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Attilio Regolo, mentre diffondeva ampiamente terrore con la sua fama, e mentre uccideva o imprigionava una gran quantità di giovani nemici e gli stessi comandanti, mentre mandava una flotta carica con un ingente bottino verso la città, già stringeva d'assedio la stessa Cartagine, origine della guerra, e incalzava alle sue stesse porte. A questo punto però si ribaltò la sorte, essendo più evidenti i segni della virtù romana, l'influenza della quale è generalmente confermata dalle calamità. Infatti, dopo che Sparta aveva inviato loro come generale Santippo, veniamo sconfitti da un uomo più esperto di strategia militare, e per i Romani ci fu disfatta orribile ed estranea alla loro consuetudine. Regolo giunse nelle mani dei nemici vivo. Ma egli fu certamente all'altezza di una tale calamità; infatti non fu piegato dalla prigione Cartaginese e dalle torture, né, incaricato dai nemici di un'ambasceria per convincere il senato circa la pace, volle riferire degli ordini nemici, ma in realtà decise, alla presenza dei senatori, che non fosse stabilita la pace e che non venisse accettato lo scambio dei prigionieri. Ma la (sua) dignità non fu danneggiata né da quel suo volontario ritorno ai nemici, né dal supplizio della croce, anzi (fu) ancora più ammirevole per queste cose.
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Si combatté aspramente presso il fiume Axona. I nostri, dopo aver assalito nel fiume i nemici impacciati, uccisero un gran numero di essi; con un gran numero di frecce respinsero i restanti che tentavano molto coraggiosamente di passare attraverso i loro cadaveri e uccisero i primi che erano passati. I nemici, quando capirono che loro avevano assalito invano sia la città che il ponte e, quando iniziò a scarseggiare il rifornimento, dopo aver indetto un'assemblea, decisero di tornare in patria, per combattere meglio nel loro territorio che in quello altrui e per sfruttare l'abbondanza di viveri della loro terra. Presa questa decisione, dopo essere usciti dall'accampamento con grande schiamazzo e tumulto, si affrettano a ritornare a casa senza uno schieramento certo, né un ordine. Cesare, dopo aver immediatamente saputo questa cosa grazie agli esploratori, poiché temeva imboscate, trattenne l'esercito e la cavalleria nell'accampamento. All'alba, dopo che la notizia fu confermata dalle spie, mandò avanti tutta la cavalleria affinché attendesse la retroguardia. A questi mise a capo i luogotenenti Q. Pedio e L. Aurunculeio Cotta; ordinò che il luogotenente T. Labieno li seguisse. Questi, dopo aver aggredito la retroguardia, uccisero una grande moltitudine di quelli che fuggivano.
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Da parte di coloro che vengono maltrattati suole essere reso un ringraziamento uguale. Una pantera sprovveduta, un giorno, cadde in una fossa. La videro i contadini: alcuni buttano dentro bastoni, altri la ricoprono di sassi, certi tali, al contrario, avendo compassione di quella, destinata senz'altro a morire anche se nessuno le avesse fatto del male, le gettarono del pane per tenersi in vita. Giunse la notte: se ne vanno tranquilli a casa, pensando che il giorno seguente l'avrebbero trovata morta. Ma quella, appena ha rinfrancato le deboli forze, con un balzo rapido si libera dalla fossa, e si affretta a passo svelto verso la tana. Passati pochi giorni, balza fuori, massacra il gregge, uccide gli stessi pastori, e, distruggendo ogni cosa, infierisce con impeto rabbioso. Allora, temendo per sé, quelli che avevano risparmiato la bestia feroce non rifiutano il castigo, pregano soltanto per la salvezza della vita. Ma quella: Mi ricordo bene chi mi ha aggredita con la pietra, e chi mi ha dato del pane; voi smettete di aver paura. Io mi rivolgo come un nemico a quelli che mi hanno fatto del male.
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Cicerone saluta Attico. Ho consegnato questa lettera (has = has litteras) il giorno prima delle None di Luglio, partendo da Atene, dopo che ero stato lì per dieci giorni. Era venuto Pontino, insieme con Cn. Volusio. Era presente il questore. Mancava il tuo Tullio solo. Avevo delle navi scoperte dei Rodiesi e delle navi a due ordini di remi degli abitanti di Mitilene. In merito ai Parti c'era silenzio. Possano gli dèi aiutare quel che resta! Fa' in modo che io sappia tutti i fatti, ma soprattutto fa' in modo di star bene.
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I rancori contro i Veienti furono rimandati. Ma, anche allora, la superstizione impedì che si dichiarasse immediatamente guerra, e che si inviassero gli eserciti. I consoli ritennero di dover prima mandare i feziali a chiedere soddisfazione. Coi Veienti ci si era scontrati poco tempo prima presso Nomento e presso Fidene, e dopo, a seguito di quei fatti, era stata fatta non una pace, ma una tregua, e da una parte, il termine di questa (tregua) era ormai scaduto, dall'altra, quelli avevano ripreso le ostilità già prima del termine. Ciononostante, vennero inviati i feziali, ma quando questi, dopo aver giurato secondo il costume degli antenati, chiesero soddisfazione, le loro parole non vennero nemmeno ascoltate. A quel punto ci fu un dibattito se la guerra andasse dichiarata su decisione del popolo, o se fosse sufficiente un decreto del senato. I tribuni, minacciando che avrebbero impedito gli arruolamenti, riuscirono a ottenere che il console Quinzio sottoponesse al popolo la questione della guerra. Votarono a favore tutte le centurie. La plebe vinse anche riguardo a ciò: ottenne che non fossero eletti consoli per l'anno successivo. Vennero nominati quattro tribuni dei soldati con potere consolare. Di costoro, uno solo fu a capo della città, tre, una volta tenuto l'arruolamento, partirono per Veio, e furono di dimostrazione di quanto fosse inutile ai fini della guerra il comando di più uomini. Col tendere ciascuno ai suoi propri piani, e poiché ad uno sembrava opportuna una cosa, e ad un altro un'altra, concessero spazio ad un'occasione favorevole al nemico.
- Puellae supplicatur et in humanis vultibus deae tantae numina placantur et in matutino progressu vir
- Ubi Crassus animadvertit suas copias propter exiguitatem non facile diduci hostem et vagari et vias
- La volpe e l'uva.
- Cum universa civitas in Piraeum descendisset tanta fuit omnium exspectatio visendi Albibiadis ut ad