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Un tempo i Crotoniensi non praticavano in alcun modo la virtù (lett. : "non avevano nessuna pratica della virtù"): tutti i cittadini avrebbero scambiato la vita col lusso, se il filosofo Pitagora non fosse stato tra loro. Egli, formatosi con i grandi principi della saggezza, partendo dapprima per l'Egitto, e poco dopo per Babilonia, per imparare a fondo i movimenti degli astri, aveva conseguito una grande preparazione. Una volta ritornato da lì, si era diretto a Sparta, per conoscere le leggi di Minosse e di Licurgo, illustri a quell'epoca. Preparato in tutte queste materie, giunse a Crotone, e, con la sua autorevolezza, richiamò alla pratica della frugalità il popolo, caduto nella dissolutezza. Ogni giorno, infatti, egli elogiava la virtù ed elencava i difetti dell'amore per il lusso. Separatamente, ripeteva molte cose anche alle matrone e ai fanciulli: ora insegnava a queste la pudicizia e le forme di obbedienza nei confronti dei mariti, ora insegnava a quelli la temperanza e lo studio della letteratura. In mezzo a queste cose, insegnava la frugalità a tutti i cittadini, e, per mezzo della costanza delle discussioni, aveva ottenuto che le matrone mettessero da parte gli abiti dorati e tutti gli altri ornamenti in quanto strumenti di sfarzo, e che, dopo averli portati tutti nel tempio di Giunone, li consacrassero proprio a quella dea. Egli infatti insegnava che i veri ornamenti delle matrone sono la pudicizia, non gli abiti.
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Voi avete sentito spesso che la città di Siracusa sia la più importante e la più bella delle (città) Greche. Oh giudici, è (proprio) così come si racconta. Infatti è protetta da una posizione non solo è inespugnabile da ogni accesso sia per terra sia per mare, ma anche celeberrima per la bellezza. Possiede, infatti, porti quasi racchiusi nell'abitato e nel perimetro della città; questi benché abbiano accessi diversi tra loro, nel tratto finale si congiungono e confluiscono. La parte della città che è chiamata Isola, separata dal mare, a sua volta è collegata e congiunta da un ponte stretto. Quella città è tanto grande che si è sempre detto che era composta da quattro città. Di queste una è quella che ho chiamato Isola; nella quale si trova l'abitazione che fu del re Gerone, che i pretori sono soliti abitare. In quella si trovano numerosi tempi sacri, ma due superano di gran lunga tutti gli altri, il primo di Diana, e l'altro, che fu adorno prima dell'arrivo di costui (Verre), di Minerva. All'estremità dell'isola c'è una sorgente di acqua dolce, il cui nome è Aretusa, di straordinaria grandezza, ricolma di pesci, che sarebbe tutta coperta dalle onde, se non fosse stata separata dal mare per mezzo di una fortificazione e con un ammasso di pietre.
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Dionigi, il tiranno dei Siracusani, a tutti i suoi concittadini sembrava essere felice, ma egli fece di persona la stima di quanto grande fosse la sua fortuna. Infatti, mentre Damocle, un tale tra i suoi adulatori, ricordava in un discorso le sostanze di lui, e diceva che non era mai esistito nessuno più felice, (egli) disse: Vuoi dunque, o Damocle, visto che questa vita ti fa felice, assaporarla tu stesso, e sperimentare la mia buona sorte? Dopo che quello ebbe detto che lo desiderava, ordinò che l'uomo venisse messo in un letto d'oro, ricoperto da una bellissima coperta ricamata. A quel punto ordinò che dei fanciulli scelti si posizionassero presso la tavola e che, osservando il cenno di lui, (lo) servissero diligentemente. Erano presenti unguenti e corone, venivano bruciati incensi: Damocle sembrava fortunato a se stesso. In mezzo a questo fasto, ordinò che venisse calata una spada lucente, attaccata al soffitto per mezzo di un crine di cavallo, in maniera da incombere sul collo di quell'uomo felice. E così Damocle non guardava più quei bei servitori, né allungava la mano verso la tavola. Alla fine implorò il tiranno che gli venisse concesso di andare via, poiché ormai non voleva più essere felice.
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Per aggiungere dignità ad ogni cosa, la natura stessa ci spinge a scegliere tutte le cose a partire dall'approvazione degli occhi e delle orecchie. L'atteggiamento, l'andatura, lo stare seduto, lo stare sdraiato, il volto, gli occhi, il movimento delle mani mantengano il decoro. Adoperiamoci sommamente in queste cose affinché i nostri gesti non appaiano effeminati o deboli o rozzi o sgarbati. Inoltre ci sono due tipi di bellezza: una la chiamiamo fascino, l'altra eleganza: lasciamo il fascino alle donne, noi prendiamoci l'eleganza in quanto cosa da uomini. Dunque venga rimosso dalla persona ogni ornamento non degno di un uomo, e si fugga un simile difetto nel gesto e nel movimento.
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Un tempo, mentre ero questore di Siracusa, rinvenni dalla polvere Archimede, insigne cittadino di quella città. Infatti scovai la sua tomba, ignorata dai Siracusani, circondato e coperto da ogni parte da rovi e cespugli. I Siracusani dicevano che esso non esistesse affatto, ma io ricordavo i (versi) senari incisi sulla sua tomba, secondo i quali all'estremità della tomba di Archimede era stata collocata una sfera con un cilindro. Ma io osservai tutte le cose con gli occhi e, poco dopo notai una piccola colonna non molto sporgente dai cespugli, sulla quale c'era la struttura di una sfera e di un cilindro. E allora dissi subito ai Siracusani (infatti con me c'erano gli uomini più importanti della città): "Ecco quello che cercavo!". Molti, precipitatisi con le falci, ripulirono ed aprirono il luogo; quindi ci avvicinammo al sepolcro. In quello era visibile un epigramma quasi dimezzato: quella era la tomba di Archimede. Così una città dell'illustre della Sicilia apprese, da un uomo di Arpino, (Cicerone) il luogo della tomba di un suo insigne cittadino.