"Sed nihil utile agere sinit morbus, qui me abduxit omnibus officiis". Quid porro? Dic mihi: si temperans aeger sis in lectulo, nihil utile agas? Est, mihi crede, virtuti locus etiam in lectulo. Praeterea duo sunt genera voluptatum. Corporales morbus inhibet, non tamen tollit; immo incitat. Gratior est aqua sitienti, gratior est cibus esurienti; quidquid ex abstinentia contigit, avidius excipitur. Illas vero animi voluptates, quae maiores certioresque sunt, nemo medicus aegro negat. Has quisquis sequitur et bene intellegit, omnia sensuum blandimenta contemnit. "O infelicem aegrum!" Quare? Quia non vino nivem diluit? Quia non rigorem potionis suae, quam capaci scypho miscuit, renovat fracta insuper glacie? Quia non ostrea Lucrina illi aperiuntur in ipsa mensa? Quia non circa cenationem eius tumultus cocorum est transferentium ipsos focos cum opsoniis? Ne quis intepescat cibus, ne quid palato parum ferveat, culina cenam prosequitur.

"Ma la malattia, che mi sottrae da tutti i doveri, non permette di fare alcuna cosa utile". Che altro? Dimmi: se tu temperante fossi malato a letto, non faresti nulla di utile? La virtù trova (ha) occasione anche a letto. Inoltre vi sono due tipologie di piaceri. La malattia frena quelli corporali, tuttavia non li solleva; anzi li incita. L'acqua è più gradita per chi è assetato, il cibo è più gradito per chi è affamato; qualsiasi cosa ha origine dall'astinenza, viene accolta in modo più desiderabile. Nessuno medico nega al malato in verità quei piaceri dell'animo, che sono più importanti e più sicuri. Chiunque li persegue e intende bene, disprezza tutti i piaceri dei sensi. "O infelice malato!" per quale ragione? Perché non hai diluito la neve con il vino? Perché non rinnovi sopra il ghiaccio distrutto il rigore della sua bevanda, che mescolò nella tazza in grado di contenere liquidi? Perché non gli vengono aperte sulla stessa mensa le ostriche del lago di Lucrino in Campania? Perché intorno alla stanza da pranzo di costui c'è lo scoppiettio dei fuochi che trasferiscono gli stessi fuochi con le pietanze? Affinché qualche cibo non diventi tiepido, che qualcosa non bruci un poco sul palato, la cucina prosegue la cena.
(By Maria D.)

Versione tratta da Seneca