Caesar, quae visum est, respondit; sed exitus fuit orationis: sibi nullam cum iis amicitiam esse posse, si in Gallia remanerent; neque verum esse, qui suos fines tueri non potuerint, alienos occupare, neque ullos in Gallia vacare agros qui dari tantae praesertim multitudini sine iniuria possint; sed licere, si velint, in Ubiorum finibus. Legati haec se ad suos relaturos dixerunt et re deliberata post diem tertium ad Caesarem reversuros esse. Interea petierunt ne proprius se castra moveret. Ne id quidem Caesar ab se impetrari posse dixit. Cognoverat enim magnam partem equitatus ab iis aliquot diebus ante praedandi et frumentandi causa ad Ambivaritos trans Mosam missam esse; hos expectari equites atque eius rei causa moram interponi arbitrabatur.
A tali parole Cesare rispose come gli sembrò più opportuno; ma l'esito del discorso fu: egli non poteva essere in amicizia con loro, se restavano in Gallia; non era vero che coloro, i quali non avevano saputo tutelare i loro confini, stavano occupando quelli altrui né che in Gallia c'erano territori che si potessero concedere a una moltitudine tanto sterminata senza arrecare nocumento; ma, se volevano, era loro consentito fermarsi nella regione degli Ubii. I messi dissero che avrebbero riferito tutto ai loro e, presa una decisione, sarebbero tornati da Cesare da lì a tre giorni. Intanto gli chiesero di non accostare a loro ulteriormente l'accampamento. Casare rispose che da lui non si poteva ottenere neanche ciò. Infatti Cesare aveva saputo che una gran parte di cavalleria era stata inviata da loro alcuni giorni prima tra gli Ambivariti, al di là della Mosa, per predare e far provvista di frumento. Riteneva che questi cavalieri erano attesi e proprio per questo si frapponeva una tregua