò mai al consolato, ma due volte fu eletto console, la prima quando non aveva ancora l'età prescritta, la seconda a tempo debito per lui, ma forse troppo tardi, ormai, per lo stato. Con la distruzione delle due città più ostili al nostro impero, pose fine alle guerre del suo tempo e scongiurò le future. E che dire della sua disponibilità, dell'amore per la madre, della generosità verso le sorelle, della benevolenza verso i suoi, del senso di giustizia verso tutti? Sapete di cosa parlo. Quanto poi fosse amato dalla città, lo si è visto dal pianto generale ai suoi funerali. A cosa gli sarebbe servito vivere qualche anno di più? A niente, perché la vecchiaia, sebbene non sia un peso (ricordo che Catone, un anno prima di morire, lo sostenne discutendo con me e Scipione), non di meno porta via quel vigore che Scipione aveva ancora. Perciò la sua vita fu tale, quanto a fortuna e a gloria, che nulla di più le si poteva aggiungere.