Patrum potestas saepe summa severitate filios mores patrios neglegentes puniit. Insigne praebuit exemplum Cassius erga filium suum tribunum plebis prava mente promulgantem novam agrariam legem et multas alias pro plebe. Postquam illam potestatem filius deposuit, regni crimine domi accusavit pater et damnavit verberibusque affecit. Quia apud Athesim flumen a viribus Cimbrorum Romani equites pulsi erant, consulem Catulum deseruerant et Urbem pavidi repetiverant, M. Scaurus, filio suo, participi consternationis eorum, misit per servum hunc nuntium: "Non licet (="Non è consentito") patri filium tam deformis fugae reum videre: si verecundia in pectore tuo remanet, conspectum patris filii dedecore laborantis vitato!". Ignominiam fugiens, iuvenis adversus semet ipsum gladium convertit. Pari animo A. Fulvius, vir senatorii ordinis, filium in aciem contendentem retraxit: namque iuvenem, et ingenio et litteris inter aequales praestantem, pravo consilio ad Catilinae castra ruentem supplicio mortis adfecit, haec exclamans: "Non te genui, fili mi, pro Catilina pugnante adversus patriam, sed patriae adversus Catilinam pugnanti".

L'autorità paterna spesso punisce con grandissima severità i figli che trascurano i costumi degli antenati. Cassio offre un esempio insigne nei riguardi di suo figlio tribuno della plebe, che aveva promulgato con mente perversa una nuova legge agraria e molti altri vantaggi a favore della plebe. Dopo che il figlio lasciò quella carica, il padre lo accusò di crimine contro lo stato e la patria e lo condannò con la pena della flagellazione. Quando presso il fiume Adige i cavalieri romani erano stati messi in fuga dall'esercito dei Cimbri, avevano abbandonato il console Catulo e spauriti erano ritornati a Roma, M. Scauro, inviò attraverso un suo servo questo messaggio a suo figlio, che aveva preso parte alla loro fuga dissennata: "Non è consentito a un padre trovarsi al cospetto del figlio colpevole di una azione tanto vergognosa: se ti rimane nell'animo un qualche senso di vergogna, evita la vista di un figlio che viene al cospetto di un padre sofferente per una tale ignominia". Per sfuggire alla vergogna il giovane (rivolse la spada proprio contro la sua persona) si uccise di sua volontà trafiggendosi con la spada. Con la stessa determinazione A. Fulvio, uomo di rango senatoriale, trattenne il figlio che era diretto a combattere: infatti quel giovane, che eccelleva per talento e cultura tra i suoi coetanei, che, spinto da un progetto perverso si precipitava all'accampamento di Catilina, (il padre) lo punì con morte esclamando queste parole: "Non ti ho generato, figlio mio, perché tu combattessi a favore di Catilina contro la patria, ma per vederti lottare per la patria contro Catilina!".