Quoniam multi aiunt Graecorum oratorum praestantissimos esse eos qui fuerunt Athenis, eorumque autem principem Demosthenem, hunc si qui imitetur, is facile optime dicat. Sed cum magnus error esset in eo, id est quale esset optimum dicendi genus, putavi mihi suscipiendum esse laborem utilem studiosis, mihi quidem ipsi non necessarium. "Quomodo?", aliqui quaerant. "Converti", inquam, "enim ex Atticis oratoribus nobilissimas orationes et inter se orationes contrarias duorum eloquentissimorum, Aeschini et Demostheni; nec converti ut interpres, sed ut orator: sententiis iisdem et earum orationum formis tamquam figuris, sed verbis ad nostram consuetudinem aptis. In hoc labore non verbum pro verbo reddere necesse habui, sed genus omne verborum vimque servavi. Non enim ea me adnumerare lectori putavi oportere, sed tamquam appendere".

Dato che molti affermano che i più prestanti fra gli oratori greci furono coloro che sono stati ad Atene, e tra questi in verità il migliore Demostene, se qualcuno lo avesse imitato, costui avrebbe parlato facilmente in modo ottimo. Ma essendoci un grande errore su questo punto, cioè quale fosse lo stile del dire ottimo, ho pensato di dovermi addossare un lavoro utile agli studi, in verità non necessario per me stesso. qualcuno può domandare "come?" Direi: "Io infatti ho tradotto le nobilissime orazioni degli oratori attici e le orazioni contrarie tra loro dei due più eloquenti, Eschine e Demostene; non ho tradotto come un interprete, ma come un oratore: non secondo quegli stessi giudizi e forme di queste orazioni come modelli, ma con parole adatte alla nostra consuetudine (al nostro uso quotidiano). In questo lavoro non ho ritenuto necessario restituire la parola alla parola (fare una traduzione letterale), ma ho preservato ogni genere ogni slancio di parole. Infatti non ho ritenuto che occorreva enumerarle al lettore, ma (ho ritenuto che occorreva) per così dire pesarne il significato.
(By Maria D. )

Versione tratta da Cicerone