"Ταυτα με, ω θειοτατε μεμυηκας", εη ο Κνημων· "Αιγυπτιον δε Ομηρον αποκαλουντος σου πολλακις, ο των παντων ισως ουδει ακηκοεν εις την σημερον, ... και του την ουσαν αποκρυπτειν πασαν εαυτω πολιν πατριδα μνωμενος."

Disse Cnemone: “Così, o divinissimo, mi hai iniziato ai misteri”, ma riguardo a quel tuo insistere nel chiamare Omero egizio, cosa che nessuno avrà sentito fino ad oggi, non posso crederci, ma ne sono assai meravigliato, e ti supplico di non andare avanti senza aver fatto chiarezza su questo punto”. “O Cnemone”, rispose, “anche se è fuori luogo trattare ora questo argomento, tuttavia, ascolta quanto ti riferirò brevemente. Omero, mio caro, venga pure chiamato da uno in un modo, da altri in un altro, ed ogni città sia pure la patria di questo saggio. Ma in verità era del nostro paese, egizio, e la sua città era Tebe, “che ha cento porte”, secondo la sua stessa espressione. Il suo presuntopadre era un sacerdote, ma il padre vero era Ermes, di cui suo padre putativo era sacerdote. Infatti, mentre la moglie di questo faceva un sacrificio tradizionale e dormiva nel tempio, il dio le si unì e generò Omero, che recava un certo segno di quell’unione non omogenea: poiché su una delle cosce, già dalla nascita, abbondavano dei peli molto lunghi. È da ciò che ricevette il nome, mentre andava errando e cantava i suoi poemi fra altri popoli e, soprattutto, tra i Greci: eppure egli non pronunciava il proprio nome, anzi non nominava neppure la sua città o la sua famiglia; ma a forgiarne il nome furono quanti erano a conoscenza della sua imperfezione fisica”. “E a che scopo, padre, taceva la sua patria”. “O si vergognava di essere esiliato: infatti, fu cacciato dal padre quando doveva essere iscritto tra gli efebi consacrati agli dei, e perché portava sul corpo una macchia, fu riconosciuto come bastardo; ovvero, faceva questo ad arte, cioè, nel desiderio che, tenendo nascosta quella vera, ogni città fosse sua patria”.