Nuper cuiusdam amici languor me admonuit optimos esse nos, dum infirmi sumus. Quem enim infirmum aut avaritia aut ambitio aut libido sollicitat? Non amoribus servit, non appetit honores, opes neglegit et quantulumcumque habet ei satis est. Invidet nemini, neminem miratur, neminem despicit, ac ne sermonibus quidem malignis aut attendit aut alitur. Balinea imaginatur et fontes: haec summa curarum, haec summa votorum est. Innoxiam beatamque destinat vitam. Ergo quod philosophi plurimis verbis, plurimis etiam voluminibus docere conantur, id possum ipse breviter tibi mihique praecipere: tales esse sani perseveremus, quales nos futuros esse profitemur infirmi.
Di recente la malattia di un amico mi ha fatto riflettere (sul fatto che) che noi siamo ottime persone quando siamo ammalati. Infatti quale ammalato è sollecitato dall'avarizia o dalla Iussuria? Non si dedica agli amori, non desidera onori, non si cura delle ricchezze e per quanto poco (abbia) lo considera sufficiente, come uno che sta per lasciarlo. Allora si ricorda (che esistono) gli dèi, allora (si ricorda) di essere un uomo, non invidia nessuno, non guarda nessuno con ammirazione, non disprezza nessuno, non dà (più) retta nemmeno ai pettegolezzi e non se ne alimenta3: immagina (solo) bagni e sorgenti. Questa (è) la sua più grande preoccupazione, questa la sua più grande aspirazione, e riserva al futuro, nel caso che (gli) riesca di scamparla, una vita rilassata e tranquilla, cioè inoffensiva e felice. Quello che i filosofi si sforzano di inculcare con un fiume di parole e anche con un'enorme quantità dilibri, io posso insegnarlo a te e a me in breve: continuiamo? (quando siamo) sani ad essere tali quali promettiamo di essere (quando siamo) ammalati.