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Dopo che Cesare aveva raggiunto con le navi la Britannia, i barbari impedivano ai nostri di sbarcare dalle navi. I soldati Romani si trovavano in estrema difficoltà a causa dei luoghi sconosciuti, impediti nelle operazioni e schiacciati dal pesante carico di armi, mentre i Britanni o dalla spiaggia, oppure dopo essere coraggiosamente avanzati un poco nell'acqua, scagliavano frecce. I nostri, spaventati da queste cose, non si avvalevano del medesimo ardore e della medesima passione, dei quali erano soliti avvalersi nelle battaglie di fanteria. Appena Cesare si accorse di ciò, ordinò che le navi da guerra, delle quali la forma era singolare per i Barbari e il movimento più agevole, fossero allontanate un po' dalle navi da carico e venissero fermate sul lato scoperto dei nemici e (ordinò che) da quel luogo venissero respinti e allontanati i nemici con macchine da lancio, frecce e dardi; questa azione fu di grande utilità per i nostri. Infatti i Barbari, atterriti sia per l'aspetto delle navi, sia per il movimento dei remi, sia per il singolare tipo di macchine da guerra si fermarono e indietreggiarono un po'.
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I Galli Senoni, popolazione feroce e rozza, dalle estreme coste della regione giungono in Italia, pronti alla guerra. Con abbondanti truppe assediano subito Chiusi, città alleata dei Romani. Ma a causa del timore dei nemici i Chiusini chiedono aiuto agli alleati Romani. Vengono mandati da Roma a Chiusi degli ambasciatori, arbitri di pace, ma le loro suppliche vengono arrogantemente rifiutate dai Senoni. Allora, divampa di nuovo la guerra: da entrambe le parti si accorre alle armi e si ingaggia battaglia. Anche gli ambasciatori, contro il diritto internazionale, prendono le armi e uccidono duramente il comandante dei Galli. Allora i Galli, incolleriti, abbandonano l'assedio di Chiusi e si dirigono a Roma con minacciosi segnali. Quando il console Fabio giunge con pochi soldati, di fronte ai Galli, presso il fiume Allia, tuttavia non oppone resistenza. Presso il fiume Allia c'è una grande strage di Romani. Quando viene udito un minaccioso schiamazzo dei nemici; i fanti e i cavalieri vengono presi da un immenso terrore: in parte vengono uccisi dalla truppa dei Galli, una gran parte di loro volge le spalle e cerca la salvezza nella fuga. Il fiume Allia anche ora conserva il ricordo della disfatta di Fabio.
Quis Carthaginiensium pluris fuit quam Hannibale consilio, virtute, rebus gestis, qui unus cum tot i
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Chi, tra i Cartaginesi, fu più grande di Annibale in fatto di accortezza, di valore, di imprese compiute, chi combatté da solo per così tanti anni, con così tanti nostri generali per l'egemonia e per la gloria? I suoi concittadini espulsero costui dalla città: noi vediamo che, pur nemico, è stato celebrato dalla nostra letteratura e dal nostro ricordo. Per questo motivo, imitiamo i nostri Bruti, i Camilli, gli Aiala, i Deci, i Curii, i Fabrizi, i Massimi, gli Scipioni, i Lentuli, gli Emili, e gli incalcolabili altri che consolidarono questo Stato: ed io li colloco senz'altro nel gruppo e nel numero degli dèi immortali. Amiamo la patria, ubbidiamo al senato, provvediamo agli uomini probi; non curiamoci dei profitti immediati, mettiamoci al servizio della gloria della posterità (nel senso: "lavoriamo per aver gloria presso i posteri"); convinciamoci che la cosa migliore è quella che sarà la più onesta; speriamo le cose che vogliamo, ma sopportiamo ciò che ci sarà toccato in sorte; infine, pensiamo che il corpo degli uomini vigorosi e grandi è caduco, e che la gloria del valore è eterna; e non crediamo che coloro che, con le loro decisioni o le loro fatiche, accrebbero, oppure difesero, oppure salvarono questo Stato tanto grande, abbiano conseguito meno la gloria immortale.
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Annibale si era scontrato con il console P. Cornelio Scipione presso il Rodano e lo aveva respinto. Con costui combattè a Clastidio presso il Po e lo lasciò andare da lì dopo averlo ferito e messo in fuga. Per la terza volta Scipione, insieme al collega Tiberio Longo, gli andò incontro presso il Trebia. Combattè con costoro e sconfisse costoro senza grande perdita dei suoi. Da lì, attraverso il territorio dei Liguri oltrepassò l'Appennino, dirigendosi verso l'Etruria. Durante il viaggio tuttavia, fu colpito da una grave malattia degli occhi e, ammalato, veniva portato in lettiga. Nonostante ciò Annibale uccise il console C. Flaminio con le sue truppe presso il Trasimeno, dopo averlo circondato e non molto dopo (uccise) il pretore C. Centenio che occupava i valichi insieme a soldati scelti. Lì gli si fecero incontro i consoli C. Terenzio ed L. Emilio. In una unica battaglia Annibale mise in fuga le loro truppe e uccise il console Paolo e inoltre molti ex consoli.
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Sosteneva un processo di fronte al divino Giulio, un tale tra i veterani, un po' troppo violento nei riguardi dei suoi vicini, ed era incalzato dal processo. Disse: O comandante supremo, ti ricordi, che in Spagna tu ti distorcesti un piede nei pressi del Sucrone? Dopo che Cesare ebbe detto di ricordarsene: Ti ricordi senz'altro che, quando volesti sedere sotto un certo albero che diffondeva un minimo d'ombra, a causa del sole caldissimo, ed il luogo era del tutto dissestato, e in esso, quell'unico albero era spuntato tra rocce aguzze, un tale tra i commilitoni stese a terra il suo mantello? Dopo che Cesare ebbe detto: E certamente, stremato dalla sete, poiché non potevo andare alla sorgente più vicina, in quanto infortunato, volevo strisciare per mezzo delle mani, se il commilitone, un uomo coraggioso e valoroso, non mi avesse portato dell'acqua all'interno del suo elmo. Disse: O comandante supremo, puoi tu, dunque, riconoscere quell'uomo o quell'elmo? Cesare rispose di non poter riconoscere l'elmo, ma di poter certamente riconoscere l'uomo, e aggiunse irritatissimo: Tu non sei assolutamente lui. Rispose: Giustamente, o Cesare, tu non mi riconosci, infatti, quando avvenne questo episodio, io ero illeso; successivamente, a Munda, sul campo di battaglia, mi è stato cavato un occhio, e nella testa mi sono state tolte delle ossa. E se lo vedessi, non riconosceresti neppure quell'elmo: infatti venne spaccato in due da una spada Spagnola. Cesare non esitò a far dono al suo soldato i piccoli poderi nei quali era stata la strada vicinale causa della zuffa e dei litigi.