Quicumque semel turpi fraude innotuit, etiam si verum dicit, ammittit fidem; quicumque autem dignitatem pristinam amisit, etiam ignavis iocus est. Hoc attestantur hae breves Aesopi fabulae. Lupus et vulpes in tribunali iudice simio contendebant. Lupus arguebat vulpem furti crimine; illa negabat se illud facinus commisse. Cum uterque eorum causam suam peroravissent, tunc fertur simius hanc sententiam dixisse: ”tu, lupe, non videris perdidisse quod petis; credo attamen te, vulpes, quod negas surripuisse”. Cum leo, defectus annis et desertus viribus, iaceret spiritum extremum trahens, venit ad eum aper fulmineis dentibus et veterem iniuriam ictu vindicavit. Mox taurus infestis cornibus hostile corpus confondit. Asinus, ut vidit ferum leonem impune laedi, calcibus eius frontem extudit. At ille expirans: ”Heu! Ego indigne tuli fortes mihi insultare: quod autem cogor ferre te, nautae dedecus, bis mihi videor mori”.

Chiunque si fece riconoscere per un inganno spregevole anche se afferma il vero, perde la fiducia, qualunque (persona) poi perse l'antica dignità, anche un passatempo per ignavi. Queste brevi favole di Esopo attestano ciò. Un lupo e una volpe lottavano in tribunale essendo giudice una scimmia. Il lupo accusava la volpe di furto; quella negava di aver commesso lei quel misfatto. Mentre l'uno e l'altra avevano sostenuto le loro cause si dice che abbia detto questa sentenza: << Non sembra che tu, lupo, abbia perso ciò che chiedi, credo tuttavia che tu, volpe, abbia rubato ciò che neghi>>. Giacendo un leone, indebolito dagli anni e abbandonato dalle forze, esalando l'ultimo respiro venne da lui un cinghiale dalle zanne micidiali e vendicò con un colpo una vecchia offesa. Subito un toro dalle corna pronte all'attacco colpì il corpo nemico. Un asino, come vide che il feroce leone era colpito inpunemente, colpì la sua fronte. Ma quello morendo: << Ohime! Sopportai indegnamente che i forti mi insultassero: per il fatto che sono costretto a sopportare te, vergogna della natura, mi sembra di morire due volte>>.