Nihil magis praestandum est, quam ne pecorum ritu sequamur antecedentium gregem, pergentes non quo eundem est, sed quo itur. Atqui nulla res nos maioribus malis implicat, quam quod ad rumorem componimur, optima rati ea, quae magno assensu recepta sunt, quodque exempla nobis pro bonis multa sunt, nec ad rationem, sed ad similitudinem vivimus. Inde ista tanta coacervatio aliorum super alios ruentium. Sicut in strage hominum magna evenit, cum se ipse populus premit (nemo ita cadit, ut non et alium in se adtrahat, primique exitio sequentibus sunt), ita in omni vita: nemo sibi tantummodo errat, sed alieni erroris et causa et auctor est; nocet enim applicari antecedentibus et, dum unusquisque mavult credere quam iudicare, numquam de vita iudicatur, semper creditur, versatque nos et praecipitat, quasi per manus tradatur, error. Alienis perimus exemplis; sanabimur, separemur modo (= purché) a coetu.
Niente dev'essere più prestante, del non seguire secondo il rito delle pecore il gregge di coloro che ci precedono, dirigendoci non dov'è lo stesso, ma dove si va. E nessuna cosa c'implica in mali maggiori, del fatto che siamo stati creati per il clamore, ritenendo ottime quelle cose, che sono recepite con grande assenso, e per il fatto che noi abbiamo per buoni molti esempi, non viviamo secondo ragione, ma per imitazione. Da ciò ne consegue che c'è questo raggruppamento tanto grande di alcuni che precipitano sugli altri. Come avviene in una grande strage di uomini, quando lo stesso popolo si accalca "nessuno cade così, che non attragga veramente alcuno a sé, ed i primi sono di rovina per quelli che li seguono", è così in ogni vita: nessuno sbaglia soltanto per sé, ma è causa ed autore dell'errore altrui; è dannoso infatti appoggiarsi a quelli che ci precedono e, mentre ognuno preferisce credere che valutare, non si giudica mai sulla vita, si crede sempre, e l'errore ci spinge e ci precipita, come si dice per mani. Moriamo a causa degli esempi altrui; saremo guariti, purchè saremo separati dall'aggregazione.
(By Maria D. )
Versione tratta da Seneca