Και ξυλλογον των Τορωναιων ποιησας ελεξε τοις εν τη Ακανθω παραπλεσια..., οτι ου δικαιον ειη ουτε τους πραξαντας... δε νυν πεφοβησθαι.
E convocata un'assemblea dei Toronesi, egli fecance un discorso simile a quello fatto ad Acanto: non era giusto trattare con sdegno, quasi fossero traditori, quanti gli avevano prestato la propria opera per il successo del colpo di mano sulla città (nessun progetto di farla schiava, nella loro azione, e non erano mossi dall'oro; semplicemente avevano a cuore il benessere del proprio paese e la sua libertà: per questo si prodigavano). Neppure si pensasse che i neutrali restavano esclusi da quegli stessi diritti. Poiché non si era presentato per infliggere danni, né privati né pubblici. Onde quel suo proclama ai profughi di Lecito che rispecchiava lo spirito di intatta stima da lui coltivata nei loro riguardi: nessuna incrinatura in essa per le simpatie politiche che avevano mostrato. Giudicava che quando quegli uomini avessero fatto esperienza del rapporto con i suoi soldati, un sentimento di solidarietà non meno intenso, anzi più caldo li avrebbe affratellati agli Spartani: quanto più avrebbe avuto spicco l'integrità della loro condotta.