inter ceteras disciplinas pueritiae tempore imbutus et musica, statim ut imperium adeptus est, Terpnum citharoedum vigentem tunc praeter alios arcessiit diebusque continuis post cenam canenti in multam noctem assidens paulatim et ipse meditari exercerique coepit neque eorum quicquam omittere, quae generis eius artifices vel conservandae vocis causa vel augendae factitarent; sed et plumbeam chartam supinus pectore sustinere et clystere vomituque purgari et abstinere pomis cibisque officientibus; donec blandiente profectu, quamquam exiguae vocis et fuscae, prodire in scaenam concupiit, subinde inter familiares Graecum proverbium iactans occultae musicae nullum esse respectum. Et prodit Neapoli primum ac ne concusso quidem repente motu terrae theatro ante cantare destitit, quam incohatum absolveret nomon. Ibidem saepius et per complures cantavit dies; sumpto etiam ad reficiendam vocem brevi tempore, impatiens secreti a balineis in theatrum transiit mediaque in orchestra frequente populo epulatus, si paulum subbibisset, aliquid se sufferti tinniturum Graeco sermone promisit. Captus autem modulatis Alexandrinorum laudationibus, qui de novo commeatu Neapolim confluxerant, plures Alexandria evocavit. Neque eo segnius adulescentulos equestris ordinis et quinque amplius milia e plebe robustissimae iuventutis undique elegit, qui divisi in factiones plausuum genera condiscerent -- bombos et imbrices et testas vocabant -- operamque navarent cantanti sibi, insignes pinguissima coma et excellentissimo cultu, puris ac sine anulo laevis, quorum duces quadringena milia sestertia merebant.
Cum magni aestimaret cantare etiam Romae, Neroneum agona ante praestitutam diem revocavit flagitantibusque cunctis caelestem vocem respondit quidem in hortis se copiam volentibus facturum, sed adiuvanti vulgi preces etiam statione militum, quae tunc excubabat, repraesentaturum se pollicitus estlibens; ac sine mora nomen suum in albo profitentium citharoedorum iussit ascribi sorticulaque in urnam cum ceteris demissa intravit ordine suo, simul praefecti praetorii citharam sustinentes, post tribuni militum iuxtaque amicorum intimi. Utque constitit, peracto principio, Niobam se cantaturum per Cluvium Rufum consularem pronuntiavit et in horam fere decimam perseveravit coronamque eam et reliquam certaminis partem in annum sequentemque distulit, ut saepius canendi occasio esset. Quod cum tardum videretur, non cessavit identidem se publicare. Dubitavit etiam an privatis spectaculis operam inter scaenios daret quodam praetorum sestertium decies offerente. Tragoedias quoque cantavit personatus
traduzione
Durante la sua infanzia, tra le altre varie discipline, era stato avviato alla musica e, non appena divenne imperatore, chiamò presso di sé il citaredo Terpno, allora molto in voga, restò più giorni di seguito, dopo cena, assiso al suo fianco, mentre quello cantava, fino a tarda notte, poi a poco a poco cominciò a provare e a esercitarsi anche lui, senza trascurare nessuna delle precauzioni che gli artisti di questo genere sono soliti prendere per conservare e migliorare la voce. Arrivò perfino a sopportare sul suo petto lastre di piombo, standosene supino, a liberarsi lo stomaco con purganti e vomitivi, a non mangiare frutta e cibi che potessero recargli danno, finché, allettato dai progressi, quantunque la sua voce fosse sottile e rauca, gli venne l'ambizione di esibirsi sulla scena, e ripeteva incessantemente ai suoi familiari il proverbio greco: «alla musica nascosta non si fa caso. » Debuttò a Napoli e, quantunque un terremoto improvviso avesse diroccato il teatro, non smise di cantare se non dopo aver terminato il suo pezzo. Si fece ascoltare molte volte e per più giorni; per di più una volta che si era preso un momento di riposo per rinfrancare la voce, insofferente di quella solitudine, uscito dal bagno ritornò in teatro e, dopo aver mangiato in mezzo all'orchestra, in presenza di una folla considerevole, promise, parlando in greco, di far sentire qualcosa di più sonoro, non appena avesse bevuto un po'. Affascinato dalle lodi cantate in suo onore da alcuni abitanti di Alessandria, recentemente sbarcati in massa a Napoli, ne fece venire ancora di più da quella città. Non ci mise minore impegno a reclutare dappertutto adolescenti di famiglia equestre e più di cinquemila giovani plebei, scelti fra i più robusti, per insegnar loro, dopo averli divisi in gruppi, i vari tipi di applauso (li chiamava rimbombi, embrici e teste) perché lo sostenessero quando cantava; si riconoscevano dalla loro ricca capigliatura, dall'abbigliamento elegantissimo, dall'assoluta mancanza di anelli alla mano sinistra e i loro capi guadagnavano quattrocentomila sesterzi. Poiché ci teneva moltissimo a cantare anche a Roma, ricominciò i giochi neroniani prima della data prevista e dal momento che gli spettatori reclamavano la sua voce celeste, egli rispose «che avrebbe esaudito i loro desideri nei suoi giardini», ma quando anche i soldati di guardia unirono le loro preghiere a quelle della folla, con piacere promise che «si sarebbe esibito subito»; poi, senza indugio, fece scrivere il proprio nome sulla lista dei citaredi che concorrevano depose, come loro, la sua scheda nell'urna e, quando fu il suo turno, entrò con i prefetti del pretorio che portavano la sua cetra, seguito dai tribuni militari e accompagnato dai più intimi amici. Quando si fermò, dopo aver offerto un preludio, fece annunciare dall'ex console Cluvio Rufo che «avrebbe cantato una Niobe» e andò avanti fin quasi alla decima ora; rimandò però all'anno successivo sia l'attribuzione di quella corona sia la fine del concorso, per avere più spesso l'occasione di cantare.
Analisi:
quibus pueritiae tempore imbutus est RELATIVA
Postea Terpnum citharoedum arcessivit PRINCIPALE
tunc praeter alios vigentem PARTICIPIO CONGIUNTO
statim ut imperium adeptus estSUBORDINATA TEMPORALE
diebus continuis ei canenti in multam noctem adsidebat. COORDINATA