Apes alveare ac favos sibi construunt, ceram adhibentes, quam e floribus sugunt, et melliginem, quam ex arborum lacrimis trahunt. His enim rebus et amarioribus sucis contra ceterarum bestiarum cupiditates alveos illinunt. Postea subolem pariunt, quam melle alunt; mella autem ex omnium arborum floribus confingunt. Operantur inter sexaginta passus ab alveari et, ubi flores in hoc spatio consumpserunt, mittunt speculatores ut ulteriora pabula requirant. Si nocte longe ab alveari deprehenduntur, recubant supinae ne alae rore laedantur. In alveari dormiunt donec una triplici bombo omnes excitat. Tunc universae provolant, si diem mitem praedivinant.
Le apicostuiscono per sè l'alveare e i favi, adoperano la cera, che succhiano dai fiori, e i propoli, che ricavano dalla resina degli alberi. Queste infatti spalmano gli alvei con cose e succhi più amari contro le brame degli altri aninali. Dopo producono un pollione, che nutrono col miele; producono il miele anche dai fiori di tutti gli alberi. Operano entro 60 passi dall'alveare e, quando hanno consumato i fiori in quello spazio, posizionano degli osservatori per cercare ulteriore nutrimento. Se sono catturati nella notte lontano dall'alveare, giacciono supine e non sono lodate le ali con la rugiada. Dormono nell'alveare, finchè un triplice ronzio fa uscire tutte. Allora volano tutte fuori, se prevedono una giornata mite.