Maximum tamen periculum adibant, quos maxime tuebantur: quippe sibi quisque caesi regis expetebat decus. Ceterum, sive ludibrium oculorum sive vera species fuit, qui circa Alexandrum erant vidisse se crediderunt paululum super caput regis placide volantem aquilam, non sono armorum, non gemitu morientium territam, diuque circa equum Alexandri pendenti magis quam volanti similis adparuit. Certe vates Aristander, alba veste indutus et dextra praeferens lauream, militibus in pugnam intentis avem monstrabat, haud dubium victoriae auspicium. Ingens ergo alacritas ac fiducia paulo ante territos accendit ad pugnam, utique postquam auriga Darei, qui ante ipsum sedens equos regebat, hasta transfixus est. Nec aut Persae aut Macedones dubitavere quin ipse rex esset occisus. Ergo lugubri ululatu et incondito clamore gemituque totam fere aciem adhuc aequo Marte pugnantium turbavere cognati Darei et armigeri. Laevumque cornu in fugam effusum destituerat currum, quem a dextra parte stipati in medium agmen receperunt. Dicitur acinace stricto, Dareus dubitasse, an fugae dedecus honesta morte vitaret. Sed eminens curru nondum omnem suorum aciem proelio excedentem destituere erubescebat, dumque inter spem et desperationem haesitat, sensim Persae cedebant et laxaverant ordines. Alexander, mutato equo, —quippe plures fatigaverat, —resistentium adversa ora fodiebat, fugientium terga. Iamque non pugna, sed caedes erat, cum Dareus quoque currum suum in fugam vertit. Haerebat in tergis fugientium victor, sed prospectum oculorum nubes pulveris, quae ad caelum efferebatur, abstulerat; ergo haud secus quam in tenebris errabant, abstulerat; ergo haud secus quam in tenebris errabant, ad sonum notae vocis aut signum subinde coeuntes. Exaudiebant tamen strepitus habenarum, quibus equi currum vehentes identidem verberabantur: haec sola fugientis vestigia excepta sunt.
Andavano tuttavia incontro ad un enorme (grandisssimo) pericolo coloro che essi proteggevano: infatti ciascuno aspirava per sé all'onore dell'uccisione del re. D'altronde, sia stata un'illusione ottica o un fatto reale, coloro che stavano attorno ad Alessandro credettero di aver visto un po' al di sopra della testa del re un'aquila che volava placidamente, per nulla spaventata dal fragore delle armi né dal gemito dei moribondi, e si trattenne a lungo attorno al cavallo di Alessandro più come se fosse sospesa che se volasse. Certo l'indovino Aristandro, vestito di bianco e portando nella destra una corona, additava ai soldati intenti alla battaglia l'uccello, senza dubbio presagio di vittoria. Quindi, dapprima atterriti, un grande ardore e una grande fiducia li incitò al combattimento, soprattutto dopo che l'auriga di Dario, che sedendo davanti a lui guidava i cavalli, fu trapassato da una lancia. E né i Persiani né i Macedoni dubitarono che lo stesso re fosse stato ucciso. Quindi i parenti e le guardie di Dario, con urla lamentose e scomposto clamore agitarono quasi tutto lo schieramento di coloro che, fino ad allora, stavano combattendo con esito incerto. E l'ala sinistra, messa in fuga, aveva abbandonato il carro, che quelli che erano pressati dal lato destro accolsero al centro della linea. Si narra che, sguainata la scimitarra, Dario fosse stato indeciso se scongiurare con una morte dignitosa l'onta della fuga. Ma sporgendosi dal suo carro si vergognava di abbandonare l'esercito dei suoi, che non si ritirava ancora tutto dalla battaglia, e mentre tentennava tra la speranza e la disperazione, a poco a poco i Persiani cedevano e avevano allentato i ranghi. Alessandro, cambiato il cavallo, poiché ne aveva stremati parecchi, colpiva di fronte coloro che ancora resistevano, alla schiena quelli che fuggivano. Ormai non si trattava più di una battaglia, ma di una strage, allorchè anche Dario voltò il suo carro in fuga. Il vincitore era alle calcagna dei fuggitivi, ma delle nuvole di polvere, che si estendevano fino al cielo, li avevano sottratti alla vista; quindi vagavano come immersi nelle tenebre, radunandosi al suono di una voce nota o ad un segnale. Tuttavia udivano bene gli schiocchi delle fruste con cui venivano incessantemente percossi i cavalli che tiravano i carri: furono questi i soli segnati uditi del fuggitivo.